Nel post precedente ho ricordato che oggi, vista la rapida trasformazione della nostra struttura sociale, si chiama classe dirigente quel ceto composto non solo dai grandi imprenditori e in genere da chi controlla i mezzi di produzione, ma da tutti quegli individui che occupano posizioni capaci di influenzare, per ragioni diverse, l’opinione pubblica. A Melzo durante il fascismo la classe dirigente, rappresentata dalla proprietà Galbani, assunse direttamente la gestione del potere politico, mentre più tardi, negli anni Cinquanta e Sessanta, delegò la DC a governare il comune. Tra il ’68 e la fine del secolo invece, quando fu chiamata a governare quella generazione di uomini della sinistra storica che oggi si è esaurita, la classe dirigente restò del tutto estranea al governo comunale, salvo esercitare pressioni sulla gestione delle questioni che più la riguardavano, mentre il solo rapporto privilegiato esistente, quello tra la giunta e i consigli di fabbrica, si andò gradualmente sfaldando.
1.
A che punto è, oggi, il rapporto tra la classe dirigente e la politica?
Uno dei cambiamenti maggiori degli ultimi anni ha riguardato l’emergere di una nuova figura di imprenditore, sempre più lontano dai modelli tradizionali dei grandi borghesi della società fordista (gli Agnelli, tanto per intenderci). Questa nuova figura d’imprenditore, che in genere è a capo di una media impresa, molto spesso non ha una tradizione alle spalle e appartiene (sa di appartenere) a una sorta di nuovo “capitalismo personale”. Il suo essere imprenditore è una dimensione acquisita, e qualcuno ha detto che di solito dirige una “impresa molla”, cioè capace "di partire dal territorio, di andare nel mondo e di ritornare alla base". Oggi l'ossatura del capitalismo italiano, fatta di diverse migliaia di medie imprese, è nel territorio, e qui lavorano al suo servizio i cosiddetti “padroni delle reti”, quelli che organizzano e governano, senza esserne proprietari, le grandi infrastrutture: aeroporti, autostrade, reti elettriche, reti informatiche, Camere di Commercio, organizzazioni no-profit, consorzi, cooperative. L'elemento comune di questo nuovo capitalismo nei confronti della politica sembra limitarsi a un pacchetto di richieste (deregolazione, detassazione, deburocratizzazione) che vanno tutte nella stessa direzione del “lassez-faire”, vale a dire la eliminazione di ogni ostacolo alla propria capacità di competizione sui mercati; si è però sottolineata anche la capacità dei nuovi imprenditori di offrire nuove opportunità occupazionali per nuove professioni in cui contano soprattutto risorse immateriali come nuovi saperi,capacità di innovazione, conoscenza tecnologica. Secondo me c'è però un altro aspetto importante nel cambiamento avvenuto: sta nella cultura di questo nuovo modello di classe dominante, un mix francamente non entusiasmante, nel quale ci sono l'orgoglio del self-made man per se stesso e il proprio prodotto insieme a tutte le più prevedibili frasi di prammatica del tipo "io lavoro diciotto ore al giorno" e "dò lavoro a una quantità di persone", ma anche l'esibizione della nuova BMW o il collezionismo per le auto d'epoca unito all'ostentazione dei rapporti di confidenza con le conoscenze importanti: "L'altra sera ero a cena con...e gli dicevo che...". Importa poco dell'immagine personale, che riguarda solo l'interessato, ci interessa capire quali sono le caratteristiche del modello che ci viene proposto.
2.
Insomma, c'è qualcosa che dobbiamo imparare tutti al più presto: non siamo più nel Novecento, quando prevaleva il conflitto tradizionale tra capitale e lavoro con lo Stato in mezzo che ridistribuiva una parte delle risorse attraverso il welfare; la vera risorsa di oggi sono i nuovi saperi, sempre aggiornati, mentre il capitale sociale sono le relazioni, la comunicazione, la distribuzione delle merci. Chi li possiede o li governa si trova sulla sponda vincente della competizione, che è sempre più aspra.
