Ho concluso la prima parte con una domanda, e stavolta intendevo cercare anzitutto un modo “politicamente corretto” di trovare la risposta. Ma negli ultimi giorni è accaduto qualcosa che merita la precedenza. Per comprendere bene i fatti però dobbiamo fare, come si diceva una volta, un passo avanti e due indietro.
Ricordo che diversi anni fa, nel mondo politico melzese, si faceva notare da più parti che il nostro comune rappresentava, rispetto ai risultati elettorali italiani, un campione molto attendibile. Da tempo non è più così. Una realtà politica che sembrava bloccata, immobile, quasi muta, quasi atrofizzata, come se fosse incapace di rispondere alle esigenze di novità e di ricambio, stava preparandoci una grande sorpresa, un colpo di coda, un segnale forte di insofferenza, un soprassalto di vitalità che si univa a una forte richiesta di cambiamento.
Le elezioni comunali del 2004 hanno modificato in profondità il quadro politico locale. Da un lato c’era un centro-sinistra che (per responsabilità quasi interamente sue) aveva perduto il comune dopo oltre trent’anni ininterrotti di governo, e dall’altro un centro-destra che non era riuscito ad arrivare nemmeno al ballottaggio. Per entrambe queste alleanze pareva dunque evidente la necessità urgente di fare autocritica, di comprendere gli errori commessi per poter ripartire. Mentre i contendenti tradizionali, sconfitti in modo inatteso e bruciante, venivano confinati all’opposizione, il centro della scena veniva occupato, con la maggioranza assoluta, da un gruppo di attori politici inediti, in gran parte inesperti, premiati quasi inaspettatamente dal proprio proposito di innovare il quadro politico locale, cioè di cambiare, anzi di rivoltare come un calzino le abitudini e le regole non scritte della politica cittadina, un gruppo che armato di una buona dose d’incoscienza dichiarava subito di voler governare da solo, e fino a questo momento l’ha fatto.
Non so dire se dopo il voto del 2004 ci sia stata autocritica nel centrodestra, (non so parlare di qualcosa che non conosco) ma credo che abbia imparato almeno due lezioni: non affrontare più le elezioni senza avere un candidato unico (Sabbioni non sarebbe mai diventato sindaco se la Lega Nord non avesse presentato una sua lista, sottraendo decisivi consensi al candidato Paramatti) e senza avere un candidato forte. Perciò si può prevedere che la prossima volta questa parte politica non ripeterà quegli errori. I recenti dissensi esplosi sul piano nazionale rendevano, fino alla caduta del governo Prodi, questa l’eventualità molto problematica, ma adesso la crisi politica farà prevalere le ragioni unitarie della destra sia al centro sia alla periferia. Nei cinque anni del passato governo Berlusconi le varie componenti hanno sempre dimostrato assoluto realismo nel comporre tutte le differenze in nome della necessaria unità d’azione, e ci possiamo attendere che anche in questa occasione faranno altrettanto. Quando all’identikit del prossimo candidato, sembra facile immaginare che nel 2009 verrà proposta una figura capace di far rientrare all’ovile, per così dire, soprattutto quei molti e determinanti voti di organizzazioni confessionali che nel 2004 hanno preferito votare Sabbioni. Se non altro, perché insistere nei vecchi errori sarebbe suicida.
Per quel poco che invece credo d’avere capito, il centro sinistra (almeno nelle sue due componenti principali (che fino a poco tempo fa si chiamavano Margherita e DS) non ha fatto autocritica, o meglio, se preferite, ha provato a farla, ma senza riuscire a mettersi d’accordo sulla sola diagnosi che sarebbe risultata utile. Non c’è dubbio che analisi, discussioni, rimproveri e anche forti lacerazioni abbiano riempito le settimane ed i mesi post-voto, conducendo (per la prima volta dopo molti anni) al forzato avvicendamento di molti degli ex-quadri dirigenti, anzitutto DS, ma ho la forte impressione che tra tutte le spiegazioni parziali, illusorie o sbagliate che ho sentito pronunciare sia mancata proprio la risposta più radicale e più drammaticamente vera, quella stessa che nella prima “puntata” ho definito “una progressiva e sempre più grave incapacità di ascolto e perciò una decisiva crisi di rappresentanza” nei confronti di una città molto cambiata, da parte di “una classe politica che specialmente negli ultimi anni si era dimostrata incapace di rinnovarsi”.
A distanza di oltre tre anni, i due principali spezzoni di quel centro-sinistra hanno iniziato un cammino nuovo e si sono uniti nel Partito Democratico. Non si può, perciò, non essere d’accordo con Enrico Prina, che nel suo commento alla mia prima “puntata” ha osservato: “C’è voluta una forte spinta esterna per vincere l’inerzia e muovere i primi passi verso quell’auspicabile rinnovamento al quale anch'io guardo con interesse”.
Questa incapacità di cambiare, se non come conseguenza di ineluttabili eventi esterni, sembra confermata, indirettamente, anche dalla circostanza che fino a questo momento il locale Circolo del PD, che pure esiste da diversi mesi, non ha ancora trovato il tempo e il modo di farci conoscere non tanto i futuri programmi (in questa fase politica sarebbe stato chiedere troppo) ma almeno il proprio sommesso punto di vista sulle questioni di maggiore attualità cittadina. Ed è stato in questo troppo silenzioso e prudente quadro che pochi giorni fa, domenica 27 gennaio, gli iscritti melzesi del nuovo partito sono stati chiamati a votare per eleggere i componenti del direttivo ed il segretario.
Voglio spiegarmi bene prima di proseguire. Il PD eredita, a Melzo, una tradizione di governo lunga e complessa e un passato prossimo pieno di contraddizioni; deve partecipare a una corsa a tappe dal percorso molto impegnativo, dove i primi traguardi sono tutti in salita, e anzitutto deve costruire la sua nuova casa su un terreno non esente da alcune macerie che ha il compito, complicato, di sgombrare al più presto.
La sinistra degli anni Settanta aveva immaginato (e in gran parte anche formalizzato, con il piano regolatore Tutino) il progetto alto, coerente e ambizioso di una città industriale che non è mai diventata realtà. La sinistra degli anni Ottanta, erede di quel progetto e incapace di realizzarlo in un quadro che cambiava rapidamente, non aveva prodotto alcun tentativo di aggiornamento, fino a constatarne, senza colpo ferire, il definitivo arresto attraverso la peggiore crisi occupazionale del nostro dopoguerra. Infine, ormai abbandonato ogni più ambizioso disegno di cambiamento, le più recenti coalizioni di centro-sinistra e segnatamente la gestione Barbaro si erano dedicate alla cosiddetta difesa del territorio e alla gestione dei servizi, con risultati complessivamente migliori sul secondo versante rispetto al primo. Sono stati, senza dubbio, gli anni più difficili, gravemente segnati dalla de-industrializzazione e dalla cosiddetta rivincita del privato, ma l’intero centro-sinistra locale (con o senza trattino) se possibile ha perfino amplificato tutti i difetti della politica nazionale, navigando a vista, chiuso nelle proprie logiche e nelle sezioni sempre più vuote, infastidito da tutte le sollecitazioni e le critiche, sospettoso del nuovo e dell’innovazione, non riuscendo mai a regalare alla propria città un solo atto di generosa fantasia politica, un solo slancio d’immaginazione.
Da un partito, perciò, che partendo da questa eredità importante ma anche ingombrante oggi si propone di essere nuovo – e che piuttosto incoscientemente già si definisce tale - io mi ero aspettato che ancora prima del 27 gennaio ci avrebbe detto, con grande chiarezza e al più presto, almeno qualcosa di assolutamente preliminare: di avere capito la lezione, e di voler cambiare, e in che modo. Non l’ha fatto, e io credo che abbia sbagliato.
Si sa che la semina rappresenta la condizione preliminare di ogni raccolto.
Prima di seminare però occorre preparare il terreno, dissodarlo (cioè rompere le zolle e togliervi tutte le erbacce) ed ararlo. Queste operazioni sono indispensabili, e richiedono ogni attenzione ed infinita cura.
Voglio dire che da parte di un partito davvero nuovo ci sarebbe bisogno di un nuovo approccio a prescindere, dichiarato prima dei programmi stessi, e questo approccio dovrebbe essere:
“Ci rendiamo conto che dobbiamo voltare pagina, che abbiamo bisogno di un modo diverso di fare politica prima ancora che di una nuova proposta politica, e la nascita di questo partito rappresenta, per noi, un’occasione preziosa ed unica, che non vogliamo lasciarci scappare. Abbiamo bisogno dei giovani, dell’incoscienza e della fantasia dei giovani, dell’apporto di una nuova generazione per costruire una nuova classe dirigente. Perciò abbiamo deciso di chiamare a far parte del consiglio melzese del PD un gruppo di persone nuove, volenterose ed appassionate, escludendo coloro che, pur ricchi di grande esperienza, non potrebbero fare altro che suggerire alla nostra città l’immagine di un impossibile ritorno al passato, lo stesso che i cittadini-elettori hanno già bocciato e non potrebbero più, in alcun modo, accettare. Né tantomeno, lo diciamo anche se è del tutto ovvio, cercheremo fra i vecchi dirigenti il nome del futuro candidato-sindaco”.
Perché questa eventualità, aggiungo io, rappresenterebbe un progetto di suicidio politico ancora più efficace di quell’altro.
Non voglio dire che questa sarebbe stata una scelta facile, eppure credo fosse indispensabile, se davvero il PD vuole proporre le novità, le aperture e il coraggio dell’innovazione che sono scritte nella sua carta dei valori e si ascoltano negli affascinanti discorsi del suo leader nazionale. Non si trattava, come può capire chiunque non sia prevenuto e non abbia le fette di salame sugli occhi, di mettere in discussione capacità, impegno, rettitudine e valore delle persone che una scelta simile avrebbe coinvolto, ma di compiere un atto politico semplice, necessario e qualificante.
Qualche sera fa, per esempio, ho ascoltato Fausto Bertinotti rispondere a una domanda sul suo futuro politico con queste parole: "E' bene che occhi nuovi guardino il futuro". Quindi il Presidente della Camera ha aggiunto:"Uno come me non abbandona mai la politica, ma c'è un modo di farla che è quello di dar consigli, di studiare, di impegnarsi anche dalla quinta o dalla sesta fila”.
Aggiungo, infine, che in questo diffuso clima di “partito all’americana” sul quale pure ci sarebbe molto da discutere, occorreva almeno ricordare la dura, inflessibile, semplicissima regola che laggiù viene sempre applicata: “chi perde va a casa”.
Bene, niente di tutto questo è avvenuto. Qualcuno, nei mesi scorsi, ha lavorato molto, ma in silenzio, per preparare la giornata del 27 gennaio nella quale, anche a Melzo, il PD avrebbe dovuto nascere. Qualcun altro ha lavorato in silenzio con altri e più “concreti” scopi. Quanto hanno pesato, quanto peseranno in futuro quei due, contrapposti silenzi?
Domenica 27 gennaio, come si poteva prevedere abbastanza facilmente ma non certo nelle forme per così dire “estreme” che i presenti hanno constatato, alcuni individui hanno scelto di organizzare l’assalto alla diligenza, che non è solo un classico del cinema, ma è anche il più abusato dei metodi di quanti, rifuggendo il civile confronto democratico, affermano nei fatti una concezione della politica come strumento di potere. Nel caso specifico, è stato il metodo scelto per una operazione di potere e rivalsa che senza usare termini molto crudi è perfino difficile definire. “In politica non c'è niente di spregevole” diceva Disraeli, perché “Non importa se un gatto è bianco o nero, finché cattura i topi”. Non so se gli autori dell’assalto conoscano questa vecchia frase di Deng Xiiaoping, ma certo la mettono in pratica. Regalo loro, per provare a rifletterci sopra, quest’altra: “Gli animali e gli uomini politici non sanno di essere mortali”, ed infine questa: Molti dei nostri uomini politici sono degli incapaci. I restanti sono capaci di tutto.
Ma che cosa è accaduto? Pare che nei giorni precedenti il voto siano giunte da Melzo alla commissione elettorale un centinaio di richieste di iscrizione al partito, tutte insieme, e tutte provenienti da un fax dell’Ospedale di Melzo. Questi iscritti dell’ultima ora non avevano partecipato alle primarie del PD svolte ad ottobre, ma ora intendevano votare a Melzo per l’elezione degli organi politici. Secondo la denuncia di alcuni iscritti al PD, tra i quali l’ex segretario locale dei DS, la domenica mattina, davanti al seggio elettorale posto in municipio, alcuni di questi elettori ricevevano i 5 euro previsti per accedere alle votazioni: secondo questi testimoni, quindi, si trattava di voti comprati. Con perfetta sincronia, intanto, nell’assemblea elettorale spuntavano anche i candidati last-minute che sarebbero stati votati dagli iscritti last-minute. Evito, per decenza, di insistere sulle fasi successive del putiferio esploso davanti al seggio, con minacce di denunce penali e richieste di invalidare le elezioni in corso. Tutto questo lascia prevedere che ci sarà un pronunciamento ufficiale da parte degli organismi superiori del PD, una decisione che sarà interessante conoscere perché segnerà in ogni caso le prossime vicende del partito in sede locale.
Che cosa dire, di fronte a tutto questo? Alcuni degli stessi iscritti melzesi hanno subito giudicato in modo assai lucido, in termini duri e molto preoccupati, questo tentativo d’assalto, parlando, nell’ordine, di amoralità dei comportamenti, di ostinata cura dei propri interessi personali, di assoluta indifferenza sia rispetto al progetto del PD, sia di fronte alle regole del confronto politico: questi guastatori non amano la riflessione e la discussione, votano soltanto. Non c’è dubbio, infatti, che l’assalto alla diligenza abbia inferto un danno molto grave all’immagine del nuovo partito, delegittimando, al di là dell’esito o della validità del voto, i nuovi organismi locali, così come pare evidente l’offesa recata a tutti gli altri iscritti, a chi dedica il proprio impegno a realizzare il progetto del PD ed investe sui valori nei quali crede. “Per quanto navigato non mi aspettavo una occupazione del potere così spudorata e deplorevole” ha commentato uno dei candidati del 27 gennaio “e così contradditoria con i valori condivisi”.
Queste osservazioni, condivisibili, non bastano. Occorre cercare di andare oltre, per capire, al di là delle vicende interne di un partito politico, che cosa questa triste vicenda possa insegnarci, e che cosa ha cambiato nel quadro politico della nostra città, che è ciò che davvero ci importa.
Credo si possano scrivere, per adesso, tre cose:
1. Sulla situazione del PD di Melzo.
Nei giorni scorsi si è osservato: “C’è chi con sofferenza ha deciso per lo scioglimento del proprio partito d’origine per costruire qualcosa di più grande, e vive ora lo smarrimento di chi, improvvisamente, scopre di non avere più una casa”. Non sono del tutto d’accordo. Perché, non possiamo dimenticarlo, quando la sera del 27 gennaio si sono contate le schede si è scoperto che l’assalto alla diligenza, in sostanza, è fallito, e che il "vero popolo del PD", quello delle primarie di ottobre, quello dei semplici iscritti che credono nel progetto, ha saputo bloccare con il proprio libero voto l’aggressione degli iscritti e dei candidati last minute. Nel consiglio melzese che in attesa dell’esito dei ricorsi risulta provvisoriamente eletto i rappresentati dei guastatori sono risultati, mi dicono, in minoranza. Non è certo un risultato brillante per chi si è esposto in prima persona convinto di vincere con i propri metodi destabilizzanti, ma oggi si ritrova con le pive nel sacco. Non è certo un risultato tranquillizzante nemmeno per chi ha vinto le consultazioni, ma si trova a gestire una situazione nella quale la confusione è al massimo, con un consiglio ancora sub-judice che attende le decisioni degli organismi di controllo. Ma almeno un fatto è assolutamente certo: se gli aggressori, nonostante tutto, questa volta hanno perso, significa che certi metodi del passato per fortuna appartengono definitivamente al passato, e che oggi, nella nostra città del gennaio 2008, nessuno può ancora pensare di conquistare il potere in un partito al di fuori e al di sopra delle regole democratiche, del confronto aperto e pubblico; significa che nessuno può più comandare dentro un partito contro la sua anima, che è l’anima dei suoi iscritti, e contro le speranze di quelli che nonostante tutto continuano a credere all’impegno politico come responsabilità comune e come progetto.
Consentitemi una testimonianza personale. Verso il PD per adesso il mio punto di vista è quello di stare a guardare, perché mantengo e conservo una serie importante di perplessità e di riserve. Ho votato nelle primarie di ottobre, perché mi sembrava importante parteciparvi e perché quel voto non implicava automaticamente alcuna forma di iscrizione al nuovo partito. Di conseguenza avevo deciso di non votare il 27 gennaio, proprio perché questo secondo voto, al contrario del primo, mi avrebbe fatto considerare un iscritto al partito. Ma quel giorno, all’ora di pranzo, mi hanno telefonato due amici, con toni accorati, indignati, raccontandomi che cosa stava accadendo e pregandomi di andare a votare, subito, senza stare a pensarci, per contribuire a respingere l’assalto alla diligenza. Ho pensato che fosse una richiesta da accogliere, per dare un minimo contributo personale all’affermazione di un principio e, insieme e all’opposto, per impedire l’assalto alla diligenza, per opporsi a chi vede la politica da un punto di vista esattamente e specularmene opposto al mio, per compiere un semplice atto di generosità politica che, al di fuori dei calcoli personali, risulti utile a tutti. Non ci ho più pensato, mi sono messo le scarpe, il cappotto, sono andato in municipio e ho votato. Non ho votato a favore di qualcuno, ho votato anzitutto contro qualcun altro. Mi è sembrato importante farlo, mi è sembrato urgente, necessario e giusto. Dopo il voto mi hanno consegnato un attestato di fondatore del PD che ho portato a casa e ho lasciato sul tavolo. Su di esso, prima o poi, dovrò fare una riflessione, perché non esprime affatto compiutamente né chi sono né che cosa penso, ma in quel momento ho pensato che non fosse importante. Quando ho saputo che l’assalto alla diligenza era fallito, ho pensato di aver fatto bene a votare, e ringrazio quei due amici che me l’hanno chiesto.
2. Sulla politica, non solo a Melzo.
Mi è venuta in mente un’antica parabola. C’era un uomo che aveva seminato il proprio campo con dei buoni semi di grano, “ma mentre tutti dormivano venne il suo nemico, seminò zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: Padrone, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene dunque la zizzania? Ed egli rispose loro: Un nemico ha fatto questo. Lasciate che l'una e l'altro crescano insieme fino alla mietitura e allora dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio".
Il testo contrappone il seminatore del giorno all’uomo della notte, l'avversario che arriva col buio e lavora nell’ombra. Solo al momento del raccolto diventa chiaro chi ha lavorato per il bene comune e chi per opprimerlo. Per far crescere un progetto non basta coltivarlo; bisogna anche difenderlo dai seminatori di zizzania, dalle turbolenze della vita politica. Gli uomini di buona volontà del PD sono stati molto imprevidenti e adesso guardano desolati la zizzania che invade quel campo che avevano seminato, ma può almeno confortarli che l’assalto alla diligenza sia fallito,
e che la loro casa sia ancora in piedi. Possono ancora combattere in nome di una concezione pulita della politica come impegno e come servizio. Possono dimostrare che si può fare a meno degli uomini della notte, e che senza i seminatori di zizzania il confronto politico diventa più facile, utile, dignitoso. Se però pensiamo ancora per un momento a quella vecchia parabola, occorre aggiungere che gli uomini del PD, a questo punto, non possono permettersi di fare come il seminatore, che per separare il grano dalla zizzania era disposto ad attendere fino alla mietitura. Non ne hanno il tempo. Al contrario, ora devono rompere subito il silenzio, e pronunciare le parole chiare cui finora avevano rinunciato. Di più: devono accompagnare i loro ricorsi alla commissione elettorale di controllo con una esortazione: “Fate presto, oppure ce ne andremo via tutti”. Giunti a questo punto, altre esitazioni prudenti sarebbero incomprensibili.
Si ricordino di questa splendida frase di Menchen: “La cura per i mali della democrazia è più democrazia”. La scrivano sui muri della loro sezione, se la stampino in mente. Ci pensino, quando si sentiranno cadere le braccia. E’ la frase cui siamo sempre chiamati a credere, dovunque siamo, qualunque cosa abbiamo deciso di fare, nel lungo cammino che riguarda tutti.
3. Gli altri.
Le altre forze politiche democratiche di Melzo oggi possono scegliere tra due diverse opzioni: denunciare l’accaduto, amplificarne il significato, ricavare un vantaggio di posizione segnalando l’inaffidabilità altrui: in una parola, cavalcare lo scandalo. Oppure proporre una riflessione aperta, coraggiosa, non scontata, non precostituita, sul tema dell’etica nella politica, che a sua volta è un aspetto del grande tema della democrazia. Spero scelgano la seconda strada, anche se è un percorso difficile e dall’esito non scontato, perché questo tipo di riflessione richiede, anzitutto, quella merce sempre più rara che si chiama disponibilità e capacità di autocritica.
Non c’è spazio per aggiungere altro.
lunedì 4 febbraio 2008
Iscriviti a:
Post (Atom)