L'Osservatore Romano critica oggi - con parole severe - il "giro di vite" adottato dal governo italiano sui ricongiungimenti degli immigrati e i richiedenti asilo.
Lo si legge in un articolo di prima pagina firmato dal responsabile della Caritas italiana don Vittorio Nozza, che scrive: "Intristisce quando, dal mondo politico, arrivano segnali contrari che alimentano un clima di paura e intolleranza".
Ieri l’arcivescovo Marchetto, segretario del Consiglio pontificio dei migranti, ha espresso critiche molto simili, dichiarando che dopo gli ultimi provvedimenti del governo italiano “si è sempre più lontani dagli impegni assunti in materia di diritti umani” e ricordando, non solo ai cattolici, che “anche gli immigrati clandestini sono nostri fratelli”.
Dunque non è più solo “Famiglia Cristiana”, come avevo già riferito, ad esprimere critiche molto dure al governo sul tema decisivo dei diritti della persona. Ora a scrivere queste cose, in prima pagina, è il giornale ufficiale della Santa Sede. Chi nel centro-destra si era scandalizzato per i giudizi del settimanale paolino, rispondendo con pesanti ironie e attaccando duramente il suo direttore, che cosa dirà adesso?
A proposito, ieri proprio il responsabile di Famiglia Cristiana ha fatto notare che anche la rivista cattolica francese Esprit ha pubblicato un duro articolo sul governo di Parigi, ma nessuno da parte governativa si è permesso di lamentarsi né di chiedere provvedimenti, come nemmeno troppo velatamente è accaduto in Italia.
Nel suo intervento, don Antonio Sciortino osserva: “Oggi forse non si corrono alcuni rischi del passato, ma c’è un allarme circa il progetto un progetto di Stato e di convivenza democratica che non dà voce a chi non ha voce, a cominciare dalle famiglie e dai più poveri” e più avanti sottolinea che “i costi sociali di operazioni che semplificano eccessivamente la realtà possono essere altissimi”.
L’articolo si conclude così: “Il passo dal populismo all’autoritarismo può essere fatalmente breve”.
venerdì 26 settembre 2008
venerdì 12 settembre 2008
Fascismo, fascisti, ex-fascisti. La nostra storia e l'esercizio della memoria.
Il Presidente della Repubblica, che sembra visibilmente preoccupato, è intervenuto più volte in pochi giorni per contrastare diverse dichiarazioni fatte da ministri in carica e riguardanti il fascismo. Il fascismo che secondo il sindaco di Roma “non è stato il male assoluto”perchè sarebbe stato “autoritario ma non totalitario” e che “solo dopo il 1938 fu liberticida, non prima”, perfino il fascismo estremo di Salò, cui aderirono, secondo il Ministro della Difesa, “tanti italiani che sono da onorare, perchè lo fecero per amor di patria, dal loro punto di vista”.
Non sono mancati commenti econtestazioni. Tra i più equilibrati e condivisibili segnalo quello dell’”Avvenire”, quotidiano dei Vescovi italiani, secondo cui la dichiarazione del primo cittadino della capitale "è stato un indiscutibile errore" perchè "quale che fosse la sua intenzione, la frase di Alemanno aveva il senso di una rivendicazione di eredità e di identità, seppure cauta e circospetta".
Più stimolante mi è parso il commento di Enzo Mauro, direttore del quotidiano “La Repubblica”, che ha scritto: “Quelle frasi parlano di noi e di oggi, di ciò che siamo come Paese e come classe dirigente, come cultura nazionale e come pubblica opinione. Di questo vale la pena discutere”.
Proviamo a farlo.
Il vecchio PCI condannò l’intervento sovietico in Polonia, e poi diventò PdS e DS a prezzo di una grande quantità di lacrime e di abbandoni, di accuse di tradimento, di porte sbattute in faccia e pugni serrati, di innumerevoli crisi di coscienza ed anche di fratture e scissioni, con la nascita di Rifondazione e dei Comunisti Italiani, e anche molto recentemente lo scioglimento dei DS nel Partito Democratico ha avuto conseguenze analoghe, con la scissione di Sinistra Democratica: testimonianza di travagli autentici, segno di svolte profonde, di ferite vere, di cambiamenti scelti per autentica volontà di cambiare.
Il vecchio MSI invece diventò AN con la “svolta di Fiuggi”, una svolta tutta “politica” che apparentemente non produsse traumi, tanto da farci pensare in molti che non si trattasse di una profonda riflessione storica e culturale, ma di una necessità politica, dovuta alla svolta governativa e resa urgente dall’alleanza instaurata con Forza Italia.
