venerdì 25 aprile 2008

Verso le elezioni amministrative - 4 - Sulla classe dirigente

La città ereditata nel 2004 dalla nuova maggioranza delle liste civiche era (ed è ancora) contraddistinta, in estrema sintesi, da un’economia orfana delle grandi fabbriche ma incapace di attrarre le nuove imprese del terziario avanzato, e da una popolazione attiva in gran parte composta da pendolari in uscita; una comunità dall’età media sempre più alta e cresciuta solo di 210 abitanti nei dodici anni dal 1991 al 2003; una società come sempre operosa, ma più eterogenea e perciò con poca memoria e senza più identità culturali evidenti: un paese con pochi progetti e passioni, con poca vita fuori dalle case, con le strade e le piazze semivuote, con poca vivacità culturale.
Un paese, in più, che aveva di fronte due grandi emergenze, una esterna e l’altra interna al nostro abitato, entrambe difficilissime da affrontare e risolvere: da una parte i progetti, incombenti, relativi ai tracciati della Brebemi e della nuova tangenziale, dall’altra le ferite, invasive, lunghissime, provocate dal laborioso raddoppio dei binari della ferrovia coinciso con l’abbattimento della vecchia stazione, ed accanto, incombenti, opprimenti, le cupe rovine della vecchia Galbani in disfacimento, mix davvero orribile e desolante di muri sfondati e pencolanti, cavi oscillanti, muffe e ruggini di ogni colore, vecchi muri sopravvissuti lasciati a marcire e abbandonati alle scorrerie dei topi – emergenza, quest’ultima, che pareva infinita e che suscitava, in ognuno di noi, una dose di malinconia difficilmente evitabile, proponendo anche al viaggiatore casuale, anche al passeggero distratto che guarda dal finestrino del treno, tristi analogie inevitabili coi quartieri bombardati di Beirut, oppure, correndo all’indietro coi brutti ricordi riemersi dalla memoria storica della nostra gente, con le immagini di un passato lontano finito per sempre.
Chiamato a dare queste complicate risposte era, come si è già detto, un nuovo gruppo dirigente melzese, formatosi nella società civile, al di fuori dei partiti tradizionali e, per diversi motivi, in contrapposizione al loro sistema di regole e di riferimenti politici. Un gruppo di provenienza in gran parte cattolica e legato alla rete di associazioni che in questi anni hanno non di rado rappresentato la parte più attiva e vivace della società cittadina. Si era presentato alle elezioni comunali cinque anni prima, ottenendo un discreto “successo di minoranza”, ma nel 2004, dopo un contatto (subito fallito) con il centrosinistra melzese per valutare le possibilità di una alleanza, si è ripresentato e ha fatto clamorosamente saltare il banco, “mandando a casa” quegli esperti “politici di lungo corso” che troppo sicuri di vincere avevano pronunciato nei suoi confronti certi malaccorti giudizi (“quàter fioeu de l’uratòri”, per chi ricorda il dialetto) rivelatisi davvero improvvidi ed infelici.
Questa circostanza – la sostituzione per molti versi improvvisa di un gruppo dirigente che, in sostanziale continuità, aveva governato Melzo per più di trent’anni – ci porta infine ad affrontare quel tema che, avendoci riflettuto un poco in questi anni, sono portato a considerare come davvero centrale, nevralgico, fondamentale, per chiunque abbia a cuore il futuro della comunità in cui vive: quello, in una parola, della sua classe dirigente.

Due.
Molte delle ragioni che spiegavano Ia trentennale prevalenza elettorale della sinistra, a Melzo come altrove, erano rintracciabili facilmente se guardiamo per un solo momento alla nostra vicenda storica lungo il Novecento. Un paese legato a doppio filo alla presenza e allo straordinario sviluppo di due grandi fabbriche casearie, che ha segnato, per una molteplicità di motivi, la vicenda sociale dei suoi abitanti.
Durante il fascismo la classe dirigente melzese viene espressa direttamente dalla Galbani, che perciò non rappresenta solo l’incontrastato potere economico ma anche quello politico: Achille Invernizzi è vice presidente della Banca Commerciale Italiana, diventa Presidente della Centrale del Latte di Milano e della Federazione degli Industriali Fascisti, quindi assume direttamente, nel 1938, la carica di Podestà di Melzo. Rinaldo Invernizzi promuove la costruzione della Casa del Popolo che la famiglia dona al Comune di Melzo ed è inaugurata con ogni possibile solennità il 6 ottobre 1934 in occasione della visita a Melzo del Duce. Elvezio Ardiani diventa Commissario prefettizio alla Podesteria di Melzo nel 1943.
Dal dopoguerra agli anni Sessanta, Melzo è democristiana, con un gruppo dirigente mutuato in parte dalla guerra di liberazione, in parte proveniente dalle Acli e dalla parrocchia: è la classe politica che accompagna il paese, in un lungo percorso fatto di luci ed ombre, ma sostanzialmente con competenza e buon senso, lungo il processo di ricostruzione e negli anni dello sviluppo, fino ad esaurire il proprio ruolo guida negli anni Sessanta (i peggiori nel bilancio complessivo di quella esperienza, con molti cedimenti agli interessi privati soprattutto in materia urbanistica) per concludersi nei dintorni del ‘68. A quel punto si impone un gruppo dirigente nuovo, composto dagli uomini della sinistra “storica” che si erano formati, nei partiti e nei sindacati, negli anni “difficili” delle lotte operaie, e in quell’ambito si erano conquistati un seguito, un prestigio, un ruolo di “avanguardia militante” che ora potevano trasferire direttamente nelle istituzioni, come rappresentanti di una società civile di matrice essenzialmente operaia. Ercoli, Bertolli, Codazzi, Berni. Si deve a loro il “progetto” di città elaborato dalla sinistra nei primi anni Settanta che, in buona sostanza, sta alla base della vicenda urbanistica, industriale e sociale melzese fino allo scadere del secolo. Quegli uomini saranno gradualmente sostituiti da altri: Riva, Aloardi, Paladin e Barbaro.
La città intanto sta cambiando, si sta trasformando. La simbiosi tra paese e fabbrica che aveva segnato Melzo a partire dagli anni Trenta fino ai Settanta si allenta, poi si sgretola, così come svaniscono e si svaporano quella lunga cultura, quel profondo senso di appartenenza e di condivisione che dalla quotidianità concreta dell’esperienza operaia si trasferivano direttamente in ogni altro ambito dell’esperienza sociale e comunitaria. Una comunità che nel breve volgere di pochi anni diventava rapidamente post-industriale (con la perdita di 1200 posti di lavoro negli anni 1971-81, quindi di altri 900 nei tre anni dall’81 all’84) stava anche profondamente modificando la struttura stessa della propria popolazione, e così, giorno dopo giorno, crescevano l’importanza ed il peso di soggetti nuovi e diversi “per esperienze, storie, tradizioni, bisogni, ma anche per comportamenti, tempi e usi dello spazio urbano, oltre che, infine, per le aspettative nutrite nei confronti della città stessa”.
Se ho citato, volutamente, tre righe del libro che ho scritto con Angelo Chiesa due anni fa (“La popolazione di Melzo dall’unità ad oggi”) è per ricordare che la sconfitta di una classe dirigente e la sua sostituzione con un’altra non avvengono quasi mai per caso: mentre l’identità sociale egemone declinava e spariva, si esauriva anche la capacità dei vecchi dirigenti locali di leggere il cambiamento; restava loro solo l’esperienza, la pratica di trovare soluzioni ai vari problemi emergenti, ma ormai mancavano la capacità e forse anche la voglia di rimettersi in ascolto per “ripensare” la città e la sua qualità di vita, oppure, più semplicemente, questa esigenza non veniva colta.

Tre.
