sabato 19 luglio 2008

A proposito del mio "non" sondaggio.

Avevo pubblicato da poche ore il mio ultimo post, quello intitolato “Favorevoli e contrari”, che alcuni tra conoscenti ed amici mi hanno chiesto ragione dei risultati del mio personale sondaggio, ed anche “quante fossero” le persone che riferivo di avere interpellato. Queste domande mi hanno confortato, perché secondo me dimostrano che avevo sollevato una questione che è stata giudicata molto interessante, e che perlomeno, al di là di ogni personale e legittima opinione favorevole o contraria al riguardo, ha fatto discutere.

Una richiesta simile, se capisco bene, è contenuta anche nell’unico commento finora pervenuto, quello del sig. Stefano De Marchi, che naturalmente ringrazio con tutto il cuore, tanto pochi sono, come ho già osservato, gli interventi diretti sul mio blog. Mi riferisco in particolare alla sua frase: “Non mi risulta che IpM (lo preferisco all'anonimo "liste civiche"), abbia scelto la strada dell'isolazionismo, e nemmeno mi piace essere dipinto come un Amish, pertanto "i molti esponenti delle liste civiche" che sono stati interpellati, o non hanno capito nulla (il che lo escludo) o non si è parlato con gli esponenti di IpM”.
Credevo di essermi già spiegato bene, quando ho scritto: “Dividerò le opinioni raccolte, molto schematicamente, in favorevoli e contrari, avvisando subito che entrambe le posizioni si arricchiscono delle gradazioni e delle sfumature più varie. . .. Non occorre precisare, naturalmente, che sulla mia proposta non ho fatto “sondaggi” e perciò non sto parlando di un “campione” più o meno significativo di melzesi, ma solo di quelli, pochi, con cui mi è accaduto di conversare: dal mio piccolo angolo visuale del resto, che è quello di un cittadino comune senza tessere e senza impegni istituzionali, non potrei fare altro”.
Evidentemente non sono stato abbastanza chiaro, perciò qui vorrei precisare, o spiegare emeglio.
Ho cercato di ricordare tutti quelli con i quali ho scritto di avere conversato, negli ultimi 30 giorni, e li ho elencati sopra un foglietto dividendoli su tre colonne, che ho chiamato “aderenti alle liste civiche”, “aderenti al PD” e la terza, per comodità mia, “liberi pensatori”. Li ho contati. Il risultato della somma è il seguente: “aderenti alle liste civiche” n. 7, “aderenti al PD” n. 10, “liberi pensatori” n. 8. Totale 25.
Questa somma mi pare coerente con la mia affermazione: non ho fatto “sondaggi”, ho semplicemente parlato con poche persone tra quelle che conosco.
Anche rispetto ai “risultati”, che preferisco chiamare “opinioni raccolte”, assicuro tutti di aver “controllato” la fedele rispondenza con quanto ho riferito. Poi, naturalmente, ho distrutto il foglietto.
Nell’elenco di quelli che ho chiamato “liberi pensatori” ci sono solo alcuni miei carissimi amici senza tessera. Nell’elenco “PD” tutti i nomi comprendono dirigenti locali del PD di oggi o ex-dirigenti locali DS, oltre a un solo ex-dirigente locale della Margherita.
Infine, nell’elenco “liste civiche” tutte e sette le persone citate sono, con ogni certezza possibile, aderenti “della prima ora” a questo raggruppamento (intendo: ben prima delle elezioni delle 2004”) tutti fanno parte del gruppo più ristretto di aderenti attivi, e tutti (per scrupolo: forse eccetto uno solo) sono “molto conosciuti” a Melzo come “aderenti delle liste civiche”, nelle quali ricoprono o hanno ricoperto uno o l’altro incarico.

Non so se questo possa bastare rispetto alle perplessità di De Marchi, ma non posso aggiungere nient’altro. I nomi non li farò mai, “nemmeno sotto tortura”, come si diceva una volta. Chi vuole “firmare” le proprie opinioni può scrivere sul mio blog come ha fatto lui, ed io ne sarei molto felice.