Nel centro-destra, in quei giorni, fu solo Bossi a metterla ruvidamente in dubbio dichiarando che coi fascisti non avrebbe preso nemmeno un caffè, ma poi cambiò idea. Miracoli del potere.
Quella riflessione storica e culturale mancata a Fiuggi non è mai avvenuta, come attestano le frasi di oggi pronunciate non da semplici militanti nostalgici ma dai dirigenti nazionali; anche la Lega governa senza avere mai abbandonato le parole d’ordine per la secessione e contro lo Stato, contro l’inno e contro la bandiera, spesso assunta a capro espiatorio delle colorite minacce del suo Capo. Nel gennaio del ‘95 Fini – che pochi anni prima definiva Mussolini il più grande statista del secolo - si espresse in maniera molto netta nel congresso di fondazione di AN affermando che la Resistenza fu storicamente necessaria per superare il regime autoritario precedente, ed in seguito pronunciò la sua celebre frase sul “fascismo male assoluto”, ma quelle affermazioni restarono sempre, sia al vertice che nella pancia del suo partito, isolate.
C’è, nei ministri e nei dirigenti di AN, una completa indifferenza a chiudere i conti col proprio passato, un rifiuto a prendere atto che non è possibile governare un Paese, e nemmeno aspirare ad essere ammessi nel gruppo democristiano del Parlamento europeo, senza fare propri i principi fondanti della nostra Repubblica. Loro non lo fanno, e nessuno ormai glielo chiede più: né gli alleati di governo (dove anche la Lega si è “scordata” l’antifascismo e solo il mite e poco influente Rotondi ogni tanto prova a ricordare di essere un antifascista democristiano ed accetta di rappresentare tutti quanti all’anniversario della strage fascista di Bologna) né la cosiddetta opinione pubblica (che si tenta da almeno vent’anni di assassinare, tanto che è praticamente in coma, e comunque da ben altre questioni preoccupata) e nemmeno il Corriere della Sera (impegnato com’è a ricordarci ogni giorno che ogni errore del governo e ogni grave problema italiano sono colpa del Partito Democratico per il suo rifiuto di collaborare) né tantomeno dai molti gruppi di potere che con questo governo tornano a prosperare, come la ripresa dell’evasione e il calo del gettito IVA confermano.
Il punto è questo: non solo – dopo il gran rifiuto dell’UDC – tra i partiti che costituiscono il governo non ce n’è più alcuno che affondi la propria tradizione nella lotta antifascista e nella fase costituente, ma – circostanza molto più grave - il governo stesso propone una sua particolare idea demagogica della “democrazia” (si vedano le ripetute dichiarazioni del Presidente del Consiglio secondo le quali avrebbe “diritto” a fare qualunque cosa chi dal “popolo” ha avuto la maggioranza) secondo la quale il decisionismo non può fare caso alle leggi e alle regole, e se proprio vi è costretto è determinato a cambiarle, com’è stato fatto col lodo Alfano. Mentre, con poco scandalo, i fiancheggiatori come Dell’Utri da anni si dedicano a demolire la Resistenza, ad attaccarne presupposti e protagonisti, ad andare al mare ogni 25 aprile, e adesso promettono che riscriveranno i libri di storia.
Chi finora manca all’appello è proprio l’opposizione, e questo mi sembra davvero grave. Non perchè non si susseguano, ad ogni occasione, numerose e nobili dichiarazioni com’è puntualmente accaduto per le frasi di Alemanno e La Russa, ma perchè l’opposizione, oltre a vivere da qualche mese di un perenne complesso d’inferiorità (consentendo che l’agenda politica del Pese sia dettata solo dal governo, per rispondere solo con dichiarazioni di stampa) sembra soffrire anche di una sorta di “complesso d’incapacità”. L’incapacità, parlando non più ai giornalisti ma all’Italia intera, di richiamare la coscienza civile di tutti gli antifascisti a battere un colpo, a mostrarsi viva, a testimoniare con forza, con orgoglio, con determinazione, di possedere il senso e il significato della propria storia, perchè chi lo smarrisce è più facilmente vittima dei travisamenti, dei revisionismi interessati, delle banalizzazioni e semplificazioni, e di respirare ancora e sempre quell’idea comune di democrazia sulla quale si fondano i valori condivisi della nostra intera comunità nazionale.
Provo a ricordare qui solo qualche aspetto di quel fascismo che si cerca di rivalutare. Mussolini che nel 1922, prima della marcia su Roma, dichiara: “lo Stato fascista dividerà gli italiani in tre categorie, gli indifferenti, i simpatizzanti e i nemici: questi ultimi dovranno essere eliminati”. Gli omicidi di almeno tremila italiani dal 1920 al 1922, gli assassini di Matteotti, di Gobetti, dei fratelli Rosselli (negli anniversari dei quali non si conoscono dichiarazioni di Alemanno e La Russa, e nemmeno di Berlusconi). La prigionia e la deportazione di migliaia di antifascisti. Tutte queste cose avvennero molto “prima” del 1938, molto prima delle leggi razziali, perchè erano connaturate al fascismo, alla sua natura di regime “rivoluzionario”, cioè negatore dei presupposti della democrazia liberale e distruttore consapevole delle sue regole. E quanto alla “buona fede” di chi aderì alla Repubblica di Salò, solo una domanda: forse in Francia considerano Petain e De Gaulle due patrioti accomunati dall’amor di patria? Forse in Germania considerano “patrioti in buona fede” quelli che aderirono alle SS? Un ministro che facesse simili dichiarazioni in Francia o in Germania susciterebbe uno scandalo enorme, e sarebbe immediatamente cacciato. Perché solo qui da noi nessuno si indigna, perchè solo in Italia troppe persone considerano tutto questo “normale”?
Intanto è partita una pessima gara all’emulazione: negli ultimi due giorni, prima il ministro Giulio Tremonti rispondendo a una domanda ha detto che i principi ai quali si ispira sono “Dio, Patria e famiglia”, e proprio ieri il Presidente Berlusconi – dopo avere firmato un accordo con Gheddafi per pagargli i danni fatti dal colonialismo italiano - ha fatto gli elogi di Italo Balbo, che “in fondo in Libia ha fatto cose egregie, cose buone”.
E’ un segnale inquietante: il governo, che ufficialmente fa finta di nulla, ci sta dicendo di sentirsi abbastanza forte da schierarsi sempre più apertamente con gli ex-fascisti non pentiti che ne fanno parte. Attendo di leggere altre dichiarazioni indignate, e magari il premier dirà di essere stato capito male.
Ma è fin troppo facile prevedere che le dichiarazioni – e le provocazioni – continueranno.
Non sono mancati commenti econtestazioni. Tra i più equilibrati e condivisibili segnalo quello dell’”Avvenire”, quotidiano dei Vescovi italiani, secondo cui la dichiarazione del primo cittadino della capitale "è stato un indiscutibile errore" perchè "quale che fosse la sua intenzione, la frase di Alemanno aveva il senso di una rivendicazione di eredità e di identità, seppure cauta e circospetta".
Più stimolante mi è parso il commento di Enzo Mauro, direttore del quotidiano “La Repubblica”, che ha scritto: “Quelle frasi parlano di noi e di oggi, di ciò che siamo come Paese e come classe dirigente, come cultura nazionale e come pubblica opinione. Di questo vale la pena discutere”.
Proviamo a farlo.
Il vecchio PCI condannò l’intervento sovietico in Polonia, e poi diventò PdS e DS a prezzo di una grande quantità di lacrime e di abbandoni, di accuse di tradimento, di porte sbattute in faccia e pugni serrati, di innumerevoli crisi di coscienza ed anche di fratture e scissioni, con la nascita di Rifondazione e dei Comunisti Italiani, e anche molto recentemente lo scioglimento dei DS nel Partito Democratico ha avuto conseguenze analoghe, con la scissione di Sinistra Democratica: testimonianza di travagli autentici, segno di svolte profonde, di ferite vere, di cambiamenti scelti per autentica volontà di cambiare.
Il vecchio MSI invece diventò AN con la “svolta di Fiuggi”, una svolta tutta “politica” che apparentemente non produsse traumi, tanto da farci pensare in molti che non si trattasse di una profonda riflessione storica e culturale, ma di una necessità politica, dovuta alla svolta governativa e resa urgente dall’alleanza instaurata con Forza Italia.
Nel centro-destra, in quei giorni, fu solo Bossi a metterla ruvidamente in dubbio dichiarando che coi fascisti non avrebbe preso nemmeno un caffè, ma poi cambiò idea. Miracoli del potere.
Quella riflessione storica e culturale mancata a Fiuggi non è mai avvenuta, come attestano le frasi di oggi pronunciate non da semplici militanti nostalgici ma dai dirigenti nazionali; anche la Lega governa senza avere mai abbandonato le parole d’ordine per la secessione e contro lo Stato, contro l’inno e contro la bandiera, spesso assunta a capro espiatorio delle colorite minacce del suo Capo. Nel gennaio del ‘95 Fini – che pochi anni prima definiva Mussolini il più grande statista del secolo - si espresse in maniera molto netta nel congresso di fondazione di AN affermando che la Resistenza fu storicamente necessaria per superare il regime autoritario precedente, ed in seguito pronunciò la sua celebre frase sul “fascismo male assoluto”, ma quelle affermazioni restarono sempre, sia al vertice che nella pancia del suo partito, isolate.
C’è, nei ministri e nei dirigenti di AN, una completa indifferenza a chiudere i conti col proprio passato, un rifiuto a prendere atto che non è possibile governare un Paese, e nemmeno aspirare ad essere ammessi nel gruppo democristiano del Parlamento europeo, senza fare propri i principi fondanti della nostra Repubblica. Loro non lo fanno, e nessuno ormai glielo chiede più: né gli alleati di governo (dove anche la Lega si è “scordata” l’antifascismo e solo il mite e poco influente Rotondi ogni tanto prova a ricordare di essere un antifascista democristiano ed accetta di rappresentare tutti quanti all’anniversario della strage fascista di Bologna) né la cosiddetta opinione pubblica (che si tenta da almeno vent’anni di assassinare, tanto che è praticamente in coma, e comunque da ben altre questioni preoccupata) e nemmeno il Corriere della Sera (impegnato com’è a ricordarci ogni giorno che ogni errore del governo e ogni grave problema italiano sono colpa del Partito Democratico per il suo rifiuto di collaborare) né tantomeno dai molti gruppi di potere che con questo governo tornano a prosperare, come la ripresa dell’evasione e il calo del gettito IVA confermano.
Il punto è questo: non solo – dopo il gran rifiuto dell’UDC – tra i partiti che costituiscono il governo non ce n’è più alcuno che affondi la propria tradizione nella lotta antifascista e nella fase costituente, ma – circostanza molto più grave - il governo stesso propone una sua particolare idea demagogica della “democrazia” (si vedano le ripetute dichiarazioni del Presidente del Consiglio secondo le quali avrebbe “diritto” a fare qualunque cosa chi dal “popolo” ha avuto la maggioranza) secondo la quale il decisionismo non può fare caso alle leggi e alle regole, e se proprio vi è costretto è determinato a cambiarle, com’è stato fatto col lodo Alfano. Mentre, con poco scandalo, i fiancheggiatori come Dell’Utri da anni si dedicano a demolire la Resistenza, ad attaccarne presupposti e protagonisti, ad andare al mare ogni 25 aprile, e adesso promettono che riscriveranno i libri di storia.
Chi finora manca all’appello è proprio l’opposizione, e questo mi sembra davvero grave. Non perchè non si susseguano, ad ogni occasione, numerose e nobili dichiarazioni com’è puntualmente accaduto per le frasi di Alemanno e La Russa, ma perchè l’opposizione, oltre a vivere da qualche mese di un perenne complesso d’inferiorità (consentendo che l’agenda politica del Pese sia dettata solo dal governo, per rispondere solo con dichiarazioni di stampa) sembra soffrire anche di una sorta di “complesso d’incapacità”. L’incapacità, parlando non più ai giornalisti ma all’Italia intera, di richiamare la coscienza civile di tutti gli antifascisti a battere un colpo, a mostrarsi viva, a testimoniare con forza, con orgoglio, con determinazione, di possedere il senso e il significato della propria storia, perchè chi lo smarrisce è più facilmente vittima dei travisamenti, dei revisionismi interessati, delle banalizzazioni e semplificazioni, e di respirare ancora e sempre quell’idea comune di democrazia sulla quale si fondano i valori condivisi della nostra intera comunità nazionale.
Provo a ricordare qui solo qualche aspetto di quel fascismo che si cerca di rivalutare. Mussolini che nel 1922, prima della marcia su Roma, dichiara: “lo Stato fascista dividerà gli italiani in tre categorie, gli indifferenti, i simpatizzanti e i nemici: questi ultimi dovranno essere eliminati”. Gli omicidi di almeno tremila italiani dal 1920 al 1922, gli assassini di Matteotti, di Gobetti, dei fratelli Rosselli (negli anniversari dei quali non si conoscono dichiarazioni di Alemanno e La Russa, e nemmeno di Berlusconi). La prigionia e la deportazione di migliaia di antifascisti. Tutte queste cose avvennero molto “prima” del 1938, molto prima delle leggi razziali, perchè erano connaturate al fascismo, alla sua natura di regime “rivoluzionario”, cioè negatore dei presupposti della democrazia liberale e distruttore consapevole delle sue regole. E quanto alla “buona fede” di chi aderì alla Repubblica di Salò, solo una domanda: forse in Francia considerano Petain e De Gaulle due patrioti accomunati dall’amor di patria? