Alcuni tra i miei amici, e tra coloro che hanno la bontà di seguire le cose che scrivo, hanno notato, e me l’hanno detto in questi ultimi giorni, che le mie ultime pubblicazioni – compreso l’articolo che vi è stato consegnato oggi – riguardano opere d’arte, e mi hanno domandato se si tratti di una mia nuova passione, o di una scelta, e il perché di questa scelta.
Devo dire che non c’è nessuna scelta particolare, per chi si occupa di storia locale, nel prendere in esame la storia delle nostre opere d’arte, perché cercare di comprendere meglio il momento e le circostanze della nascita, della realizzazione concreta di queste opere – ed anche cercare (ma questo, naturalmente, è molto difficile, e lo si fa nei limiti del possibile) di sapere qualcosa di più su chi sono stati i committenti, ci aiuta molto a comprendere dei momenti importanti della storia della nostra comunità, perciò della storia stessa di Melzo e del nostro territorio, nei tempi passati.
Più mi sono occupato della storia di Melzo, più mi sono convinto che i periodi veramente importanti del nostro comune passato, quelli che dobbiamo studiare e comprendere meglio, perché hanno segnato le svolte più importanti nella vicenda, molto lunga, della nostra comunità sociale, sono tre: il Duecento, il Cinquecento e il Seicento.
Il Duecento – anzi, per dire meglio, il periodo che va dalla fine del secolo precedente alla prima metà del Duecento – perché quella è la fase in cui alcune famiglie più ricche che stanno emergendo nel nuovo, favorevole clima economico del milanese, decidono di investire nei fondi della nostra campagna, in quello che prima era solo un piccolo villaggio piuttosto anonimo, del quale nessuno si era mai occupato. Nei secoli seguenti, la storia di queste famiglie, alcune nobili, altre solo facoltose, coinciderà con la storia del paese, e sarà determinante per le sue fasi successive. Dico solo un nome, per intenderci: la famiglia Rozza, o Rossi, o de Rossi: quella che per almeno cinque secoli – dal Duecento al Seicento compreso – è stata la più ricca e potente famiglia di Melzo dopo i feudatari Trivulzio; la stessa che a metà del Quattrocento fonda una cappellania proprio in questa chiesa e adorna uno dei suoi altari, dove fa celebrare le messe e contribuisce, con le sue donazioni, all’esistenza stessa di questa chiesa parrocchiale.
Il Cinquecento e il Seicento perché sono i secoli in cui, grazie alla presenza dei Trivulzio, abitano a Melzo diverse altre famiglie nobili e ricche, una presenza che, insieme a quella del Cardinal Trivulzio, cambia il nostro abitato per molti aspetti, perché conduce a una forte crescita della popolazione, segna l’accresciuta importanza di Melzo dal punto di vista amministrativo e politico rispetto a tutti gli altri comuni del circondario, apporta al nostro borgo quella struttura urbana che possiamo riconoscere ancora oggi nel nostro centro storico, e infine segna non la costruzione, ma il grande ampliamento e abbellimento del nostro monumento storico più importante, il palazzo Trivulzio, che verso la metà del Seicento è ormai diventato uno dei palazzi di campagna più importanti, più belli e più ricchi della Lombardia.
Bene, se adesso pensiamo ai nostri monumenti e alle nostre principali opere d’arte – anzi, posso anche dire a tutte le opere d’arte di una certa importanza di Melzo, che non sono poi molte - ci accorgiamo che sono state costruite o realizzate negli stessi tre secoli. Nel primo Duecento nascono questa chiesa parrocchiale, la chiesa più importante di Melzo, e negli stessi anni anche la chiesa di Sant’Andrea, che è quella più ricca di opere d’arte. Nel Cinquecento, gli affreschi più belli e importanti di Sant’Andrea e l’affresco di cui parliamo oggi, la Madonna della Scoladrera. Nel Seicento, come dicevo, il Palazzo Trivulzio.
E allora è chiaro, spero diventi più chiaro ciò che dicevo all’inizio, che vorrebbe essere anche il primo punto fermo di questa conversazione: studiare, comprendere sempre meglio le circostanze in cui nascono queste opere artistiche ci aiuta a comprendere meglio i momenti importanti e più significativi della nostra storia.
