mercoledì 2 gennaio 2008
Verso le elezioni amministrative - 1
La giunta Sabbioni, la giunta monocolore delle liste civiche, ha rappresentato senza dubbio una svolta radicale, un cambiamento importante dopo trent’anni e più nel corso dei quali il governo melzese era stato affidato al centro-sinistra e, prima ancora, alla sinistra tout-court.
Nelle elezioni del 2004 le liste pro-Sabbioni, superando la coalizione di centro-destra con circa il 26,5% dei voti ottenuti al primo turno, hanno vinto battendo il centro-sinistra al ballottaggio, e conquistata l’intera posta hanno dato vita a un governo monocolore, spesso criticato dagli sconfitti nella forma ma assolutamente legittimo nella sostanza. Le liste civiche dunque si sono interamente assunte la responsabilità di governo, potendo contare sulla larga maggioranza di seggi e ancor più giovandosi della sostanziale inconsistenza, per ragioni diverse, della presenza politica dell’opposizione.
Per le stesse ragioni, quando sarà fatto (nel bene e nel male) il bilancio finale di questo governo, saranno solo le liste civiche a renderne conto.
Mi sembra corretto, per incominciare a tracciare questo bilancio, ritornare un po’ indietro.
Perché ha vinto Sabbioni nel 2004? Perché il centro-sinistra, reduce da dieci anni di autocratica gestione Barbaro, ha perso? Ho già tentato questa diagnosi, insieme ad Angelo Chiesa, nelle ultime pagine del libro La popolazione di Melzo dall’Unità ad oggi, uscito nella primavera 2006. Qui cercherò di riassumerla.
La sconfitta del centro-sinistra, abbiamo scritto, era prevedibile e in un certo senso anche largamente annunciata.
Come nella maggior parte dei comuni della nostra provincia, la rapidità del cambiamento economico e dei processi d’inurbamento – un processo che forse possiamo intenderci chiamandolo, con una parola sola, “deindustrializzazione” – hanno modificato la struttura stessa della popolazione, frantumando l’antica egemonia della classe operaia industriale, ed accrescendo la presenza di soggetti diversi per esperienze, storie, tradizioni, bisogni, ma anche per comportamenti, tempi e usi dello spazio urbano, oltre che, infine, per le aspettative nutrite nei confronti della città stessa.
Questa nuova composizione della società civile, questa inedita eterogeneità, tende sempre più a scardinare, a sconvolgere quel sistema unitario di comportamenti e regole condivise che caratterizzavano l’uso della città nell’immediato dopoguerra e fino alla fase finale del Novecento.
Il nostro comune inizia dalla combinazione di questi fattori quella perdita progressiva della propria centralità rispetto al territorio dell’est milanese che negli ultimi vent’anni diventa sempre più evidente.
Gli occupati melzesi, 6336 nel 1981, erano scesi a 5373 nel 2001, dopo la gravissima crisi degli anni ‘80 e un recupero successivo troppo lento. La popolazione del comune, che in passato era sempre cresciuta a un ritmo molto superiore rispetto agli altri centri dell’est milanese e alla stessa media provinciale, da vent'anni era diventata stagnante: la città, che fino agli anni Sessanta attraeva nuove residenze perché offriva lavoro e servizi, ora presentava una curva di crescita tra le più modeste del territorio.
Dopo il “trauma” della fine delle grandi fabbriche che avevano segnato tutta la nostra storia nel ventesimo secolo, l’eccessiva frammentazione e la ridotta dimensione delle imprese esistenti non consentono di sviluppare né un polo produttivo specializzato, presenza indispensabile per attirare altre imprese, né di creare un circuito occupazionale intorno al quale raccogliere specializzazioni professionali capaci di valorizzare le potenzialità presenti a Melzo.
Sarebbero occorsi interventi importanti per dinamicizzare le iniziative imprenditoriali, migliorare l’offerta di servizi rivolti alle imprese mantenendo efficiente la struttura dei servizi rivolti alla persona, costruire presenze culturali qualitativamente alte, significative e durature. Interventi che la giunta Barbaro non aveva previsto, pensato, attuato.
Si poteva in qualche modo evitare questo declino, questa progressiva perdita di preminenza?
Il centro- sinistra melzese aveva sostanzialmente mancato a questo (difficile) compito soprattutto perchè aveva, col passare del tempo, accentuato tutti i suoi difetti: tra i principali c’erano, secondo me, proprio l’incapacità di aggiornare e cambiare un orizzonte politico-culturale proprio di un tempo ormai finito, ed insieme una chiusura sempre più difensiva, sempre più evidente, all’interno dei ristretti circoli dei partiti, dal cui interno (e da una classe politica che specialmente negli ultimi anni si era dimostrata clamorosamente incapace di rinnovarsi) nascevano tutti gli accordi e tutte le mediazioni.
Mentre all’esterno veniva riaffermato, con malintesa sicurezza, uno stile di governo che si proponeva come efficientistico, il suo spirito democratico era ormai ridotto alla rigida suddivisione dei poteri fra gli artefici dell’alleanza, mentre la pratica quotidiana svelava una sempre più grave incapacità di ascolto e perciò quella decisiva crisi di rappresentanza che l’ultimo esito elettorale ha sostanzialmente certificato.
Restava, da quella sconfitta, l’impressione che per raggiungere gli obiettivi della gestione Barbaro (mantenere produttivamente e socialmente viva la nostra città senza farla crescere né verso l’esterno né verso l’alto) occorresse un approccio molto più audacemente progettuale e politicamente più aggressivo, consapevole e fortemente determinato ad affrontare le novità e le complessità della trasformazione in corso”.
Consapevole (lucidamente e felicemente consapevole) di tutto questo, il programma di Paolo Sabbioni proponeva una riflessione senza dubbio approfondita, meditata e tutto sommato anche più realistica, sullo “stato della città”, un approccio che, leggendolo, mi era sembrato molto corretto e perciò potenzialmente più utile a delineare una prospettiva di intervento e di cambiamento.
La proposta delle liste civiche si fondava, in fondo, su una serie di postulati molto simili a quelli affermati anche nel programma del centro-sinistra (cultura della pace, difesa del territorio, solidarietà sociale, sussidiarietà, pari opportunità) ma si distingueva (svincolata com’era da qualunque esigenza di continuità che evidentemente pesava troppo nell’altro programma ) per merito di una riflessione non banale sul percorso di trasformazione vissuto dalla comunità melzese e sul progressivo “declino” di Melzo come punto di riferimento del territorio limitrofo, ma anzitutto per la presenza di un accento più forte e convinto sulla necessità di perseguire un metodo di formazione delle decisioni di tipo partecipativo.
Così, mentre il programma del centro-sinistra e del candidato sindaco Marco Paiardi proponeva un ampio ventaglio di “efficienti” iniziative (quasi tutte già vagliate, discusse e pronte da realizzare, quasi lasciando nel cittadino comune l’impressione – davvero sgradevole - che tutto fosse sotto controllo e che, in fondo, non ci fosse affatto bisogno del nostro impegno) il programma Sabbioni era invece tutto attraversato dall’idea-forza che per la gestione di una lunga serie di criticità melzesi presenti e future fosse possibile, ed utile, affidarsi all’apporto disinteressato, generoso, proficuo dei gruppi e delle molte associazioni di volontariato presenti a Melzo. Questa presenza, il cui “filo rosso” con le esperienza di solidarietà del passato era non a caso ricordata più volte nel documento programmatico, veniva considerata come una grande ricchezza della nostra comunità che poteva e doveva essere valorizzata.
E’ anche probabile che proprio l’esperienza nelle associazioni di volontariato caratterizzasse la storia personale di diversi componenti delle liste civiche, tanto forse da farli pensare – qui semplifico - di poter diventare un interlocutore più credibile di altri per molte di queste realtà locali, laiche od ecclesiali, e tanto, forse, anche da spingerli a credere che attraverso l’apporto quotidiano delle associazioni sarebbe stato possibile perseguire il progetto di una partecipazione e di un coinvolgimento sempre maggiore di molti cittadini nelle scelte politico-amministrative.
L’ottimismo della volontà di quel programma, in altre parole – ricordo di averlo scritto, dopo avere letto quel documento, in una lettera al candidato Sabbioni – mi sembrava consistere proprio nella convinzione di saper attivare una rete importante di nuove energie e sinergie già disponibili ma non ancora esplorate, alle quali consegnare uno spazio maggiore ed un ruolo preciso nei vari ambiti di impegno: una sorta di proposta di “cogestione”, di un modello nel quale era riservato al comune il ruolo di “ente programmatore e regolatore”, in quanto lucidamente consapevole delle istanza più generali, dell’iniziativa dei volontari impegnati negli ambiti specifici.
“Non escludo affatto che sia una buona idea, perseguibile ed onesta” gli scrissi, e si vide più tardi che si trattava anche di un’idea molto efficace, perché convinse molti a votare Sabbioni, soprattutto per reagire all’immagine opposta (quella del “tutto a posto, tutto previsto”) che il centro-sinistra ci suggeriva. Mancava, forse – aggiungevo – “della piena consapevolezza che l’apporto delle associazioni può rappresentare un contributo ma non certo la soluzione dei problemi più ostici, oggi più che mai affidati anzitutto alle scelte politiche”.
Se ce n’era bisogno, la realtà di questi ultimi anni di governo locale (un solo esempio: la lunga e triste vicenda della Bre-Be-Mi) ha spiegato sufficientemente alle liste civiche come e quanto quell’osservazione fosse ragionevole.
In quale misura la giunta Sabbioni ha perseguito i propri obiettivi, e in quale misura può pensare e dire di averli raggiunti?
Ne parleremo la prossima volta.
Il nostro progetto di lavoro
Un raffinato collezionista ed esperto bibliofilo come Ambrogio Casanova, l’industriale melzese che la nostra collana ha ricordato con una monografia, possedeva almeno una cinquantina di preziose edizioni di storie di città stampate nel Seicento e altrettante del Settecento, ed ancora più numerosi erano i titoli presenti nella sezione ottocentesca della sua collezione, che comprendeva tutte le principali città italiane ed i più famosi casati.
Gli storici di professione, i cosiddetti “specialisti”, hanno spesso sottovalutato o snobbato queste opere di storia locale per alcune buone ragioni: un’inadeguata capacità di interrogare ed interpretare le fonti documentali e l’uso disinvolto di quelle orali, la presenza di errori metodologici e spesso una suprema indifferenza alla metodologia in quanto tale, ma anzitutto, a causa dell’immenso amore dei loro autori per la propria terra d’origine, la tendenza ad enfatizzare certi avvenimenti, o peggio ancora certe leggende locali, senza verificarne l’autenticità e senza collocarli più correttamente in un contesto più vasto.
La grande svolta degli ultimi anni, il cambiamento che ha riportato gli studi di storia locale all’attenzione di un pubblico sempre più interessato e più vasto, coincide con la nascita di una nuova generazione di appassionati di storia assolutamente determinati a ripercorrere e riscrivere le vicende dei propri paesi da un diverso punto di vista, adottando un assoluto rigore metodologico – lo stesso riservato in passato solo alla cosiddetta “storia maggiore” – e perciò sottoponendo ogni notizia, anche la più piccola, alle verifiche più severe e più scrupolose.
Questo cambiamento viene da lontano, ma qui non possiamo e non abbiamo spazio per raccontare tutte le fasi della profonda rivoluzione storiografica avvenuta nel Novecento: basterà dire che a partire dal 1929 (data di nascita delle Annales di Lucien Febvre e Marc Bloch) la ricerca storica ha iniziato a percorrere strade nuove, tutte rivolte a costruire le condizioni per un’indagine interdisciplinare delle trasformazioni della società, una storia che sappia, per citare una frase di Jacques Le Goff, “ripensare gli avvenimenti e le crisi in funzione dei movimenti lenti e profondi”, che sappia “interessarsi meno alle individualità in primo piano che agli uomini in generale” e sia capace di “preferire la storia delle realtà concrete della vita quotidiana – materiali, psicologiche e culturali – ai fatti che occupano la prima pagina dei giornali”.