Vorrei aggiungere che nel corso della mia lunga passione per la politica devo aver fatto diversi sbagli, ma non ho mai scritto una sola parola in malafede. L’unica volta che per varie circostanze sarei stato “costretto” a farlo (ed eravamo nel lontanissimo 1978) ho preferito dimettermi da consigliere comunale e dal mio partito. Da quel giorno non ho più avuto tessere. Perciò mi ha dato un po’ fastidio, lo scrivo senza polemica, che De Marchi possa avere ipotizzato, in modo forse non voluto, che io abbia in qualche modo inventato quelle conversazioni o che non le abbia riferite in modo corretto.

Dopo avere pubblicato quell’intervento, è accaduto un fatto che devo ritenere “ufficiale”.
Nelle settimane scorse si erano svolti alcuni incontri tra delegazioni ufficiali del PD e delle liste civiche, per verificare se ci fosse una volontà reciproca di iniziare un percorso che portasse ad un’alleanza nelle prossime elezioni comunali. Martedì 8 luglio le liste civiche hanno formalmente comunicato al PD di non essere disponibili, e per ora dunque il discorso si è chiuso.
Dopo quella data, ho avuto occasione di parlare, tra gli altri, con tre “aderenti alle liste civiche della prima ora” uno solo dei quali era già nel primo elenco: in merito alla decisione assunta lunedì 7 luglio, uno dei tre ha voluto solo spiegarmi i motivi della decisione, che ha limpidamente dichiarato di voler sostenere, gli altri due mi hanno detto che la considerano “del tutto sbagliata”. Sono state tre conversazioni molto lunghe, chiare ed esplicite, favorite dalle serate d’estate, per cui escludo di avere capito male. Anche in questo caso non dirò i loro nomi. Sono tre amici, non posso e non voglio farlo.
A proposito: io continuo a scrivere “liste civiche” perché mi risulta che le liste della maggioranza presenti in consiglio comunale siano due, e che una sola di esse si chiami “Insieme per Melzo”. Se mi sbaglio, correggetemi pure.
Poscritto: sono convinto da molto tempo che una delle manchevolezze peggiori della politica melzese consista nella sua personalizzazione eccessiva, che ho sempre cercato di contrastare. Penso che il “preciso dovere” di ognuno di noi sia quello di discutere solo delle opinioni degli altri, accettando a priori il fatto che possono essere diverse dalle nostre, ma senza pensare, mai, che esse siano dettate da qualche interesse o che siano in malafede. Se tutto questo finalmente accadesse, sarebbe molto meglio per tutti.

NOTA.
Paolo Sabbioni ha ufficializzato la propria decisione di non candidarsi per un nuovo mandato da sindaco.
La sua scelta conferma qualcosa che sapeva bene chi lo conosce: Paolo non ha fatto il sindaco per amore della poltrona e della carriera politica, ma per amore della nostra città.
Nel mese di giugno del prossimo anno, credo che sarà possibile definirlo, con tutta l’imparzialità possibile, il migliore sindaco di Melzo da molti anni a questa parte.

lunedì 7 luglio 2008

Favorevoli e contrari

PREMESSA.