Facciamo un solo esempio, che un melzese capisce bene. Una volta la grande Milano dell’industria era nelle grandi fabbriche metalmeccaniche di Sesto San Giovanni, dove a una classe di grandi imprenditori “storici” si opponeva un sindacato altrettanto ricco di tradizioni, organizzato e forte. Oggi, invece, la grande Milano in realtà è la Brianza, il territorio che ha manifestato in questi ultimi anni la più grande vivacità e capacità di cambiare. In questa zona della Lombardia si trovano oltre 4 milioni di abitanti e oltre 1 milione e mezzo di posti di lavoro per un totale di 400 000 imprese. Questa realtà oggi rappresenta, come è stato detto, la porta di ingresso della globalizzazione in Italia, ma anche questa porta non si trova nella città di Milano, è la grande Fiera europea di Pero e Rho. In Brianza, secondo la sociologia, siamo già nel "quarto capitalismo", per usare l'espressione che dà il titolo a un libro. Medie imprese che lavorano con un indotto immenso di piccole imprese e di attività artigiane, che hanno “delocalizzato” in pochi anni migliaia di attività all’estero, dove costa meno la manodopera (il salario medio di un operaio rumeno è di 300 euro al mese) e che prosperano anche perché utilizzano sistematicamente il lavoro precario ed impiegano molti lavoratori sommersi. Ma la Brianza di oggi è anche altro. Si pensi a quale decentramento è avvenuto nella produzione dei saperi: oggi ci sono sette università nell'area pedemontana, ed alcune sono state create con l'apporto determinante dei privati (l'università di Castellanza è nata per iniziativa dell'Associazione industriali di Varese). Questo nuovo modello economico, che ha scomposto e sostituito il processo produttivo tradizionale, ha espresso e sospinto al potere una nuova classe dirigente politica (Bossi e Maroni sono nati lì, il Cavaliere abita ad Arcore, Tremonti è di Sondrio) cui domanda, in sostanza, di essere liberata da tutto ciò che può frenare o porre limiti al proprio successo. Qualche esperto politico di lungo corso che, anni fa, cercò di stabilire un rapporto di comune interesse con alcuni dei rappresentanti della nuova “razza padrona” (vedi alla voce Telecom) ne uscì brutalmente scottato.
In altre parole, questa nuova razza padrona è la a parte integrante e trainante della “nuova cultura antropologica” che sostiene il blocco di potere del centro-destra. Di recente, poi, hanno incominciato a votare come i padroni anche buona parte dei loro operai. Chi si è occupato del recente grande successo elettorale della Lega in Lombardia e in Veneto ne ha scritto a profusione. La domanda è: questa classe imprenditoriale in futuro può cambiare opinione? La risposta più probabile è negativa, perché questi nuovi imprenditori padani non somigliano affatto alla “ruling class” anglosassone che si sottopone disciplinatamente alle regole della democrazia liberale, e non hanno un forte progetto politico di lungo periodo né una idea dello sviluppo come quello di Giovan Battista Pirelli e Giovanni Agnelli al principio dell'altro secolo, anzi si potrebbe dire che questa classe nuova incarna in prima persona tutto il grave sfarinamento istituzionale e degli stessi modelli culturali propri della vecchia tradizione milanese e lombarda, perché esclude senza problemi di sorta, senza giri di parole o inutili infingimenti diplomatici, ogni tipo di preoccupazione per lo spirito pubblico e qualunque forma di responsabilità sociale. Nella costituzione della Repubblica di Weimar, al principio del Novecento, c’era una dichiarazione precisa: "la proprietà obbliga socialmente". Chi possedeva le fabbriche, si arricchiva e sfruttava gli operai, doveva poi restituire qualcosa in termini di salari se non di opportunità sociali. Oggi che la proprietà che più conta non è più quella della fabbrica ma quella delle reti, questi nuovi padroni nati nel territorio dovrebbero avere e sentire nuove responsabilità rispetto al tessuto sociale da cui provengono e in cui prosperano, ma non sembra questa la loro vocazione: agli imprenditori del quarto capitalismo non interessa essere classe dirigente, e probabilmente rifiutano questa stessa idea. Vogliono badare alle loro aziende, sapendo che alla provincia, alla regione e al governo ci sono politici di cui fidarsi.
3.
E allora? Dobbiamo concludere che l’attuale classe dirigente non risponderà mai ad alcuna chiamata per la costruzione di un progetto sociale condiviso? Oppure possiamo sperare che esistano ancora, nonostante tutto, le radici di una cultura del lavoro e della socialità?
Oggi più che mai ogni città è chiamata a riflettere sulla direzione e sul senso dei cambiamenti, sul valore della persona, sui limiti enormi che dimostra un mercato lasciato solo a se stesso e alle regole del puro profitto. Oltre ai temi classici dei salari e dell’occupazione, ci sono quelli della precarietà e del lavoro nero, che si sommano agli eterni problemi della casa e dei servizi sociali, ed infine a quello forse più delicato, più dibattuto, più usato e strumentalizzato nella fase attuale della politica, quello della sicurezza.
Nella situazione attuale, la possibilità di instaurare un rapporto nuovo e fecondo con la classe padrona padana sembra davvero difficile.