Lungo queste vie nuove la ricerca storica ha attuato una conseguente rivoluzione dei metodi e delle fonti d’indagine: non si crede più che esistano fonti buone, lecite e garantite da contrapporre ad altre poco affidabili, ma si tende a privilegiare il contenuto delle fonti (anche di quelle narrative e di quelle orali) più che la loro forma, perché tutte le fonti sono soggettive, così come tutta la storia è soggettiva, perciò il vero problema è semmai quello di interrogare ogni fonte e ogni tipo di documento senza strumentalizzarli, ma valutandoli per tutto ciò che essi sanno e possono dirci.
Si capisce bene, credo, come per questa via anche le ricerche di storia locale, cioè quelle fondate su una fortissima riduzione di scala, abbiano ricavato nuove possibilità di espressione, che negli ultimi anni, contando sul lavoro tenace degli appassionati, sulla nuova attenzione dimostrata dalle istituzioni locali e sul ruolo assunto, in ogni nostro comune, dalla iniziativa cultuale espressa dalle biblioteche pubbliche, hanno felicemente incontrato l’interesse e il favore di un pubblico di lettori sempre più interessato, più curioso e più vasto.
Questo percorso, intendiamoci, non è stato esente da criticità anche gravi. Negli ultimi anni, ad esempio, si rileva una certa legittima stanchezza da parte dei ricercatori, ed insieme e di conseguenza anche una preoccupante tendenza alla chiusura e all'isolamento, mentre servirebbe, al contrario, una grande e generale disponibilità alla comunicazione, alla discussione, al lavoro comune.
Costituito nel novembre del 1999 come gruppo di lavoro della Biblioteca civica, il gruppo di ricerca storica Guglielmo Gentili di Melzo – oggi diventato associazione culturale autonoma con il nome di Centro Studi Storici Guglielmo Gentili - si è proposto di fare, in sostanza, tre cose.
La prima idea era quella di raccogliere, catalogare, ordinare e mettere a disposizione di tutti i cittadini i principali documenti che riguardano la storia di Melzo. In queste settimane, in particolare, ha imboccato la fase conclusiva il lungo lavoro che consentirà a tutti i visitatori della biblioteca, ma anche a chiunque possa collegarsi dal proprio computer al sito internet www.bibliomilanoest.it, di consultare e stampare un primo gruppo di documenti già disponibili.
La seconda idea era quella di promuovere e coordinare una serie di nuove ricerche sulla nostra storia, rispettando gli interessi e le personali curiosità dei singoli ricercatori, ma insieme cercando di prefigurare un progetto di lavoro collettivo: sia attraverso una scelta di priorità (basata sugli argomenti giudicati a vario titolo più interessanti e con l’intento di riempire le lacune più vistose) sia attraverso la disponibilità dei partecipanti ad alternare i lavori individuali a quelli collettivi.
La terza idea era costituita dall’impegno di mettere a disposizione esperienze, documenti e notizie con chiunque lo avesse richiesto, per esempio con gli studenti che scelgano di scrivere una tesi di laurea su un tema di storia locale, oppure gli insegnanti che si propongano di inserire temi locali nel proprio percorso didattico.
Negli ultimi anni, come molti lettori sanno, alcuni lavori scritti dai componenti del nostro gruppo sono stati pubblicati nella collana Fonti di storia melzese – arrivata nell’autunno 2006 al titolo numero 15 – suscitando non soltanto a Melzo un interesse notevole.
Ricordiamo qui gli ultimi titoli: “Terra ed acqua” di Davide Re, una rilettura attenta dei dati melzesi relativi al catasto settecentesco svolto nelle nostre campagne, prima parte di una indagine sull’agricoltura a Melzo che l’autore intende proseguire, il recente “Dalle voci dei telai al silenzio delle sirene . Storia dello sviluppo urbano di Melzo dall’Unità d’Italia al primo piano regolatore” di Lino Ladini, un’attenta analisi, scritta in forma di racconto, dell’evoluzione del nostro paesaggio urbano negli ultimi 140 anni, che attraverso una puntuale ricerca archivistica ripercorre vivacemente i principali cambiamenti che hanno trasformato Melzo da borgo agricolo a città post-industriale, ed infine “La popolazione di Melzo dall’Unità ad oggi” di Angelo Chiesa e Sergio Villa, una ricognizione sull’evoluzione demografica e sui motivi che per oltre un secolo hanno visto recitare al nostro comune un ruolo trainante rispetto ai comuni limitrofi, e negli ultimi trenta, al contrario, lo hanno relegato in posizione di retroguardia.
Questi due ultimi libri hanno inaugurato i “Quaderni del Novecento”, una nuova iniziativa editoriale che nei prossimi anni, attraverso una serie di contributi specifici, vuole mettere a fuoco il nostro percorso di cambiamento più recente, quello che ha prodotto la comunità sociale odierna, per comprendere meglio la complessità dei problemi attuali e delle svolte capaci di delinearne il futuro.
Compiuti i primi cinque anni di vita, abbiamo pensato di iniziare a percorrere due strade nuove, due progetti ambiziosi e difficili.
L’idea centrale è quella di non limitare più la riflessione storica ai momenti più salienti della vicenda storica comunale, ma di contribuire a far crescere, con fantasia e coraggio, la ricerca storica riguardante tutta la zona della Martesana. Negli ultimi anni, quella grande svolta nella produzione di storia locale di cui abbiamo parlato ha visto nascere e crescere numerosi gruppi di ricerca storica, oppure ha sollecitato altri generosi sforzi da parte di singoli ricercatori. Fino ad ora, però, ognuno ha lavorato da solo ed in genere l’argomento delle varie indagini non ha superato i confini ristretti dei vari comuni.Nel convegno “Guardare lontano” del 27 marzo 2004, patrocinato dal Comune di Melzo, abbiamo proposto di costruire nuovi strumenti di comunicazione fra quanti lavorano in questo settore, per giungere, prima o poi, anche a realizzare ricerche di più vasto raggio.
Le cose da fare sono, naturalmente, innumerevoli.
Sul piano metodologico, si tratta anzitutto di costruire un grande e aggiornato archivio delle fonti storiche della Martesana e della bibliografia esistente, impresa davvero a lungo termine, e fino ad ora non riuscita compiutamente a nessuno. Sul piano pratico, nelle settimane successive al convegno un gruppo di ricercatori di cinque diversi comuni ha aderito al progetto (tuttora in fase embrionale) di svolgere una prima ricerca comune., riguardante la nascita del moderno mondo capitalistico nelle nostre campagne, dalla fase centrale del Settecento alla prima metà dell’Ottocento.
La seconda ambizione, discesa direttamente dalla prima, è quella di fondare una rivista di storia locale, rivolta al territorio della Martesana, aperta ai contributi dei gruppi e dei ricercatori che aderiranno al progetto. Una rivista da diffondere per ora solo in versione elettronica, ma che in prospettiva potrà essere anche stampata e venduta nelle oltre 30 biblioteche del sistema bibliotecario Milano-Est, se sarà sostenuta dai contributi delle amministrazioni locali interessate.
La rivista oggi esiste: si chiama “Storia in Martesana” e il primo numero è disponibile sul sito internet del nostro sistema bibliotecario. Giudicheranno i lettori se risponde alle loro attese, e quale parte potrà avere nei nostri progetti futuri.
C’è molto da fare, come si vede. Chi volesse collaborare sarà bene accolto
Pubblicazioni
La biblioteca Casanova- Il tesoro di un bibliografo melzese.
Fonti di storia melzese, 4, 1999.
Piery Resegotti e Sergio Villa
Storia di Ettore Rastelli - La trasformazione del luogo di cura
di Melzo in un ospedale moderno.
Fonti di Storia melzese, 7, 2001
Sergio Villa
Storia di Melzo dagli inizi alla fine dell’Ottocento
Cooperativa editrice Anni 2000 - Comune di Melzo.
Fonti di Storia melzese, 9, 2002
Angelo Chiesa e Sergio Villa
La popolazione di Melzo dall’Unità ad oggi
Quaderni del Novecento, 2, 2006.
ALTRE PUBBLICAZIONI:
AA.VV.
Melzo, la sua storia e i suoi monumenti
Fonti di Storia Melzese, 3, 1997.
Il volume raccoglie testi di vari autori, tra i quali una mia Breve storia di Melzo
e una scheda storica su Palazzo Trivulzio.
Sergio Villa
I fatti accaduti a Melzo il 20 settembre 1897 nei resoconti dei giornali dell'epoca
Inedito, 1998, presso la Biblioteca di Melzo;
ora in "Storia in Martesana - rassegna on-line di storia locale", n.1, 2009.
Sergio Villa
La fanciulla più bella di Milano
testo delle relazioni per il convegno su Lucia Marliani, Inzago 2007, e per gli "Incontri di storia locale", Melzo 2009;
ora in "Storia in Martesana - rassegna on-line di storia locale", n. 2, 2009.
Lino Ladini e Sergio Villa
La chiesa di San Francesco di Melzo e i lavori di restauro del 2006 – 2010,
in "Storia in Martesana - rassegna on-line di storia locale", n.3, 2010;
ora nella collana "Fonti di storia melzese", n. 18, ottobre 2010.
Sergio Villa
«I signori de Aquaneis, de Ello e de Gaderino e de Lampergis e de Albignano e de Nigris seu Rubeis». Riflessioni su due righe di un documento falso. In "Storia in Martesana - rassegna on-line di storia locale", n.4, 2010.
Sergio Villa
L'affresco della Madonna della Scoladrera nella chiesa dei SS. Alessandro e MArgherita di Melzo. In "Storia in Martesana - rassegna online di storia locale", n. 5, 2011. Dal gennaio 2012 nella collana "Fonti di storia melzese", n. 20, Comune di Melzo, 2012.
Tutti i libri sono in vendita presso la Biblioteca civica e presso la libreria Manzotti di Melzo.
martedì 1 gennaio 2008
Alla ricerca del lettore assoluto
Alla ricerca del lettore assoluto
di Alessandro Carrera
Pubblicato su Poesia, anno XII, Novembre 1999, n.133.
Circa un anno fa un signore molto elegante si presentò all’indirizzo del dipartimento di italiano della New York University e chiese di parlare con il direttore. Era Malcom Forbes, finanziere, editore della rivista “Forbes”, la cui sede è a due passi dagli uffici del dipartimento, e fratello del Forbes candidato due volte alla presidenza degli Stati Uniti. Forbes invitò a pranzo il direttore in un ristorante non poco lussuoso e gli spiegò il motivo della sua visita: voleva sapere qualcosa su Alessandro Manzoni, chi era, quando e come era vissuto e perché aveva scritto quello che aveva scritto.
Perché un finanziere ed editore per finanzieri si interessava al Manzoni? La ragione era questa: Forbes faceva parte di un club di lettura composto da newyorkesi altolocati. Una volta al mese ciascun socio del club esponeva agli altri quale classico aveva letto e quali erano state le sue impressioni. Venuto il suo turno, il testo che Forbes aveva scelto scorrendo la lista dei Penguin Classics era stato I promessi sposi, anzi The Betrothed, nella bella traduzione di Bruce Penman. Gli era piaciuto. Trovava che la difesa manzoniana dei valori della famiglia e della religione avrebbe avuto qualcosa da insegnare alla società americana.
L’episodio ricorda irresistibilmente le storie di Walt Disney in cui Zio Paperone pur di non pagare il conto di un ristorante se lo compra. Un Malcom Forbes non va a vedere sull’enciclopedia chi è Manzoni, che diamine, porta a pranzo il direttore di un dipartimento d’italiano e se lo fa spiegare da lui. Al di là della sua tinta paperonesca, però, l’episodio è istruttivo. Ci sono circoli di lettura in cui alti finanzieri discutono i classici della letteratura, dopotutto. Non è detto che si debba essere d’accordo con le loro conclusioni, che forse sono un po’, come dire, di classe, ma se il loro esempio fosse maggiormente seguito non dovremmo dispiacerci. “I corsi di scrittura creativa non servono a niente”, mi diceva recentemente una consulente editoriale. “Sono i corsi di lettura creativa quelli che ci vogliono”. Nulla di più vero. Se tutti quelli che si lamentano che nessuno legge poesia comprassero un libro al mese la crisi dell’editoria sarebbe finita. E se poi lo leggessero, sarebbe finita anche la crisi della poesia.
Leggere è un atto di umiltà e di solitudine, e richiede che si sappia stare soli con se stessi. E’ inutile lamentarsi che i ragazzi non leggono quando nessun insegnante, per non dire nessun genitore, gli ha mai insegnato a stare un’ora soli con se stessi senza provare angoscia. Ma addossare le colpe alla scuola o alla famiglia non serve a niente, è solo il sintomo di una società che non vuole crescere. Il problema è come mantenere la motivazione alla lettura anche al di fuori del sistema chiuso di incentivi, ricompense e punizioni di cui sono fatte le scuole e la famiglia. Molti anni fa, sdraiato sulla mia brandina di militare di leva alla Scuola di Artiglieria Contraerea di sabaudia, in provincia di Latina, stavo leggendo un libro. Mi si avvicina un commilitone, diciotto anni, periferia di una città del Sud. “Ma che fai, leggi?”, mi chiede stupito. Sì, leggo, gli rispondo. “Ma che, devi dare un esame?”. No, non devo dare nessun esame. “Allora devi dare un concorso”. No, non devo dare nessun concorso. “E allora perché leggi?”.
Si può rispondere a questa domanda? Purtroppo non si può. Qualunque risposta si ritorce su se stessa. “Perché mi piace”. Ma perché ti piace?. “perché questo libro è bello”. E che cosa ci trovi di bello?. Il dialogo potrebbe non avere mai fine. L’unica cosa da fare è continuare a leggere, oppure prendere il libro e passarlo alla persona che ci fa quelle domande, chissà che gli venga la voglia di provare.
Sulle pagine di “Poesia” ho già parlato di chi scrive perché ha paura di leggere. Questa volta voglio parlare di quell’animale raro e inquietante che non fa altro che leggere. Il lettore appassionato, il lettore intenso, il lettore “forte”, come dicono i dirigenti editoriali che ne sono a caccia, non è (ancora) un maniaco della lettura. E’ un uomo di questo mondo che sa di essere circondato da persone che non leggono; ha coscienza di essere giudicato, e forse condannato, dal misterioso analfabetismo della vita. Come il padre guardiano di un monastero, è a due passi dall’oltremondo ma deve commerciare con il mondo. Dietro di lui però, nei chiostri da cui non escono mai, stanno i suoi pochi confratelli per i quali la lettura è divenuta una passione mistica, ultraterrena, profondamente asociale eppure indispensabile a chi scrive, perché è indispensabile sapere che da qualche parte nel mondo c’è qualcuno che vuole leggere tutto, e che quindi forse un giorno leggerà anche noi. Come quelle sette religiose convinte che Dio non ha ancora distrutto il mondo perché dieci giusti ci vivono ancora, così può darsi che l’intera impresa dello scrivere versi e storie stia ancora in piedi solo perché dieci lettori assoluti, sparsi ai quattro angoli della terra, la sorreggono con le loro spalle, curve dal gran leggere. Ecco il loro ritratto.
“Ci sono persone che amano la letteratura e desiderano diventare scrittori. Ma ce ne sono altre che, pur respirando per tutta la vita una passione altrettanto grande per la stessa arte, non hanno mai pensato di scrivere una sola riga. Essi, consapevolmente, si collocano sull’altro ed indispensabile versante dell’attività della scrittura, che è quello della lettura, ed attribuiscono ad essa una dignità almeno pari ed un’importanza non inferiore alla prima.
Sono, è ovvio, lettori assai competenti, esclusivi, estremamente esigenti e mai sazi. Credono fermamente nelle proprie scelte, nel proprio gusto, nella propria capacità critica. Pensano, probabilmente, che la lettura stessa sia in qualche modo una forma d’arte o che a questa forma indissolubilmente appartenga. La considerano un’occupazione elevata, inorridiscono di fronte a quanti la sottovalutano, relegandola a un modo di trascorrere il tempo libero. Dei libri non amano solo il testo, ma l’edizione, la carta, i caratteri, il fruscìo delle pagine, il ooro odore. Sono dei collezionisti e sovente dei sognatori. La lettura rappresenta per loro, da quando hanno incominciato a leggere, l’interesse principale delle loro giornate ed il più personale, la propria attività più bella e più appassionante. Non hanno complessi d’inferiorità verso coloro che scrivono e non si sentono scrittori mancati. Sanno tutto degli scrittori: li osservano, li leggono, li giudicano. Sanno, anzitutto, d’essergli indispensabili”.
La pagina che ho citato viene da un recente gioiellino di storia locale, La biblioteca Casanova. Il tesoro di un bibliografo melzese, di Sergio Villa, pubblicato nel 1999 dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Melzo, provincia di Milano, e dalla Biblioteca Civica di Melzo. Il lettore assoluto descritto da Villa non è un’astrazione del pensiero. Ha camminato su questa terra e di una sua piccola parte è stato anche possessore. Si chiamava Adolfo Casanova ed era nato a Melzo nel 1866, da una famiglia di proprietari ed imprenditori. Di lui si sa che crebbe solitario, chiuso e misantropo, e che il suo carattere ostinato e sprezzante gli faceva difendere le proprie decisioni con una tenacia che non ammetteva ripensamenti. A diciotto anni, morto il padre, ereditò un’azienda tessile e del cuoio che diresse con pugno di ferro fino al 1929, sordo a qualunque ragione che non fosse la sua. Maestranze e sindacalisti, rivoltosi e forze dell’ordine, socialisti e fascisti, sindaci e podestà non riuscivano a intimidirlo. Alle minime rimostranze degli operai rispondeva con la serrata, alle necessità di riconversione imposte dal mercato ribatteva con l’orgoglio dell’aristocratico per il quale il divenire della storia è, come il lavoro manuale, una cosa che riguarda le classi inferiori. Ammirava Umberto I perché gli assomigliava fisicamente, e perché era stato il re. La sua collezione di bandiere storiche sventolava dai balconi del palazzo di famiglia nei giorni della patria. Ma dal 1921, anno in cui morì il suo unico figlio maschio, Adolfo Casanova fece sapere che il mondo dei fatti pubblici non lo riguardava più. Otto anni dopo abbandonò la fabbrica al suo destino e nonostante le pressioni del podestà rifiutò di venderla, licenziò i sessanta operai che gli erano rimasti, chiuse i cancelli e si tenne le chiavi. Fino al 1938, anno della sua morte, Adolfo Casanova non visse più con gli uomini, ma solo con i suoi venticinquemila libri.
Li aveva accumulati per tutta la vita, con una competenza che si era costruito da solo e che non gli veniva da nessuna tradizione familiare: trentuno manoscritti e quattordici incunaboli del Quattrocento, più di duecento cinquecentine, l’opera completa di Piranesi, l’intera letteratura europea del Settecento e dell’Ottocento, inclusi i sessantotto volumi dell’opera omnia di Voltaire e i quarantuno di quella di de Amicis, gli scritti di Croce e di Gentile ma anche di Gramsci e di Gobetti, e perfino la biblioteca di un circolo socialista comprata in blocco, opuscoli di propaganda bolscevica compresi. I sindaci, i sindacalisti e le autorità che uscivano esasperati dai colloqui che avevano con lui, tutti inutili perché Adolfo Casanova non cambiava mai idea su nulla, avrebbero potuto capire con chi avevano davvero a che fare, scrive Villa, solo se avessero alzato gli occhi agli scaffali di libri allineati lungo i muri della sua casa. Avrebbero capito che davanti a loro stava un uomo di ferro che nascondeva un uomo di carta, un’armatura vuota da cui il proprietario era fuggito da tempo.
Adolfo Casanova aveva amministrato la fabbrica ereditata nel ricordo del padre e del nonno, con competenza estrema e con rigore disumano. Aveva fatto il suo dovere di discendente di imprenditori, ma era un dovere di cui non gli era mai importato nulla, tranne che per il fatto che i guadagni della fabbrica gli permettevano di comprare i libri, gli infiniti libri. Come Blazac che quando lasciava un ricevimento per andare a casa a scrivere diceva: “Devo tornare al mondo reale”, così Adolfo Casanova, quando chiudeva i registri della ditta, tornava all’unico mondo che per lui era reale. Avvicinarlo come possidente o imprenditore era tempo sprecato. Nel profondo della sua anima, Adolfo Casanova era solo un lettore:
“Mentre la sua fabbrica corre verso il fallimento, mentre gli operai che ha licenziato sfilano lungo le vie del paese, egli sfoglia le pagine dei nuovi libri nel silenzio della sua casa, esamina le decorazioni preziose delle legature, le incisioni dei frontespizi, contempla le insegne tipografiche dei più antichi e celebri stampatori. Le sue dita toccano le pergamene, scorrono sugli antichi caratteri. Osserva gli ex-libris, controlla la numerazione e l’integrità delle pagine. Legge, valuta, apprende, fantastica. Ripone il nuovo volume accanto agli altri tesori della sua raccolta, che da oggi è più completa e più ricca, già impaziente di poterne acquistare di nuovi, perché i libri più belli e desiderati sono quelli che non ha ancora avuto la possibilità di leggere e la fortuna di possedere”.
Se questa descrizione ha un modello letterario, mi sembra di trovarlo nel protagonista di Auto da fé di Elias Canetti, quel Peter Kien che possiede quarantamila libri e perciò disprezza il mondo. Ma lo disprezza senza conoscerlo, e quando sposa la sua domestica perché l’ha vista mettersi i guanti prima di toccare un libro cade in una trappola che lo condurrà alla rovina e alla morte, nell’incendio della sua stessa biblioteca. E però Kien, per quanto sia lettore totalitario, non è un lettore assoluto. E’ uno studioso e dunque, oltre a leggere, scrive. Il vero lettore assoluto, l’unico totalmente puro, più di Peter Kien e più ancora di Adolfo Casanova, si chiamava Henry Bemis e ha vissuto una breve e immaginaria vita.
Sto parlando del personaggio interpretato da Burgess Meredith in un telefilm della serie Ai confini della realtà, prodotto nel 1959 e che nell’originale si intitolava Finalmente avrò abbastanza tempo. A Henry Bemis, impiegato bancario mite, miope e infelice, piace leggere e nient’altro che leggere. Ma ignora, innocente com’è, che nell’atto di leggere, così esclusivo e appassionato, si nasconde una minaccia all’ordine sociale. A casa una moglie odiosa che lo considera un fallito gli sporca le pagine dei libri con righe d’inchiostro, mentre al lavoro un capufficio arrogante lo minaccia di licenziarlo ogni volta che lo scopre a leggere durante il lavoro. Un giorno Bemis si è appena rifugiato nella cassaforte della banca per leggere in pace durante la pausa mensa, quando la scossa di un’esplosione lo fa cadere a terra svenuto. Si sveglia, esce dalla cassaforte, e scopre che la guerra nucleare ha distrutto l’intera razza umana e che lui è l’unico sopravvissuto. Disperato sta per uccidersi a sua volta quando scopre di essere arrivato ai piedi delle rovine della biblioteca pubblica. Ora ha una ragione per restare in vita. Raccoglie i libri che non sono andati distrutti e li dispone in pile: questi li leggerà quest’anno, questi l’anno prossimo, questi l’altr’anno ancora. Finalmente avrà abbastanza tempo, e nei negozi è rimasto cibo in scatola sufficiente per mantenerlo finchè vive. Quando si china a prendere il primo libro gli occhiali gli cadono a terra e le lenti si rompono.
Le figure di Adolfo Casanova, Peter Kien ed Henry Bemis ci appaiono tragiche perché non sappiamo quanto di noi se ne è andato con loro. La passione per i libri che li divora, così esclusiva e asociale, forse non è qualcosa che porteremo con noi nel prossimo secolo. Pochi giorni fa ho visto in un negozio di elettronica un computer palmare, non più grande di un’edizione pocket, sul quale si può leggere Alice nel paese delle meraviglie (già compresa nel software in dotazione) o qualunque altro libro inserito in memoria. Con la punta di una matita elettronica si può dare il segnale di cambiare pagina, andare avanti o indietro, sovrapporre uno schermo bianco, prendere appunti e tornare al testo, oppure fare un numero di telefono e collegarsi con Internet , controllare la posta elettronica, giocare in Borsa e riprendere poi la lettura. Il futuro della lettura (che è già il suo presente) sarà di essere un’attività segmentata, una discussione tra distratti, ben lontana dall’immersione in profondità dei lettori assoluti, o anche dalla normale concentrazione del lettore medio.
Eppure può darsi che tutto questo sia vero solo in parte. Può darsi che il lettore assoluto non abbia nemmeno bisogno di un libro, e che quelli che legge siano sostituiti dall’unico che vorrebbe davvero leggere e che non leggerà mai. Non lo leggerà perché non è stato scritto, e anche se fosse stato scritto non gli basterebbe una vita per trovarlo, né basterebbe al libro per farsi trovare da lui.
E’ ciò a cui allude Kafka nel Messaggio dell’imperatore: il poeta, lo scrittore, l’artista, il visionario, l’ispirato, il profeta, dal loro letto di morte hanno mandato un messaggio a te, solo a te. Il messaggio ha preso la forma di una rima, di una storia, di un’immagine, di un suono o di un vaticinio, non importa. La fatica che ha dovuto sopportare per incarnarsi in quella sembianza è stata quasi mortale, eppure il suo viaggio è appena cominciato. Ora il messaggio che ti è destinato deve uscire all’aperto e, inerme com’è, affrontare un mondo che lo ignora, che non ha tempo per lui e che non potrebbe aiutarlo nemmeno se volesse, perché solo tu potresti venirgli incontro se sapessi dov’è e che strada sta percorrendo. Così il messaggio si è perduto fra le pagine di una biblioteca infinita, è stato distrattamente appeso in una galleria di corridoi interminabili, oppure si sta sfiatando in una sala da concerto dove si suonano allo stesso tempo tutte le melodie mai concepite ed è impossibile distinguerne una. No, il messaggio non ti arriverà mai, ma tu sai che c’è. Ti è perfino sembrato di coglierlo mentre giravi una pagina, ma quando sei tornato indietro non l'hai più trovato, e le parole che hai riletto ti sono sembrate anonime e uguali a tante altre. Ti è sembrato che ti arrivasse alle orecchie in una modulazione imprevista, ma quando hai risentito lo stesso brano hai trovato prevedibile l’armonia. Eri certo di averlo intravisto nella macchia di un colore che non pareva di questo mondo, ma forse era solo un gioco d’ombre nella sala del museo, e quando ti sei voltato la luce era cambiata. Ma tutto questo non ti scoraggia; anzi per te è la prova che il messaggio esiste e che vale la pena di cercarlo in qualunque copia sgualcita trovata su una bancarella (meglio se un altro l’ha rifiutato, almeno sei già sicuro che non era per lui), in qualunque tela che ha perso la strada del museo e perfino in quella canzone che tutte le radio trasmettono e della quale nessuno mai dice il titolo o il cantante. Ed è così che leggi per non leggere, guardi per non guardare, ascolti per non ascoltare altro che quello che vorresti leggere, guardare, ascoltare, e sei anche tu preso nello stesso labirinto del tuo messaggio, e come lui ti agiti per superare la folla che ti ributta indietro, finché non c’è più tempo e la morte arriva prima. Quasi sempre prima. E in quel quasi sta tutta la ragione della tua costanza.
Prima di morire, Adolfo Casanova aveva disposto che la sua biblioteca fosse donata al Presidio Militare di Milano, ma erano in pochi a saperlo e ancor meno a preoccuparsene. Sergio Villa, che è nato e vive a Melzo, scrive nella prefazione al suo libro che da ragazzo aveva avuto notizia di un concittadino che aveva posseduto una biblioteca straordinaria e ormai dispersa, e aveva fantasticato, da lettore qual era già, che un giorno si sarebbe messo a cercarla. Molti anni dopo, entrando per tutt’altri motivi nella biblioteca della Scuola Militare, la scoprì, pressochè intatta e perfettamente conservata. Habent sua fata libelli.
leggere, scrivere
Non posso concepire neppure lontanamente l’eventualità di vivere qualche giorno della mia vita senza leggere. Dal giorno in cui ho incominciato a farlo, e ad ogni passo del mio personale percorso, credo di avere sempre pensato alla lettura come al punto di partenza della mia idea di felicità ed insieme di civiltà.
Diversi anni dopo, in un libro di Sartre, ho trovato scritto che un libro diventa un libro non quando l’autore lo scrive,non quando l’editore lo stampa e nemmeno quando il libraio lo vende,ma solo quando il lettore lo legge. Solo allora finalmente l’opera diventa sintesi di creazione e di percezione, solo allora l’autore svela
perché comunica e il lettore crea a sua volta la sua opera personale perché trova, attraverso le parole, qualcosa che non conosceva ancora di se stesso e del mondo che da quel momento sarà diverso. Perché il libro “si propone come fine la libertà del lettore”, ed è stato scritto perché lui lo rendesse una cosa viva, prendendo conoscenza e coscienza del mondo attraverso le parole che per lui lo scrittore ha scelto.
Una volta, partecipando a un convegno sulla diffusione della lettura, Paolo Volponi ha detto che "le biblioteche aspettano una letteratura che sappia anche essere contributo alla costruzione di una società finalmente felice", nella quale "la voglia, il tempo e la capacità di leggere” diventino "azioni libere e piene di una giornata da cittadino". Credo sia un punto di vista da prendere molto sul serio - io l'ho fatto per diversi anni - ma non lo sottoscriverei.Ci sono romanzi, poesie e canzoni che hanno scandito e cambiato la mia esistenza molto più di tanti libri di storia, di politica e di sociologia, e se fossi costretto a scegliere, per una conferenza di Umberto Eco non rinuncerei mai a un concerto di Keith Jarrett.
Non a caso proprio Franco Fortini, autore impegnato da sempre nella riflessione sui rapporti tra letteratura e potere, ricordava che “la partecipazione sociale e politica dell’opera letteraria avviene nei momenti della sua genesi o della sua fruizione, dunque prima o dopo la sua creazione”. Intendeva dire, credo, che la lettura è un atto di umiltà e di solitudine, perché richiede che si sappia stare soli con se stessi. Le impressioni, le esperienza suscitate da una lettura si possono cercare di condividere, discutere e confrontare non appena finita l’ultima pagina, ma prima di quel momento anche l’esperienza della lettura non solo é assolutamente privata, perché mette in gioco la possibilità di una speciale corrispondenza tra l’autore e il lettore, ma del tutto imprevedibile e misteriosa, perché dipende da una consonanza di cadenze e di ritmi tra autore e lettore ed anche tra la pagina che stiamo leggendo e il particolare momento della nostra lettura.
Questo spiega, credo, perché ognuno di noi preferisce certi particolari racconti piuttosto che altri più celebrati, ed anche perché solo una certa canzone si fa strada nei nostri ricordi e ci resta per anni o per tutta la vita.
Nella mia piccola città degli anni Settanta, non diversamente da molti altri ragazzi della mia generazione, nel breve spazio d’un decennio sono stato redattore unico di un giornale locale, presidente della consulta giovanile, responsabile del decentramento teatrale, operatore di cineforum (prima che una fatidica frase di Nanni Moretti li colpisse al cuore, distruggendo una delle esperienze insostituibili della vita di provincia) consigliere comunale e presidente della biblioteca, fino a quando, verso i trent’anni, sono ridiventato semplicemente un lettore senza chiedere altro.
Ho sempre pensato di scrivere,almeno da quando mi ricordo, e per molto tempo ho associato la scrittura solo alla letteratura. Se qualcuno mi avesse predetto che avrei scritto libri di storia, sarei stato il primo a non credergli. Se mi sono trovato,diversi anni dopo, a far parte del Centro di studi storici Guglielmo Gentili, la circostanza non dipende da una passione per la storia che non mi appartiene, ma è dovuta a una scelta culturale e politica.
Occuparsi di storia significa cercare risposte a certe domande che non riguardano affatto il passato, ma il presente e i progetti circa il futuro, perché la storia - non credete ai proverbi - non è mai stata maestra di vita: perciò non possiamo cercare nel passato insegnamenti validi per il presente, al contrario, sono proprio gli interrogativi della vita attuale a sollecitare una rilettura dei fatti passati da un diverso punto i vista. L’avanzata quasi inesorabile della società della dimenticanza e la rapidità del processo di distruzione della memoria storica sono aspetti davvero preoccupanti del tempo che viviamo, e il tentativo di conservare una memoria storica difende il nostro diritto di possedere (ed esercitare) una coscienza critica.
Credo che nel processo di formazione della coscienza sia decisiva, insieme alla crescita della identità personale, anche la possibilità del riconoscimento sociale:tutti noi siamo ciò che siamo anche perché siamo parte di una comunità che ha percorso un lungo viaggio nel corso dei secoli, e vissute le particolari esperienze che ci hanno formati e cambiati, ma per saperlo occorre ricordarlo.
Nel 1997 ho scitto Appunti per una storia di Melzo (pubblicato nel 1999 col titolo Breve storia di Melzo nel volume Melzo, la sua storia e i suoi monumenti (ora anche in rete sui siti internet del comune e della biblioteca di Melzo) e nello stesso anno è uscito La biblioteca Casanova, racconto della storia segreta
di un industriale che per tutta la vita aveva sognato soltanto di leggere.
Per la stessa collana Fonti di Storia melzese ho scritto con Piery Resigotti Rastelli anche Storia di Ettore Rastelli, uscito nel 2001. Fino ad ora è il mio libro che ha venduto più copie, per esclusivo merito della vicenda presa in esame e della figura straordinaria della mia co-autrice.
Presso la Biblioteca di Melzo si trovano anche Biblioteche e lavoro culturale (inedito, 1982) una riflessione, oggi molto datata, sulla gestione delle biblioteche pubbliche, e un fascicolo intitolato I fatti accaduti a Melzo il 20 settembre 1897 nei resoconti della stampa (inedito, 1999) dove ho raccolto gli articoli del Corriere della Sera e dell’ Avanti! sui gravi fatti di sangue accaduti quel giorno e sulle vicende processuali successive.
Nell’ottobre 2002 ho pubblicato, in due volumi, Storia di Melzo dagli inizi alla fine dell’Ottocento, finalmente emergendo da una lunga ricerca d’archivio, da molte esitazioni e dalla dura lotta privata e feroce per giungere, dopo alcune revisioni e molti ripensamenti, al suo testo definitivo.
Nel 2006 ho scritto, con Angelo Chiesa, La popolazione di Melzo dall'Unità ad oggi, secondo titolo dei Quaderni del Novecento, la nuova collata che il Centro Studi Guglielmo Gentili vuole dedicare allo studio dell'ultimo secolo: una serie di testi
che il nostro comune ha scelto di pubblicare e che nei prossimi anni intendiamo proseguire.
Le pagine di questo blog intendono discutere e commentare certi fatti di Melzo dal mio punto di vista, ma anche suggerire un'idea d'insieme della mia produzione, dei lavori in corso e dell'attività del Centro Studi Guglielmo Gentili di Melzo, che spero possano suscitare l'interesse e la curiosità dei lettori e sollecitare qualcuno a scrivermi, non solo per partecipare al dialogo, ma anche per darmi un'idea o per segnalare la propria disponibilità a condividere ciò che stiamo facendo.
In un'altra pagina del sito, infine, ho trascritto un articolo di Alessandro Carrera pubblicato dalla rivista Poesia. Vi consiglio di leggerlo, anzitutto perchè è molto bello, ma anche perchè lo spunto di partenza è costituito dal mio libro La Biblioteca Casanova e anzitutto dal suo singolare protagonista.
Leggi l’articolo “Alla ricerca del lettore assoluto” di A. Carrera
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