Nel mese di febbraio ho deciso di aprire questo blog, invece di un sito internet, perché volevo uno strumento di discussione, nel quale i lettori recitassero un ruolo attivo. Un sito internet, invece, presuppone una netta separazione tra qualcuno che scrive e un “pubblico” passivo, che può solo leggere, e magari commentare al bar. Questa soluzione non mi interessava, perché l’illusione e la presunzione di dire qualcosa di particolarmente intelligente ed originale – la presunzione di avere un “pensiero” - non fanno parte di me, del mio modo di pensare, della mia vita. Il blog mi sembrava uno strumento utile per buttare lì qualcosa che fosse capace – a un anno di distanza dalle prossime elezioni comunali – di sollecitare un dibattito, un confronto civile d’opinioni, un modo di partecipare in modo responsabile e attivo alla nostra vita comunitaria.
Bene, evidentemente ho fallito: fino ad ora i numeri dicono, senza dubbio, che la funzione di questo blog, pensato per soddisfare la prima delle due alternative, è coincisa con la seconda. Il blog ha avuto un successo insperato, doppiando la soglia dei mille contatti, ma finora i miei interventi, tutti insieme, hanno ottenuto un numero di commenti che si può contare con le dita di una sola mano. Però quando giro per strada mi fermano conoscenti ed amici per dirmi: “Sai, a proposito di quello che hai scritto l’ultima volta, io penso….”. Bene, rispondo di solito, ma perché non lo scrivi? Perché non metti in circolazione questo tuo commento?
E’ accaduta la stessa cosa anche dopo il “post” del 19 maggio intitolato “La mia proposta”. Era un intervento cui tenevo particolarmente, perché vi tiravo le fila di un lungo discorso sviluppato nelle puntate precedenti.
In estrema sintesi, vi ho scritto tre cose:
A) il Partito Democratico di Melzo deve radicarsi nel proprio territorio, sviluppando una riflessione sui principali aspetti della nostra vita comunitaria, su attese e problemi più urgenti degli abitanti di Melzo, che si tradurrà in un programma politico, e attraverso questa riflessione deve costruire il proprio nuovo gruppo dirigente; è un processo fatto di ascolto, di attenzione, di consultazione, che deve coinvolgere il maggior numero di risorse possibili.
B) le liste civiche, che stanno governando Melzo, da sole, da quattro anni e lo stanno facendo bene, devono proseguire il proprio percorso, quello definito dalla frase bella e importante che apre il loro statuto: “Promuovere un laboratorio politico permanente in ambito territoriale locale ….per contribuire a qualificare le istituzioni democratiche e l’esperienza politico-amministrativa nel Comune di Melzo, favorendo la partecipazione dei cittadini".
C) da parte mia, non vedo alcun motivo perché questi due necessari percorsi, del PD e delle liste civiche, debbano restare separati. Credo, invece, sia più utile per la nostra città che diventino un percorso comune. Attraverso un chiaro patto politico.
Come prevedibile, la proposta ha fatto aumentare il numero dei commenti raccolti lungo le strade, così ho deciso di cercare, qui ed ora, di riferirli quanto più onestamente possibile, e di commentarli io stesso, visto che gli autori continuano a evitare di farlo.
Dividerò le opinioni raccolte, molto schematicamente, in favorevoli e contrari, avvisando subito che entrambe le posizioni si arricchiscono delle gradazioni e delle sfumature più varie. Le seconde, è ovvio, cercherò anche di confutarle. Non occorre precisare, naturalmente, che sulla mia proposta non ho fatto “sondaggi” e perciò non sto parlando di un “campione” più o meno significativo di melzesi, ma solo di quelli, pochi, con cui mi è accaduto di conversare: dal mio piccolo angolo visuale del resto, che è quello di un cittadino comune senza tessere e senza impegni istituzionali, non potrei fare altro.

A FAVORE: CHI E PERCHE’

Tra i miei conoscenti impegnati direttamente, in un modo o nell’altro, in politica, ho verificato: a) molti giudizi favorevoli, qualcuno perplesso e nessuno contrario da parte di chi si è impegnato nel PD o comunque lo ha votato; ed invece, b) diverse opinioni a favore, ma almeno altrettante perplesse o contrarie da parte di chi è schierato con le liste civiche.
Tra coloro, invece, che come il sottoscritto non hanno tessere, i giudizi raccolti sono stati tutti a favore, salvo aggiungere che le poche riserve non sono di merito, ma piuttosto esprimono una buona dose di perplessità sulle possibilità dell'alleanza di concretizzarsi.

Nel PD, in sostanza, se ho capito bene, si pensa che per questo partito, nato da poco, ancora impegnato a strutturarsi, a formarsi, a radicarsi, le prossime amministrative giungono troppo presto, dopo la scomparsa dei vecchi partiti di centro-sinistra, dopo 5 anni di un’opposizione che, per motivi diversi, è risultata tutto sommato poco incisiva. Mi sembra di poter riassumere che un giudizio sostanzialmente positivo sull’esperienza di governo delle liste civiche e sull’operato di Paolo Sabbioni sia diffuso nella grande maggioranza dei dirigenti attuali, e che quindi l’idea di un’alleanza fin dal primo turno sia considerata nel PD l’eventualità più logica e insieme come una opportunità positiva, perché offre a questo partito la possibilità di rientrare subito nel gioco e perché, realisticamente, viene vista come la sola carta vincente rispetto a uno schieramento di centro-destra che partirà col favore dei pronostici.

Molti, tra i componenti e gli elettori delle liste civiche, ammettono che la mia proposta associa, da un lato, un giudizio positivo sull’esperienza melzese della giunta Sabbioni, l’utilità sociale di riconoscere e valorizzare il suo nuovo stile di governo (intendiamoci: non esente da limiti) e insieme le esperienze, le competenze e i saperi acquisiti da chi ha vissuto questa avventura, e dall’altro la constatazione che nessuna proposta politica è perseguibile in astratto, nel cielo libero e sgombro di nubi proprio delle aspirazioni e delle volontà migliori, ma è chiamata a svolgersi “nelle condizioni date”, che purtroppo non siamo noi a scegliere.
In altre parole: credo che nel 2004 la proposta delle liste civiche fosse
bella, necessaria, positiva ed utile per la nostra città, e non ho dubbi che una parte della sua capacità d’attrazione derivasse dalla sua “alterità” rispetto alle altre, ma con tutti i suoi meriti, le sue novità, le sue qualità, con tutta l’unità d’intenti dei suoi molti e disinteressati sostenitori, quella proposta raccolse poco più di un quarto dei voti validi, e perciò è innegabile che Paolo Sabbioni non sarebbe mai diventato sindaco, perché escluso dal ballottaggio, se Udc e Lega Nord non avessero fatto l’incredibile errore di presentare propri candidati, gratificati con pochissimi voti, risultati però decisivi per segnare la sconfitta del candidato Paramatti. Oggi si tratta di valutare, nelle condizioni mutate, se la sacrosanta volontà ed utilità di non lasciare a metà il suo lavoro, di portare a termine i progetti deliberati o annunciati ma non ancora realizzati, sia più perseguibile restando diversi, autonomi e soli, oppure se questo lavoro, questi progetti, proprio per non rischiare che vengano abbandonati, stravolti o semplicemente accantonati, non debbano piuttosto essere difesi attraverso la scelta di un’alleanza, a condizione, è del tutto ovvio, che sia un’alleanza capace di proseguire, nella sostanziale continuità, tutta la fatica profusa, ed il senso stesso di una esperienza che certo meritava di essere fatta.

CONTRO: CHI E PERCHE'

Tra molti esponenti delle liste civiche, invece, pare molto diffusa l’opinione secondo cui, a) nati per essere “soli” e diversi rispetto al modo di fare politica dei partiti tradizionali, e b) rimasti fino ad oggi da soli, premiati anche per questo e in virtù di un rapporto più fecondo con il mondo delle associazioni e del volontariato, non si vede perché proprio oggi, dopo un’esperienza di governo giudicata positivamente o almeno molto rispettosamente da molti, questa scelta vincente di autonomia debba essere rivista, dimessa, ripudiata, smentita.
La nostra diversità fa parte della nostra carta d’identità, sembrano dire i contrari alla mia proposta: se scegliessimo la logica delle alleanze perderemmo qualcosa a cui abbiamo sempre creduto, proprio ciò che ci rende diversi (e migliori?) tradiremmo i presupposti stessi della nostra esistenza, e diventeremmo anche noi come gli altri.
Questa è la sostanza dei discorsi contrari, arricchita da molte altre e varie considerazioni, una delle quali sottolinea che la scelta autonoma è stata sancita da diversi congressi e perciò non può essere facilmente modificata, ma un’altra è proprio relativa al PD, che come tale è nato da pochi mesi, ma discende direttamente da due partiti con i quali, in passato, i rapporti non sono mai stati facili.