Prima, però, dicevo che il tentativo, l’ambizione, forse anche la presunzione, da parte mia, è quello di esaminare “la storia delle nostre opere d’arte”, e non certo il desiderio di pronunciare giudizi, in qualunque forma, sulla loro importanza artistica.
Nessuno, più di me, è convinto che ognuno deve fare il mestiere che è capace di fare, quello in cui pensa di avere acquisito una certa competenza, senza invadere ambiti e territori di cui non capisce abbastanza, o di cui non capisce nulla. C’è un vecchio proverbio milanese, quello che dice Ofelè, fa ‘l to mestée, che trovo molto giusto. Io mi occupo da diversi anni di ricerca storica, e ho cercato di studiare un poco la metodologia di questo tipo di ricerca; certo, la mia storia personale è anche quella di un appassionato d’arte, come per fortuna ce ne sono tanti, ma in questa materia non ho alcuna competenza specifica. Parlare dell’importanza artistica di un’opera richiede, invece, competenze importanti, molto specifiche e difficili, che io non possiedo, e richiede l’esperienza della visione diretta, dell’osservazione, dello studio approfondito di migliaia di opere che non conosco, e infine richiede la conoscenza di una serie di tecnicismi, che non ho mai studiato.
Per questo è mio dovere sottolineare, specialmente in un’occasione come questa, che mi sono occupato di questo affresco della Madonna della Scoladrera facendo attenzione solo, e sottolineo solo, alle circostanze storiche, documentabili e documentate, della sua nascita, e quindi seguendo la sua vicenda, piuttosto travagliata, di spostamenti, di peregrinazioni da una chiesa all’altra, che sono durate ben quattro secoli, prima che questo bellissimo affresco trovasse la definiva collocazione che vediamo adesso, che secondo me è la migliore possibile, visto che si trova alle spalle dell’altare maggiore della nostra chiesa più antica e più importante.
Ma naturalmente se oggi ho dedicato un articolo all’affresco non è per volontà di ripetere ancora una volta la sua storia, perché l’ho già fatto due volte –prima nel mio libro sulla storia di Melzo, e poi nell’ottobre 2010, quando con Lino Ladini abbiamo raccontato la storia della chiesa di San Francesco in occasione del restauro.
L’occasione che spiega la necessità dell’articolo, invece, è molto importante, perché finalmente i melzesi, che hanno visto questo affresco della Scoladrera per cinquecento anni, ora possono finalmente conoscere anche il nome del suo autore.
Il punto di partenza dell’articolo è stato un giudizio, che lui modestamente ha chiamato suggerimento, del professor Giovanni Agosti, che tutti gli appassionati d’arte moderna conoscono, perché è uno dei massimi esperti, non solo italiani, della pittura del Quattro e Cinquecento.
Il professor Agosti è autore di un libro davvero molto bello e importante sul Mantegna, pubblicato da Feltrinelli nel 2005, ed è stato anche il curatore di una grande mostra sul Mantegna al Louvre, a Parigi. Proprio leggendo il suo libro, all’interno del Centro Gentili, ci hanno molto colpito alcune righe, e da qui è nata una breve corrispondenza con il professore, al quale abbiamo fatto vedere l’affresco della Scoladrera chiedendogli se la nostra opinione, secondo cui l’affresco è stato dipinto da Nicola Moietta, avesse senso.
Il professor Agosti, in sintesi, ci ha risposto: a causa di altri studi che sto svolgendo “per il momento non ho il tempo e il modo di ragionare sul percorso del Moietta, che pure avrebbe bisogno di assestamenti, come emergeva dalla mostra di Abbiategrasso di qualche anno fa” ma vi autorizzo a dire che confermo l’attribuzione che avete proposto. Queste sono le sue parole finali, che vi leggo: “Scrivete che ho autorizzato, oralmente, il riferimento a Moietta”.
Ora, io mi sono preso, forse, una libertà in più, perché questa sua autorizzazione “orale” nel mio articolo, l’ho dovuta mettere per iscritto. Del resto, così stavano le cose, e la sostanza non cambiava.
Il mio personale punto di partenza e quello del Centro Gentili, dicevo, non potevano essere quelli degli storici dell’arte, perché non lo siamo. Crediamo possibile, però, contribuire in modo utile allo studio della nostra città scegliendo di guardare le cose dal punto di vista che più ci appartiene, e valendoci della metodologia d’indagine che meglio conosciamo. E allora secondo noi bisogna dire, senza mai stancarsi, che non è mai possibile giungere all’attribuzione a un artista di un’opera del passato, così come non è possibile neppure giungere a un’interpretazione dell’opera stessa, senza prendere nella più attenta considerazione il quadro storico in cui l’opera è stata composta. Detto in altro modo, e in positivo, la conoscenza del quadro storico di riferimento rappresenta una delle condizioni per giungere sia all’interpretazione di un’opera, sia alla sua attribuzione all’uno o all’altro artista.
Può sembrare un’affermazione ovvia, anzi tanto ovvia da non dover neppure essere spiegata. Ma non sempre è così, e molti equivoci sono possibili. Per tre motivi, che non credo inutile elencare.
Il primo è quello più facile, più evidente, ed è semplicemente una questione di calendario: non è possibile attribuire un’opera a un artista che in quegli anni non è ancora nato, o non è ancora operante, o si trova in un altro luogo, oppure è già morto.
Il secondo è che ogni opera ha uno stile, la specificità di uno stile, e adopera in modo specifico e riconoscibile un linguaggio, perché un artista non scrive, non dipinge, non compone mai nel vuoto, ma lo fa vivendo il proprio tempo, lo fa respirando i fatti e le idee culturali che vi agiscono e vi si agitano.
Il terzo motivo, che per un’opera del primo Cinquecento - come nel nostro caso – è di fondamentale importanza, sta in questo: che solo conoscendo bene il tempo che ha visto nascere l’opera, e intendo dire conoscendo il meglio possibile la realtà storica e ancor più socio-economica del luogo che ha visto la nascita dell’opera, noi possiamo tentare di farci un’idea precisa sui committenti; perché per un lungo periodo, dal medioevo all’età moderna, l’indagine sui committenti, su chi ha ordinato l’opera e l’ha pagata, e sui motivi di questa decisione, siano essi di prestigio o d’interesse o di fede, è altrettanto decisiva per la piena comprensione dell’opera stessa.
Qui a Melzo, tutto ciò che finora sappiamo ed è stato documentato, sia guardando alla costruzione dei monumenti, sia elencando tutte le donazioni, i legati testamentari, le dotazioni di arredi, di opere d’arte, di cose preziose e di reliquie agli altari delle varie chiese, possiamo dire con certezza che non vi è un solo esempio, non una sola opera e un solo lascito che non provenga da famiglie, nobili o ricche, residenti oppure operanti a lungo nel nostro borgo. Una lunga e coerente sequenza di documenti, mai finora contraddetta neppure in un solo caso, sta lì a dimostrare, in altre parole, che tutte le opere d’arte delle nostre chiese, in ogni epoca, sono nate per iniziativa del feudatario o di una delle principali famiglie di Melzo. Significa che non si è mai costruito un monumento, dipinto un affresco, scolpito un altare, se non commissionato e pagato da un committente locale: poteva trattarsi del signore che governava Melzo in quel momento, di un ricco proprietario o di un benefattore comunque molto legato a Melzo in un modo o nell’altro.
Voi capite bene, credo, quanto questa conclusione sia importante, sia per le future indagini che ancora ci attendono, sia per riuscire a comprendere meglio molti aspetti della nostra storia, anche della nostra storia artistica, che finora non sono stati spiegati in modo sufficiente o convincente.
Bene, le premesse sono state lunghe perché forse erano più importanti del racconto stesso - quello che leggerete nel mio articolo - anche perché, come dicevo, il racconto è già noto.
Noi possiamo presumere che l’affresco della Madonna della Scoladrera sia stato realizzato nel 1525, o al massimo l’anno dopo.
In tutta la prima fase del Cinquecento si sono, nel ducato di Milano, lunghe e aspre contese tra francesi e spagnoli, che insanguinano la città e il contado. I Trivulzio iniziano a governare Melzo dal 1499, ma nella prima parte del secolo, fino al 1531, la famiglia Trivulzio, che è alleata dei francesi, è destinata a perdere e riavere più volte il nostro feudo in coincidenza con gli esiti, di volta in volta contrastanti, delle guerre in corso. Mentre i Trivulzio vivono questo momento di particolare difficoltà politica, negli intervalli segnati dalla loro assenza il feudo di Melzo conosce una rapida serie di signori molto provvisori, ognuno dei quali ha il controllo del feudo per periodi brevi, di pochi anni o solo di pochi mesi.
Nel 1525, l’anno della Madonna della Scoladrera, il feudatario di Melzo si chiama Massimiliano Stampa, futuro signore di Soncino, che in quel periodo è un uomo diventato molto importante, e influente, perché è un amico fraterno – qualcuno l’ha definito fratello di latte – del duca di Milano, Francesco II Sforza.
Lo Stampa governa Melzo in due brevi periodi, una prima volta dal 25 luglio 1524 al 18 maggio 1526, e una seconda volta dal 29 gennaio 1530 al 2 giugno 1531, quando vi rinuncerà su richiesta del duca, che gli ha promesso “un’adeguata ricompensa”.
Nella primavera del ’25, nella campagna melzese vicina a quella che oggi si chiama Porta Lodi, un povero contadino, uno di quelli che si chiamavano pelabrocc, corre in paese dicendo che gli è apparsa la Madonna. Il suo racconto viene creduto, perciò si decide di costruire una cappella nel luogo dell’apparizione miracolosa, e in questa cappella di far dipingere un’immagine della Madonna, quella che adesso vediamo alle nostre spalle. Questa immagine sarà chiamata, popolarmente, Madonna della Scoladrera, come la cappella stessa, perché il nome Scoladrera, a quel tempo, è lo stesso dato alla Porta meridionale, ed è anche il nome della contrada, una delle quattro contrade di Melzo, quella che dalla porta per Lodi conduce, nel primo tratto, fino a questa chiesa (l’attuale via Ambrogio Villa) e nel secondo tratto fino all’altra porta, quella di uscita, verso la strada per Milano.
Ci sono tante cose che ancora non sappiamo sul significato di questo nome tanto strano e tanto poco comune, Scoladrera. Era senz’altro un nome popolare e non ufficiale, legato, con ogni probabilità, a qualche attività caratteristica della contrada.
Il nome potrebbe derivare, forse, dal verbo scolare e dalla parola aia, che in dialetto si diceva era. In quei secoli del medioevo si produceva vino, e potevano esserci molte botti lasciate a scolare nell’aia, cioè nell’era, ma ci ricordiamo bene che nel passato c’erano frequenti allagamenti da parte del Molgora, e si può immaginare l’esistenza, in dialetto, di una parola che esprima l’attività di far scolare qualcosa nell’aia, qualcosa che “scola nell’era”.
Ma come mi è stato suggerito da un esperto autorevole, va anche ricordato che nel Cinquecento esistevano molte confraternite religiose, e che ogni congregazione laica veniva chiamata Scuola, in latino Schola. Una di queste congregazioni poteva svolgere certe sue attività all’interno di un’aia, oppure avere sede in quell’aia, e i melzesi avrebbero potuto chiamarla la Schola nell’aia, e perciò, in dialetto, la Scola nd’l’era.
Noi, oggi, conosciamo la storia dell’apparizione della Madonna del 1525 e della successiva costruzione della cappella leggendo le Memorie di frate Salvatore da Rivolta, che ci ha raccontato queste vicende. La ristampa delle Memorie, lo ricordo a chi interessa, si trova anche presso la nostra biblioteca civica. Ne ho fatto ampio cenno nel mio libro, e della cappella della Scoladrera si è occupato ampiamente anche Lino Ladini in un suo pregevole studio, che però è dedicato in modo più specifico a dei miracoli successivi, quelli avvenuti presso l’immagine della Madonna nel 1568. Anche in questo caso, ricordo che potete leggere lo studio di Lino Ladini, che è intitolato Melzo 1568, una storia d’altri tempi, in rete, sul sito della nostra rivista Storia in Martesana, andando a cercare nell’archivio degli articoli dell’anno scorso.
Bene, questo è per dire che frate Salvatore, nella sua Memoria, sulla Madonna della Scoladrera ci racconta due cose che sono molto importanti.
La prima ce la dice direttamente, e per noi rappresenta una grande sorpresa. Scrive infatti fra Salvatore che nell’affresco, quando lui l’ha visto, oltre alla Madonna e al Bambino, apparivano “dei santi”.
Se questo particolare corrispondesse al vero – e non c’è motivo di credere che ci abbia raccontato una cosa non vera – allora dobbiamo pensare che l’opera originale, in realtà, fosse molto più grande di come noi la vediamo adesso, e perciò che una o più parti laterali siano andate perdute quando mezzo secolo dopo l’affresco fu “distaccato” dalla parete della cappella per trasferirlo nella chiesa del Convento dei Cappuccini, oppure nel corso del secondo trasferimento, quando la Madonna della Scoladrera venne fatta uscire dal convento a inizio Ottocento e portata sopra uno degli altari della chiesa di San Francesco.
Quindi è molto probabile che l’affresco che vediamo sia, in realtà, solo una parte dell’opera dipinta nel 1525. Anche le sue dimensioni attuali, non particolarmente grandi, potrebbero confermarlo.
La seconda e ultima cosa, altrettanto importante, frate Salvatore non la dice, ma è il suo racconto che può farcela intuire, e riguarda l’autore dell’affresco.
Stiamo parlando, se ci pensate, di un’opera artistica voluta per adornare una semplice cappella di campagna. Un’opera che deve ricordare un’apparizione mariana a Melzo, per quanto ci è dato di sapere mai avvenuta prima, ma comunque un’opera che non viene realizzata per una grande chiesa come questa, la chiesa centrale, ma è destinata alla parete di una chiesetta che si trova in mezzo ai campi.
Il committente dell’affresco, non sappiamo chi fosse. Può essere stato il nuovo feudatario Massimiliano Stampa, al quale la popolazione potrebbe averlo chiesto in modo diretto. Oppure, e a me sembra più probabile, può essere stata la comunità stessa, attraverso i suoi due sindaci, come accadeva spesso, forse su richiesta dell’assemblea dei nostri capifamiglia, che in quei tempi aveva un nome molto bello e pretenzioso, perché si chiamava Universitas. Non lo sappiamo, e negli archivi, a parte le memorie di fra Salvatore da Rivolta, non c’è nessun documento che rievochi l’episodio.
Possiamo però pensare, in modo legittimo e anche logico, che per questo affresco si sia deciso di non spendere molti soldi, evitando perciò di dare l’incarico a un artista già famoso, e costoso. Ne deriva che la nostra ricerca dell’autore dell’affresco, se queste osservazioni hanno un senso, doveva indirizzarsi verso un artista che fosse bravo, ma di fama locale, meglio se ancora piuttosto giovane, e perciò non molto caro.
Nicola Mangone, detto il Moietta, giovane pittore di Caravaggio, rispondeva a tutte queste caratteristiche.
La presenza a Melzo del nuovo feudatario Massimiliano Stampa sarebbe un motivo in più per pensare al Moietta, perché, tra gli esperti, è noto che la famiglia Stampa si affidò per almeno trent’anni alla famosa bottega cremonese dei fratelli Campi - Giulio, Vincenzo e Antonio, a loro volta figli del pittore Galeazzo - e perché Nicola Mangone, il Moietta, oltre ad essere di Caravaggio, fu amico del più giovane dei fratelli Campi.
Voi leggerete, nel mio articolo, quel poco che si sa della vita di Nicola Moietta, che è davvero poco. Sei anni prima comunque, nel 1519, questo artista ancora giovane e neppure famoso aveva realizzato un’opera davvero importante, affrescando la chiesa del Convento dell’Annunziata ad Abbiategrasso. Si tratta di un intero ciclo di affreschi, davvero pregevole, che è stato da pochi anni riscoperto quando il Convento è stato oggetto di una grande operazione di restauro, e poi di una grande mostra, che hanno naturalmente contribuito anche alla riscoperta dell’opera di Nicola Mangone fino a farlo considerare, dopo molti anni di oblìo, uno degli artisti lombardi più significativi del suo tempo.
Si pensa sia nato verso la fine del Quattrocento e che sia vissuto fino agli anni quaranta del Cinquecento; si è certi che il suo periodo artistico migliore è quello degli anni Venti di quel secolo. Ma di assolutamente sicuro, come ripeto, nel suo caso non c’è molto.
Ciò che posso dire, per ciò che sappiamo delle vicende melzesi del sedicesimo secolo, è che l’attribuzione dell’affresco a Nicola Moietta appare storicamente del tutto coerente con gli elementi finora raccolti e disponibili, che caratterizzano la realtà di quegli anni. Anche il professor Agosti, come avete sentito, afferma che gli studi sul suo percorso artistico oggi devono essere rivisti con maggiore cura e attenzione, soprattutto dopo la scoperta del ciclo di Abbiategrasso.
Vorrei chiudere ripetendo ciò che, nell’articolo, ho scritto proprio all’inizio.
Ogni possibilità che ci è data di far crescere la conoscenza del nostro patrimonio artistico, che secondo me rappresenta la vera identità italiana, deve essere utilizzata fino in fondo, perché ci fa amare ancora di più questa città in cui viviamo.
Il patrimonio artistico del Rinascimento lombardo è un dono di una ricchezza quasi inesauribile, che è dato in lascito al nostro territorio, ai nostri comuni, e che dobbiamo saper custodire, e valorizzare per quanto ci è possibile.
Spesso, ancor più dei grandi capolavori giustamente celebrati, sono le tante pitture, i tanti affreschi meno conosciuti dal grande pubblico che si mostrano capaci di raccontarci degnamente quel tempo di grande sapienza artistica, e che ci fanno conoscere meglio la nostra storia, perché molto più di altre opere sono strettamente legate a vicende non secondarie del nostro passato, alle tradizioni e alle esperienze religiose dei nostri paesi.
Per questo l’indagine storica e critica di queste opere rappresenta uno dei nostri principali compiti, per il presente e soprattutto per il futuro.
La piccola storia della Madonna della Scoladrera mi sembra, perciò, in qualche modo esemplare, perché contiene un filo rosso che lega, felicemente, una grande opera di restauro artistico compiuta nel territorio, la ripresa d’interesse, di studi e ricerche su un grande artista ancora poco conosciuto come Nicola Mangone, e infine, oggi, l’attribuzione a questo stesso pittore di un’opera d’arte magnifica, questa che non ci stanchiamo mai di guardare, e che accoglierà ancora, per molti secoli,tutti quelli che vorranno entrare in questa chiesa.
Con questo, credo di avere detto tutto. Grazie davvero per la vostra attenzione.
domenica 22 gennaio 2012
domenica 1 gennaio 2012
Ieri circa duemila sindaci
Ieri circa duemila sindaci di comuni italiani hanno vietato i botti di capodanno, antica tradizione italiana che ogni anno miete vittime, spesso innocenti. Questa notte, secondo le prime notizie, si sono contati un uomo morto e quattro bambini feriti a Roma, un altro morto a Napoli, e si dice di oltre seicento feriti in tutta Italia - a Palermo un bambino ha perso una mano e rischia di perdere un occhio, eccetera. La notte di festa insomma ha lasciato la consueta scia di tragedie, ma almeno un quarto dei comuni italiani ha rotto la tradizione. Il nostro comune, da quanto ho sentito a mezzanotte, non ha ritenuto di aderire a questa nuova e positiva tendenza al divieto.
Stavo pensando, questa mattina, mentre attraversavo un parchetto pubblico con qualche decina di confezioni vuote di petardi abbandonate nell’erba, che il nostro comune non aderisce mai, che mi risulti, anche alle iniziative dei sindaci del milanese che ogni tanto bloccano il traffico per abbassare l’inquinamento. Si tratta di provvedimenti che molti ritengono inutili, e comunque sono diversamente valutati e giudicati, lo so benissimo e qui non intendo discutere né i pro né i contro.
Osservo, soltanto, che il nostro comune difficilmente aderisce a qualcosa che, in qualche modo, a proposito di questioni comunque rilevanti, intenda comunque rappresentare un segno di svolta, di novità, di cambiamento. Melzo, in genere, sta sempre con chi non aderisce, con chi non c’è, con quelli che pensano che, tanto, a che cosa serve?
Ricordo che partecipando a un’assemblea pubblica che riguardava il progetto della nuova tangenziale, anzi i cambiamenti peggiorativi al progetto, il nostro Sindaco pronunciò più o meno queste parole: “Se pensassi che la scelta di oppormi potesse servire a qualcosa, lo avrei fatto, ma...”.
Ecco, viviamo in un comune del ma. Certo, ho sentito, sono perfettamente al corrente, anzi ci ho pensato anch’io. Ma...
Per non sbagliare ci asteniamo sempre o quasi sempre. Mi ritorna sempre in mente in modo irresistibile, in questi casi, quella vecchia e celebre frase: Laissez faire, laissez passer (lasciate fare, lasciate passare). Viene considerata l’emblema, per così dire, della teoria liberista, secondo la quale non bisogna mai limitare, in nessun campo, l’azione del singolo da parte dello Stato. Anni fa, Andreotti rese celebre una sua personale interpretazione dello stesso atteggiamento: la maggior parte dei problemi, disse, se tu non fai assolutamente nulla, si risolvono da soli.
Quanto a me, si sa che appartengo a un’esigua minoranza di bastian contrari, per giunta capricorni, che hanno una memoria d’elefante e che, tra l’altro, si ricordano del primo articolo dello statuto delle liste civiche, scritto tanti anni fa oramai, tanto che parecchie persone tra quanti vi aderiscono devono averlo serenamente dimenticato. E talvolta, come può accadere in una uggiosa mattina di capodanno come questa, mi domando: ma con quella voglia di sperimentare, di provarci a cambiare, questo presente che cosa c’entra? Come direbbe Di Pietro: ma che c'azzecca?
C’è sempre un ma, come si vede. Siamo un comune del ma.
Laissez faire, laissez passer.
Stavo pensando, questa mattina, mentre attraversavo un parchetto pubblico con qualche decina di confezioni vuote di petardi abbandonate nell’erba, che il nostro comune non aderisce mai, che mi risulti, anche alle iniziative dei sindaci del milanese che ogni tanto bloccano il traffico per abbassare l’inquinamento. Si tratta di provvedimenti che molti ritengono inutili, e comunque sono diversamente valutati e giudicati, lo so benissimo e qui non intendo discutere né i pro né i contro.
Osservo, soltanto, che il nostro comune difficilmente aderisce a qualcosa che, in qualche modo, a proposito di questioni comunque rilevanti, intenda comunque rappresentare un segno di svolta, di novità, di cambiamento. Melzo, in genere, sta sempre con chi non aderisce, con chi non c’è, con quelli che pensano che, tanto, a che cosa serve?
Ricordo che partecipando a un’assemblea pubblica che riguardava il progetto della nuova tangenziale, anzi i cambiamenti peggiorativi al progetto, il nostro Sindaco pronunciò più o meno queste parole: “Se pensassi che la scelta di oppormi potesse servire a qualcosa, lo avrei fatto, ma...”.
Ecco, viviamo in un comune del ma. Certo, ho sentito, sono perfettamente al corrente, anzi ci ho pensato anch’io. Ma...
Per non sbagliare ci asteniamo sempre o quasi sempre. Mi ritorna sempre in mente in modo irresistibile, in questi casi, quella vecchia e celebre frase: Laissez faire, laissez passer (lasciate fare, lasciate passare). Viene considerata l’emblema, per così dire, della teoria liberista, secondo la quale non bisogna mai limitare, in nessun campo, l’azione del singolo da parte dello Stato. Anni fa, Andreotti rese celebre una sua personale interpretazione dello stesso atteggiamento: la maggior parte dei problemi, disse, se tu non fai assolutamente nulla, si risolvono da soli.
Quanto a me, si sa che appartengo a un’esigua minoranza di bastian contrari, per giunta capricorni, che hanno una memoria d’elefante e che, tra l’altro, si ricordano del primo articolo dello statuto delle liste civiche, scritto tanti anni fa oramai, tanto che parecchie persone tra quanti vi aderiscono devono averlo serenamente dimenticato. E talvolta, come può accadere in una uggiosa mattina di capodanno come questa, mi domando: ma con quella voglia di sperimentare, di provarci a cambiare, questo presente che cosa c’entra? Come direbbe Di Pietro: ma che c'azzecca?
C’è sempre un ma, come si vede. Siamo un comune del ma.
Laissez faire, laissez passer.
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