Qui stiamo parlando della classe dirigente “politica”. La classe dirigente tutta intera invece comprende un gruppo molto più vasto, eterogeneo e “liquido”, perché non dovrebbe avere ruoli stabiliti per sempre: sono le persone che si trovano ai vertici dei gruppi e dei settori sociali dove si prendono le decisioni importanti oppure dove si influenza maggiormente l’opinione pubblica. Per capirci, ne fanno parte gli amministratori delegati delle grandi aziende ma anche i vertici sindacali, i direttori dei giornali ma anche gli attori di successo. Lo stesso concetto di “classe dirigente”, detto tra parentesi, è piuttosto recente: nelle “dottrine ortodosse” della sociologia e della storia politica ed economica si parlava di “classe dominante” o di “elites”, ma oggi gli studiosi preferiscono questo termine nuovo, che è meno ideologico e più elastico. Quando si parla di classe dirigente, perciò, ci si riferisce a una questione molto vasta e complessa, che qui non possiamo compiutamente affrontare, ma soltanto accennare.
Si è detto spesso che nella storia italiana, a differenza di quella degli altri grandi stati europei, i comportamenti della classe dirigente si sono spesso manifestati come separati ed estranei rispetto alle grandi svolte delle vicende nazionali. Questo giudizio, emesso soprattutto dalla storiografia marxista, è vero nella sostanza ma non del tutto, se pensiamo che in alcuni momenti essenziali della nostra storia contemporanea - nel periodo dell'unificazione, in quello della resistenza e della costituente, e in certa misura anche nel periodo dello sviluppo industriale, nella fase del cosiddetto miracolo economico – le classi dirigenti italiane sono state all'altezza del loro compito. Sono stati, quelli, anche momenti di grande cesura e di cambiamento e quindi anche di ricambio delle classi dirigenti, con l'emergere di nuove generazioni. Ma non c’è alcun dubbio che in altre fasi storiche altrettanto importanti – si pensi agli anni dopo la fine della prima guerra mondiale e all'avvento del fascismo, attraverso l'eclisse delle èlites liberali – il ruolo delle classi dirigenti si manifestò in chiave molto negativa e antidemocratica. Ci sono state cioè, in Italia, crisi di regime che hanno pensionato e travolto pezzi importanti delle classi dirigenti, soprattutto politiche ma in subordine anche amministrative, ma altre svolte non meno decisive nelle quali è accaduto il contrario: si pensi solo a quel pezzo importante delle classi dirigenti fasciste che, dopo il 1945, rimase tranquillamente al suo posto.
Secondo la teoria liberale, il potere oggi si allarga: siamo sempre più in presenza di una “microfisica del potere”. Non ci sono più Palazzi d'Inverno dai quali si dirige tutto, perciò è sempre più difficile parlare di potere al singolare e di “classi dominanti” secondo la teoria classica , ed è molto più realistico parlare di poteri al plurale e del loro continuo diffondersi e complicarsi, ed occorre prendere in considerazione, di conseguenza, anche il continuo ampliarsi e complicarsi delle classi dirigenti stesse. Se fosse vero, come diceva Montesquieu, che sono i poteri che limitano il Potere, allora più crescono le classi dirigenti, più il potere perde assolutezza e si diffonde. E perciò, in teoria, più una società dimostra una molteplicità di classi dirigenti, diverse perchè gestiscono poteri diversi, più il suo tasso di democrazia dovrebbe crescere. Secondo Schumpeter, la selezione delle classi dirigenti avviene con le stesse regole dell'economia di mercato, e dunque dovrebbe scegliere gioco forza i migliori. Se però guardiamo alla realtà storica italiana, ciò non sembra affatto accadere.
La nostra classe dirigente – lo dimostrano anche i risultati di una ricerca molto recente, svolta dall’università Luiss Guido Carli - stabiliscono che la nostra classe dirigente si distingue soprattutto per vecchiaia e clientelismo, e quasi sempre vi si appartiene per parentela o cooptazione anziché per merito. Se c’è una pratica diffusa in tutti gli ambiti, è quella di privilegiare la fedeltà rispetto alla capacità e di premiare, invece del merito, anzitutto lealtà e conformismo. Anche nella percezione pubblica i nostri leader, non solo quelli politici, mancano di visione strategica, di capacità decisionale e di innovazione, ma soprattutto di senso della moralità e di responsabilità pubblica e sociale. Il giudizio negativo, molto diffuso, investe anzitutto la classe politica. Ma davvero sorprendente è l’opinione dei leader intervistati, che nella maggior parte dei casi non si riconoscono affatto come appartenenti al ceto dirigente del Paese, verso il quale anzi non risparmiano le critiche ed a cui spesso si proclamano estranei. Una classe dirigente che si sente esterna ed estranea alla responsabilità del potere non riesce, evidentemente, a identificarsi con l'interesse generale ed a dimostrare responsabilità sociale. «Quando in Italia si dice che c'è bisogno di classe dirigente si intende dire che c'è bisogno di un nuovo governo. E invece artisti ed amministratori, magistrati, giornalisti e sindacalisti, e non solo gli imprenditori, sono classe dirigente tanto quanto i nostri governanti”. Anche quando, aggiungo, non si sentono tali.
Proprio se guardiamo alla microfisica dei ruoli dirigenti nella nostra società attuale, come ci propongono di fare gli studiosi delle democrazie liberali, oltre alla gerontocrazia diffusa che appare evidente, salta agli occhi la difficoltà obiettiva dei giovani ad accedere non solo alle classi dirigenti, ma alle stesse carriere. Lo si vede all'Università, nelle aziende, nella politica e nelle professioni, ma anche nel mondo del giornalismo e dei media, proprio mentre nelle altre nazioni le cose vanno molto diversamente. Sembra, insomma, che buona parte della “vera” e “diffusa” classe dirigente italiana (non i veri, e molto ristretti, centri del potere economico, che sanno molto bene quello che vogliono, che di solito corrisponde a ciò che fanno) sfugga al proprio ruolo: preferisce di gran lunga occuparsi del potere da acquisire, mantenere e difendere nel proprio ambito, mentre è assente ingiustificata quando deve esercitare responsabilmente il proprio ruolo di guida e, per usare una formula che mi piace molto, di “cittadinanza attiva”.
In un libro pubblicato oltre 30 anni fa, nel 1977, Guido Carli stesso, ricordando la fondazione della Comunità europea, scriveva: "Non fu un errore entrare nel gruppo dei fondatori della nuova Europa, era indispensabile, se ne fossimo rimasti fuori oggi l'Italia sarebbe regredita a livello d'un paese africano. Ma fu un grave errore pensare che potevamo stare in Europa senza cambiare i nostri comportamenti sia nell'economia sia nella politica. Un grave errore del quale misuriamo oggi i nefasti effetti fu commesso da tutta la classe dirigente del Paese, dagli imprenditori, dai politici, dai sindacalisti, dai professionisti, dai docenti. Lo Stato, gli Enti locali, le imprese pubbliche e private, il mercato, rimasero quali erano con le stesse leggi, le stesse regole, la stessa arretratezza, la stessa arcaica visione. Inadatti all'Europa, accettammo di misurarci con i paesi più evoluti del nostro continente senza fare nulla per metterci alla loro altezza. Fidammo soltanto nelle svalutazioni della lira e nell'evasione fiscale".
E’ un giudizio, come si vede, durissimo, e non proviene da un uomo della sinistra, ma dal Governatore della Banca d’Italia.
La questione è davvero cruciale, perché, in questi anni, il rapporto tra le élites e le società che le esprimono, che non è mai stato semplice, sta palesandosi come uno degli snodi più critici per il futuro stesso delle democrazie. La domanda chiave sembra essere questa: tramontata l’illusione di Schumpeter di un mercato che seleziona spontaneamente i migliori, è ancora possibile pensare di selezionare classi dirigenti appropriate alle sfide della modernità attraverso il metodo democratico, oppure, nel futuro prossimo, saremo di fronte all'alternativa secca tra populismo e tecnocrazia? Riguardo alla classe politica, non c'è nessun motivo di ritenere che il complicarsi dei problemi che la società deve affrontare richieda la presenza al governo degli specialisti. La dote fondamentale di una classe politica è ancora e sempre quella di assumersi il peso e la responsabilità delle decisioni attraverso la partecipazione o almeno il “consenso informato” dei cittadini, assai più che la competenza tecnica necessaria ad entrare nel merito delle singole questioni. Il ruolo della classe dirigente, invece, è quello di collaborare alle decisioni mettendo in chiaro quali sono le conseguenze delle varie alternative possibili, e perciò il suo compito storico è quello di continuare a credere che società e classe dirigente condividano un'unità di destino. Come è stato detto molto autorevolmente, la sfida decisiva che modernità e globalizzazione rivolgono alle società e ai sistemi politici sta (quasi) tutta nel compito di reinventare il loro rapporto: pronti a mettere in gioco, con lo sguardo volto al futuro, le rendite di posizione in cambio della ricerca di opportunità al servizio dell'interesse generale.

Quattro.
Prima del 25 aprile 1945, quando la proprietà Galbani esercitava in prima persona sia il potere economico sia quello politico, si potrebbe concludere che a Melzo non esistesse alcuna forma di separazione fra la classe dirigente e il governo della città. In un certo senso, invece, potrebbe essere vero l’esatto contrario. Negli stessi anni in cui nelle altre comunità, anche vicine, la più intraprendente borghesia locale conquistava autorità e posizioni di potere che si traducevano in una presenza - qualche volta più illuminata, qualche volta più gretta - nel governo e nello sviluppo dei rispettivi comuni, è evidente che a Melzo l’incontrastato dominio Galbani, al quale la classe dirigente delegava interamente il compito del governo, finiva per escludere, per comprimere, per non prevedere qualunque altra autonoma ed originale forma di presenza e di intromissione. Che, infatti, non ci fu. Ma se a Melzo, anche dopo parecchi anni, risultarono del tutto evidenti un’assenza e un disimpegno quasi assoluto della borghesia più ricca e in genere della classe dirigente del tempo da una presenza più attiva nella vita comunitaria, credo non sia dubbio che la radice di questa rinuncia fosse rintracciabile nella delega, piena e completa, a favore della proprietà Galbani sottoscritta allora.
Questa assenza, questa sorta di spontanea e volontaria rinuncia che invece, per altro verso, corrisponde ad una persistente dichiarazione d’estraneità, nel mezzo secolo successivo in sostanza non è cambiata. Non parlo, è ovvio, delle forme di pressione e di convincimento che qualunque gruppo d’interesse privato tende ad esercitare sul governo locale quando si devono prendere decisioni che direttamente lo riguardano. E nemmeno mi riferisco a vecchi e nuovi “collateralismi” quasi inevitabili, più o meno dichiarati ma spesso evidenti. Nel passato (fino agli anni Sessanta compresi) abbiamo anche visto imprenditori edili nominati assessori all’urbanistica, senza scandalo alcuno e con tutte le benedizioni del caso, così come abbiamo visto nascere cosiddette “liste di commercianti” sotto le ospitanti insegne di partiti minori. Sto dicendo, invece, che durante l’esperienza piuttosto lunga del governo democristiano le classi dirigenti locali delegarono Bressi e gli altri a dirigere il nostro comune più o meno come avevano fatto i loro padri con un regime di tutt’altro genere, mentre dopo il ’68, con la presa del potere da parte della sinistra, il solo e stabile collateralismo diventò il legame tra la giunta e i consigli di fabbrica delle aziende locali, mentre la parte restante della classe dirigente decise di derubricare qualunque ipotesi di presenza melzese responsabile e attiva.
Forse solo i progressivi ma grandi cambiamenti avvenuti negli ultimi anni nella composizione della popolazione, che più indietro ho già ricordato – la forte crescita della scolarità e insieme la presenza di numerosi soggetti con importanti e preziose competenze culturali e professionali, e più in generale la crescita di individui e famiglie giovani con inedite e stimolanti aspettative nei confronti della città e della sua vita comunitaria – avrebbe potuto rappresentare, specialmente negli ultimi 10-15 anni, un “atout” capace di cambiare la situazione descritta. Io sostengo, da tempo, che anche e soprattutto in questo la giunta Barbaro e la maggioranza che la sosteneva hanno fallito nel loro principale compito di governo, che è anzitutto ascoltare e comprendere il nuovo, traducendolo in progetti, programmi e proposte. Quella maggioranza, invece, è riuscita nel capolavoro di non riuscire mai a coinvolgere almeno una parte della classe dirigente nella propria esperienza e nello stesso tempo, al proprio interno, di riservare l’esperienza del governo della città a un gruppo sempre più ristretto, più chiuso e progressivamente più vecchio.
Non è affatto un caso, dunque, che a Melzo, nel 2004, il testimone sfuggito di mano a una classe dirigente agli sgoccioli non abbia dato luogo a un semplice cambio di maggioranza (la destra che batte la sinistra) ma sia stato raccolto da un gruppo più giovane, ricco delle competenze individuali acquisite nelle singole professioni, raccoltosi in una lista civica e capace, proprio grazie ad una migliore capacità di ascolto e di raccordo con la rete dell’associazionismo e del volontariato, di leggere molto meglio degli altri la molteplicità dei cambiamenti avvenuti e la qualità della nuova domanda politica.
La prossima volta cercherò di dire perché, a mio giudizio, questo discorso sulla classe dirigente non riguarda tanto la nostra storia politica passata, ma il suo futuro.

martedì 15 aprile 2008

I risultati delle politiche

Il risultato melzese più rilevante delle elezioni politiche sta in questo dato: il complesso di tutti gli elettori delle liste di centro-destra e di destra nel voto per la Camera dei Deputati (6819 voti) rappresenta il 56,94%, il totale di quelli di centro-sinistra e sinistra (5004 voti) rappresenta il 41,78%. Rispetto alle politiche 2006, la destra avanza del 3,29% e la sinistra perde il 4,04%.
A Melzo, perciò, la cosiddetta grande ondata che ha profondamente ridisegnato il Parlamento nazionale pare manifestarsi, a prima vista, in termini piuttosto contenuti.
Gli effetti degli spostamenti di voti sembrano molto più significativi, ed anche molto più interessanti, se invece guardiamo all'interno degli schieramenti.
Iniziamo da quello che ha vinto. Il PDL ha 4048 voti e il 33,88%. La somma dei voti Forza Italia + AN nel 2006 era di 4618 voti (36,33%). I due partiti uniti perciò hanno perso 560 voti (-4,67%). Se teniamo conto anche dei 270 voti del 2006 del Partito Pensionati e degli 83 voti della vecchia lista DC-Nuovo PSI (la seconda aderiva alla Casa delle Libertà, il primo vi aderisce oggi) allora dobbiamo aumentare il bacino elettorale 2006 del centro-destra a 4971 voti (39,11%) e dedurre che l'arretramento 2008 va effettivamente misurato in 913 voti che corrispondono a un calo percentuale del 7,62%. Visto così, il risultato melzese del PDL può definirsi una vera e propria sconfitta, perchè arretrare di 913 voti significa perdere il 18,36% del proprio elettorato di due anni fa. Infine, la sconfitta è ancora più grave e più netta perchè avviene in una tornata elettorale nella quale il PDL è avanzato dovunque, nel Nord nel Sud nelle isole.
Quasi specularmente, il pieno di voti lo fa invece la Lega Nord, da 1040 ((8,18%) a 1956 (16,33%) un vero e clamoroso raddoppio, che in percentuale corrisponde a un +8,15% che compensa e supera il -7,62% del PDL portando il saldo complessivo della coalizione a 6014 voti, 3 voti in più del 2006. In sostanza, quindi, per il centro-destra odierno il risultato è stato un pareggio numerico, che per effetto del calo dei votanti si traduce in una crescita percentuale del 2,92%.
I voti di Casini (staccatosi dalla coalizione) sono calati dai 657 dell'UDC nel 2006 (5,15%) ai 476 dell'Unione di Centro nel 2008 (meno 181 voti, - 1,19%) mentre quelli della destra-destra sono cresciuti dai 149 del 2006 (Fiamma tricolore + Alternativa sociale) ai 329 della Destra nel 2008 ( 2,75%). Per effetto di questi due risultati otteniamo i totali di schieramento che ho scritto per primi, 6819 voti pari a una crescita del 3,29%.
Prima conclusione: l'avanzata complessiva della destra è abbastanza contenuta, ed in questo settore del campo di gioco, se guardiamo ai numeri, ci sono partiti molto contenti (l'affermazione della Lega è superiore a ogni attesa) e molto poco contenti (Casini va indietro, la Destra non sfonda) mentre i dirigenti locali del PDL non sembrano avere molto da festeggiare e dovrebbero essere quantomeno preoccupati. Resta la constatazione (identica a quella osservata a livello nazionale) che all'interno di questo settore destro del campo di gioco arretrano i consensi a favore delle forze più moderate e cresce il sostegno dato alle forze più oltranziste, più ideologicamente schierate e meno inclini a qualunque forma di compromesso.
Cambiamo il settore del campo. La disfatta della Sinistra Arcobaleno (Rifondazione 902 voti nel 2006, Comunisti italiani 324, Verdi 294, per un totale di 1520 = 11,96%) si manifesta anche a Melzo con un risultato di 458 voti, 3,82%. Possiamo anche aggiungervi 175 voti presi dalle altre liste di estrema sinistra: il totale diventa 633 voti, 5,29%, la perdita diventa di 887 voti, meno 6,67%.
Il PD di Veltroni ottiene 3815 voti, 31,86%. Il risultato è più che discreto (60 voti in più di quelli dei partiti dell'Ulivo nel 2006, in percentuale +2,31%) ma il PD non riesce ad ereditare tutti i voti (non precisamente quantificabili) ottenuti dai radicali nel 2006 e perciò il suo risultato rappresenta, in sostanza, un lieve regresso. Vi si aggiunge però l'esito molto buono dell'Italia dei valori (281 voti nel 2006, 486 voti nel 2008) ma nel bacino elettorale 2006 c'erano, come ricordato, anche i 268 voti della Rosa nel pugno, di cui restano solo i 70 voti dei socialisti nel 2008, così il risultato totale del centro-sinistra passa dai 4304 voti del 2006 (33,87%) ai 4371 voti di oggi (36,50%) con una crescita di 67 voti e del 2,63%.
Questi dati portano ai 5004 voti complessivi ottenuti in questo settore del campo, 41,78%.
Seconda conclusione: a sinistra sono invece premiate le forze di recente costituzione e più moderate a scapito delle formazioni storiche, più connotate ideologicamente o semplicemente più radicali. I risultati melzesi ripetono fedelmente le tendenze nazionali e il PD, visto che questa è una tornata elettorale politica, non pare risentire affatto delle recentissime e deprecabili disavventure melzesi legate alla proprie elezioni interne. E' molto probabile, invece, che il tracollo della Sinistra Arcobaleno finirà per incidere in modo determinante anche sulle future scelte locali relative al voto comunale del 2009.
Nel complesso, i votanti melzesi sono calati del 3,97%, in linea col dato nazionale. I risultati ottenuti per l'elezione del Senato non hanno fatto registrare variazioni tanto significative da meritare particolari commenti: PDL meno 193 voti, Lega Nord -264 voti, Unione di Centro -33 voti, la Destra - 107 voti (in percentuale il calo più consistente) e dall'altra parte PD -197 voti, Italia dei Valori -46 voti, Sinistra Arcobaleno -16 voti. In percentuale, se non sbaglio i conti, il primo schieramento ottiene il 55,79% contro il 56,94, il secondo ottiene il 42,14% contro il 41,78%.

martedì 8 aprile 2008

Perchè bisogna andare a votare

«I libri di storia, ancora oggi condizionati dalla retorica della resistenza, saranno revisionati, se dovessimo vincere le elezioni. Questo è un tema del quale ci occuperemo con particolare attenzione»
Lo ha dichiarato oggi 8 aprile il senatore Marcello Dell’Utri, condannato per associazione mafiosa e candidato per il PDL alle imminenti elezioni politiche.
Mi sembra davvero un ottimo motivo per non votarlo; ma questa dichiarazione è anche, purtroppo, una sinistra anticipazione del nostro prossimo futuro nel caso di una vittoria della destra.
Spero che ci pensino sopra tutti gli indecisi, e quelli che non vogliono andare a votare, “perché tanto sono tutti uguali”….