UN COMMENTO

Il mio dissenso rispetto a questo tipo di opinioni è duplice.
Primo. Nessuno, tantomeno in politica, ha mai interamente ragione, e perciò nessuno si può permettere di pensarlo. Tutti noi che ce ne occupiamo, con più o meno passione o interesse o ambizione, dovremmo sapere che non rappresentiamo mai, da soli, le grandi e migliori istanze del nostro tempo, ma solo, inevitabilmente, una loro parte, anche se tendiamo spesso a credere che sia la parte migliore.
Ne deriva che nessuno, tantomeno in politica, può credersi indispensabile e insostituibile. Chiunque l’abbia pensato, anche solo in segreto, senza dirlo a nessuno, è stato battuto. Ogni leader, anche grande, ogni partito, anche grande, quando si è fidato troppo delle proprie capacità e non si è accorto che le cose stavano cambiando, è stato sconfitto.
La politica ci insegna anche un’altra cosa: ogni gruppo di persone a cui accade di condividere un’esperienza importante per parecchi anni, con generosità d’intenti e grande passione, è insidiato inevitabilmente dalla tentazione di diventare autoreferenziale. In parole povere: la tentazione di bastare a se stessi perché, restando chiusi verso l’esterno, non si corre mai il rischio di non avere ragione.
Che cosa significa, infatti, dire che occorre “per principio” preservare la propria separatezza come “valore”? Chiedo, sommessamente: dove sta il valore? Il valore di ciò che facciamo non sta mai nella nostra firma, ma nelle azioni stesse. Il valore delle cose che facciamo, in politica, sta nell’utilità delle cose, nella loro capacità di rispondere a dei bisogni diffusi o almeno di indicare in che modo e in quale direzione essa debba essere perseguita. Che cosa significa dire, o pensare, che le risposte cui possiamo pensare da soli saranno certamente migliori rispetto a quelle che scaturirebbero dal confronto con qualcun altro? Non c’è forse, in questo modo di pensare, l’idea, l’illusione, o la presunzione, che nessun altro potrebbe farlo? La separatezza può essere una scelta cui si è costretti, in una situazione data, ma come può essere un valore in se? Da che cosa ci difende, da che cosa ci preserva, che cosa ci evita?
Io non ho scritto che “bisogna fare” un’alleanza tra il PD e le liste civiche. Ho scritto che sperimentare questa possibilità mi sembra necessario, logico ed utile. Sperimentare una possibilità significa confrontarsi, attorno ad un tavolo o in mezzo a una piazza, ognuno con le proprie idee, progetti, proposte. Confrontarsi sulle questioni reali, sui bisogni della città, sulle idee per migliorare la qualità della vita di tutti. Confrontarsi sulla realtà della città in cui viviamo, sui progetti urbanistici, sulla qualità dei servizi, sulle nostre idee circa la solidarietà, la cultura. Le sole questioni che qui ed oggi possono farci superare ogni differenza, ogni incomprensione, ogni diffidenza sulle varie opinioni, tutte legittime, e sulla quali potremmo anche dividerci, sugli schieramenti, sulle alleanze, sul governo, sulla situazione internazionale, sulla democrazia, sulla laicità delle istituzioni, insomma su tutto ciò che compone il grande mosaico che, per brevità, si chiama “politica”. Per verificare se davvero abbiamo bisogno di conservare la separatezza, o se invece la discussione, il confronto, l’approfondimento condotto senza preclusioni, senza preconcetti, non si rivelino, infine, come la scelta più generosa e più utile.
Vorrei, qui, riassumere quanto ho già scritto: “Le differenze tra queste due forze politiche sono poche e superabili sul piano politico-programmatico, quasi inesistenti sul piano dell’ispirazione ideale. Se nel recente passato l’ostacolo insuperabile a un’idea di collaborazione è stato il giudizio negativo pronunciato dalle liste civiche sui dirigenti locali del vecchio centro sinistra, oggi questo ostacolo è ormai stato rimosso con la nascita del PD, la fine delle sue precedenti alleanze e l’uscita di scena, che spero definitiva, di chi quelle logiche e quello stile aveva incarnato. Al contrario e in positivo, nuove opportunità di crescita democratica possono scaturire dalla volontà comune di costruire un legame non superficiale coi settori della cultura, dell’economia e della società più sensibili ai grandi temi della solidarietà sociale. Proviamo, tutti insieme, ad immaginare che cosa può essere, oggi, una rete diffusa di aspirazioni e di sentimenti da ascoltare e da rappresentare, quale immensa e inedita opportunità i cittadini possono intravedere in una società politica finalmente disponibile ad interpretarle.
E’ il grande tema, fino ad ora irrisolto, di una politica che vuole interpretare il proprio tempo dall’interno della propria comunità sociale. Complicato, difficile e smisurato, questo lungo lavoro é, insieme, il sogno e il progetto di riuscire a riunire i doveri di rappresentanza democratica e le richieste di una società consapevole. L’idea è proprio quella del laboratorio politico evocato nelle prime righe dello statuto della lista civica, quelle stesse che definivano “lo scopo stesso” del fare politica, il progetto per la nostra città cui sarebbe imperdonabile voler rinunciare”.
Per finire, dopo queste considerazioni che secondo me depongono “in positivo” a favore della necessità di sperimentare questa alleanza, consentitemi anche una sola osservazione “in negativo”, limitata alla semplice contabilità elettorale.
Lo sappiamo tutti: le ultime elezioni comunali, svoltesi quattro anni fa, sembrano già appartenere ad un’altra epoca, tanto sono cambiate le cose da allora, ed anche i risultati delle recenti elezioni politiche non sono riportabili facilmente ad un voto che è amministrativo. Ci sono, però, alcuni numeri che pesano come macigni, e contano, anche se fare previsioni significa, quasi sempre, sbagliarle.
Il centro destra ha ottenuto alle politiche oltre il 55 per cento dei voti. L’altra volta è rimasto fuori dal ballottaggio delle comunali – ho già ricordato perché – ma stavolta ci va di sicuro, e da favorito. Per il ballottaggio perciò resta solo un posto.
Nel 2004 il centro-sinistra (definito vecchio, stanco, sbagliato, eccetera) al primo turno ha ottenuto il 42 per cento dei voti, le liste civiche il 26 per cento. Sono davvero così certi i fautori della separatezza di voler mettere in gioco tutto il lavoro fatto negli ultimi dieci anni puntando tutto sulla “scommessa” che da soli si vincerà, come l’altra volta? E su che cosa basano questa certezza, che qualcuno potrebbe anche definire come presunzione?
Ultima annotazione: mi ha davvero colpito la circostanza che, tra i miei pochi amici, i più favorevoli all’alleanza fossero quelli senza tessera, quelli meno direttamente impegnati, e più “equidistanti”. Nei loro commenti, meno sofisticati e molto più laconici, ho ascoltato giudizi del tipo: “mi sembra la sola cosa utile”, oppure: “mi sembra logico”. Niente di più e di diverso. Nessuno di loro era sorpreso dalla mia proposta: la trovavano “naturale”, se non “necessaria”.
Quelli senza tessera sono anche la maggioranza di coloro che votano.
Provate a pensarci.