Ma in questi ultimi anni sono molto cambiate anche le città in cui viviamo. Anche a Melzo è cambiata la struttura della popolazione: è molto cresciuto il suo livello di scolarità, si è modificata la sua composizione sociale. Oggi abitano nel nostro comune (e con l'avvio dei lavori sull'area ex-Galbani il processo potrebbe crescere nell'immediato futuro) parecchie famiglie "giovani" uscite da Milano o provenienti da altri comuni, nuovi abitanti il cui rapporto con la città è fatalmente diverso da quello di chi vi è nato, e che si aspettano dalla propria nuova città, dal tessuto sociale in cui oggi vivono e dai suoi servizi, qualcosa di molto diverso rispetto al passato. Sono molto cresciuti i laureati, e tra essi per la prima volta le femmine hanno superato i maschi; é aumentato il numero degli insegnanti, tra i quali ci sono diversi docenti universitari, e ci sono parecchi melzesi, acquisiti o meno, che possiamo comprendere tra quanti esercitano le professioni indotte da quella domanda di "nuovi saperi" e di competenze molto qualificate che sopra ricordavo. Ci sono, infine, diversi nuovi professionisti e lavoratori autonomi le cui conoscenze, capacità e voglia di fare rappresentano altrettante risorse. Nei paesi e nei sistemi economici di punta (così come nei paesi e nei sistemi emergenti) oggi i lavoratori della conoscenza sono sempre di più la categoria cruciale e decisiva, non solo dal punto di vista dell’economia e più specificamente delle aziende che se li contendono, ma più in generale nella prospettiva dello sviluppo, che è crescita civile nel rispetto dell’ambiente e della natura, produzione di capitale sociale, e capacità di visione di lungo periodo.
Se non possiamo credere, ragionevolmente, che una fetta importante dei nuovi imprenditori padani scopra di essere interessata all'assunzione di responsabilità sociali, possiamo però almeno pensare alla inedita opportunità di coinvolgere nel percorso - tutto da inventare e da definire - di un nuovo progetto di sviluppo partecipato, molti dei rappresentanti di questi nuovi saperi, molti dei portatori di queste nuove istanze. Sapersene avvalere, riuscire a ottenere il loro contributo prezioso, mi appare come una condizione necessaria per ogni politica di cambiamento, e mi sembra altrettanto chiaro che questi cittadini potranno accettare di mettere le proprie competenze a disposizione dell'ente locale, della città in cui vivono, solo a condizione di sapere di non essere utilizzati sulla base delle proprie competenze specifiche, ma di sentirsi davvero coinvolti in un processo fondato sulla valorizzazione concreta delle forme di cittadinanza attiva. Le persone, oggi, si lasciano interessare e coinvolgere quanto più la proposta non è percepita come il solito appello a "dare una mano", come la solita e generica richiesta d'impegno proveniente dalla classe politica, ma quando, al contrario, essa è "sentita" e riconosciuta come una opportunità che riguarda molto da vicino la propria realtà di vita, i propri valori, il proprio “vissuto”. Volete una prova? Molti, oggi, decidono spontaneamente di impegnarsi nel volontariato: non lo fanno certo per guadagnarci qualcosa, ma lo fanno perchè questa attività viene percepita, cioé viene "sentita" e "vissuta", come realizzazione di se', oltre che come attività in grado di portare alla società qualcosa di utile. Molto più utile, nella percezione comune, rispetto all'impegno politico. Questi due aspetti, utilità e realizzazione, sono compresenti e non sono affatto antitetici. Di più: sono necessari entrambi. Se ne manca uno, l'idea di impegnarsi perde non poco delle sue ragioni e della sua attrattiva. Tutto questo equivale a dire che la proposta d'impegno da parte di un partito politico dev'essere percepita come una occasione di "fare", ma anche di "essere". La persona, detto in un altro modo, deve pensare: la mia esperienza, le mie competenze, le mie idee, la mia creatività e fantasia possono finalmente contribuire al miglioramento della qualità della vita nella mia città, la vita di tutti. Senza avere, mai, la sgradevole sensazione di essere chiamato a fornire "pareri" a quei pochi che stanno davvero nella stanza dei bottoni, e che poi davvero decidono.
Voglio dire che la costruzione di un processo partecipativo non avviene né per casualità né per miracolo, ed il coinvolgimento dei vari soggetti non avviene mai spontaneamente - se non in particolari circostanze storiche, che non sono certo le nostre. Niente nasce mai dalle circostanze, dalla fortuna o dal caso. Può nascere solo da una convinta, coraggiosa, testarda volontà politica. Può nascere solo se chi governa la comunità sociale (o chi si candida a governarla) è convinto per primo della sua utilità, anzi, della sua necessità, per realizzare i fini che si è proposto, i fini per cui governa o vuole governare.
Domandiamoci, allora: quali sono oggi, a Melzo, le forze politiche che possono adottare il modello partecipativo come proprio metodo, stile, progetto?
4.
Nello Statuto della Lista Insieme per Melzo, proprio nelle prime righe, c’è una frase che mi è sempre sembrata bellissima:
"Scopo dell’associazione è quello di promuovere un laboratorio politico permanente in ambito territoriale locale ….per contribuire a qualificare le istituzioni democratiche e l’esperienza politico-amministrativa nel Comune di Melzo, favorendo la partecipazione dei cittadini".
Non conosco niente di più interessate ed innovativo. Non conosco niente di più impegnativo.
Perché questa semplice frase, messa proprio all’inizio del documento, dice qualcosa che non ti aspetti, e che infatti è difficile leggere nelle carte fondative dei partiti e dei movimenti politici. Non dice che la volontà e la capacità di “promuovere un laboratorio politico permanente” per “qualificare” democraticamente l’istituzione locale rappresentano un metodo, una strategia
o più semplicemente uno “strumento di governo”. Dice, e vi prego di farci caso, che questo è "lo scopo stesso" per il quale l’associazione è nata ed esiste. Lo scopo stesso, dunque, per cui oggi questo gruppo governa il nostro comune. Non solo, ma lo stesso documento afferma di individuare “la partecipazione dei cittadini” come fattore determinante per la costruzione di questo “laboratorio politico”.
Chi sceglie una frase come questa per autodefinire la propria “missione” sa, dovrebbe sapere, che il suo compito non sarà mai concluso. Le liste civiche melzesi, come ho già ricordato più volte, hanno conquistato il governo del comune perché hanno saputo ascoltare e “leggere” le nuove richieste della città meglio di tutti gli altri, diventando anche il principale riferimento politico di una serie di gruppi e di associazioni; ma spero si rendano conto che il raggiungimento dello “scopo” proclamato nel loro statuto è ancora molto lontano dall’essere realizzato.
Il centro-destra non si propone la partecipazione come stile e metodo di governo. Propone, anzi, l'esatto contrario. La proposta del centro-destra è quella di un governo fondato sul carisma, la capacità, l'infallibilità del leader. Fidatevi di me, so io cosa fare nel vostro interesse. Sono qui per farlo e prometto che lo farò. Ve lo garantisco. Il contratto di Berlusconi in Tv firmato con la penna di Vespa rappresentò, a suo tempo, l'emblema perfetto di questa proposta. Quando uno dice "so io cosa fare", non ha affatto bisogno della partecipazione. La quale, essendo inutile, non è prevista. Il partito fondato da Berlusconi nel 1994, Forza Italia, fino ad oggi non ha mai celebrato un vero e proprio congresso. Anche questo non è certo un caso. Per quanto riguarda la Lega Nord, le adunate popolari di Pontida sono un altro modo, più pittoresco, di declinare la celebrazione del leader carismatico.
Il Partito Democratico, nato poco tempo fa anche a Melzo, deve anzitutto radicarsi nel proprio territorio. Se il PD vuole diventare davvero quel "partito nuovo" che si propone di essere e che il suo segretario, Walter Veltroni, sta cercando di farci immaginare, il suo compito è quello di dare risposte a una gran quantità di domande che appaiono, nello stesso tempo, come quelle più semplici e insieme più difficili. Anche perché dal centro, finora, la risposta a queste domande assomiglia a un gigantesco punto interrogativo. Radicarsi nel territorio vuol dire anzitutto due cose. La prima: tradurre le intenzioni e le parole d'ordine generali a livello locale, attraverso una riflessione dei principali aspetti della nostra vita comunitaria, delle attese e dei problemi più urgenti degli abitanti di Melzo. La seconda: costruire un nuovo gruppo dirigente locale.
Per fare la prima cosa non basta un dibattito interno, condotto all'interno dei quadri politici che hanno aderito al partito. Occorre un processo fatto essenzialmente di ascolto, di attenzione, di consultazione, di proposizione, da svolgere anzitutto al di fuori delle sedi politiche, e capace di coinvolgere il maggior numero di risorse possibili. Se il PD sarà in grado di fare questa prima cosa, ne deriverà anche la seconda, perchè proprio attraverso questo coinvolgimento attivo il nuovo partito riuscirà a selezionare il proprio nuovo nucleo dirigente al di fuori degli apparati, un gruppo di cittadini che si prepari, un passo per volta, a diventare parte di quella nuova classe dirigente politica locale necessaria per gli anni futuri. Più di ogni altra forza politica operante a Melzo, perciò, proprio il PD ha bisogno come il pane di favorire ogni contributo attivo e creativo proveniente dalla società civile, ogni idea nuova e significativa proveniente dalla cittadinanza attiva. Sto dicendo, in parole povere, che il PD deve cominciare a sua volta quel percorso che le liste civiche hanno già iniziato diversi anni fa e non hanno affatto cocluso.
Come fare? Come riuscirci? Non ci sono ricette già pronte, magari ci fossero. Sarebbe più facile dire come non si fa. Ma almeno una indicazione può essere abbozzata.
C'è bisogno di cultura. Di nuova cultura. Di una nuova visione culturale oltre che di competenza tecnico-progettuale. Quando non si cerca un nuovo compromesso, ma una nuova idea sociale, la cultura è la sola risorsa strategica. Ma prima c’è un assoluto bisogno di modificare il rapporto tradizionale ed insufficiente sin qui intercorso tra cultura e politica, quello per cui la prima chiede alla seconda la promozione e il sostegno delle sue iniziative, la seconda chiede alla prima consenso. Nella prospettiva che sto cercando di suggerire, mi sembra invece essenziale il contributo che la politica può ricevere dalla cultura. Per capire le trasformazioni in atto. Per migliorare le proprie decisioni, rendendole più consapevoli, più efficaci, più condivise. Per immaginare creativamente nuove vie, per intuire nuovi modi per percorrerle. Per aumentare il tasso di democrazia. È importante che le persone di cultura comincino a farlo; ma fondamentale è il rinnovamento della cultura politica che molti cittadini possono portare dentro il cuore stesso di questa riflessione, l'idea di qualità della vita che vogliono, ed è indispensabile che la classe politica incominci a chiederglielo.
5.
Ho cercato di tratteggiare il percorso che secondo me dovrà accomunare, nei prossimi anni, entrambe le due componenti principali del nostro quadro politico democratico, il Partito Democratico e le liste civiche. Nessun altro, a Melzo, potrebbe farlo. Non l’estrema sinistra, fino ad ora incapace di pervenire - e spesso anche del tutto estranea - a una cultura di governo e del governo, che non è e non può limitarsi alla riproposizione delle parole d’ordine (le quali, intendiamoci, spesso si possono condividere, sia nel merito sia nel metodo) del disagio, della protesta, della sofferenza sociale. Non la destra, che ha una concezione del governo e del rapporto tra istituzioni e cittadini drammaticamente ferma a una visione metà ideologica e metà populista.
Io non vedo alcun motivo perché questi due necessari percorsi, del PD e delle liste civiche, debbano restare separati. Credo, invece, sia più utile per la nostra città che diventino un percorso comune. Attraverso un chiaro patto politico.
Non impediscono questa alleanza le differenze tra queste due forze politiche, che da tempo sono poche e superabili sul piano politico-programmatico, quasi inesistenti sul piano dell’ispirazione ideale. Se nel recente passato l’ostacolo insuperabile a un’idea di collaborazione è stato il giudizio negativo pronunciato dalle liste civiche rispetto al modo di governare e alle logiche spartitorie proprie dei dirigenti locali del vecchio centro sinistra, oggi questo ostacolo può essere rimosso con la nascita del PD, la fine delle sue precedenti alleanze e l’uscita di scena, che spero definitiva, di chi quelle logiche e quello stile aveva incarnato. Al contrario e in positivo, nuove opportunità di crescita democratica possono scaturire dalla volontà comune di costruire un legame non superficiale coi settori della cultura, dell’economia e della società più sensibili ai grandi temi della solidarietà sociale.
Proviamo, tutti insieme, ad immaginare che cosa può essere, oggi, una rete diffusa di aspirazioni e di sentimenti da ascoltare e da rappresentare, quale immensa e inedita opportunità i cittadini possono intravedere in una società politica finalmente disponibile ad interpretarle. E’ il grande tema, fino ad ora irrisolto, di una politica che vuole interpretare il suo tempo dall’interno della propria comunità sociale. Complicato, difficile e smisurato, questo lungo lavoro é, insieme, il sogno e il progetto di riuscire a riunire i doveri di rappresentanza democratica e le richieste di una società consapevole.
L’idea è proprio quella del “laboratorio politico” evocato nelle prime righe dello statuto della lista civica, quelle stesse che definivano come “lo scopo stesso” del fare politica il progetto per la nostra città cui sarebbe imperdonabile voler rinunciare.
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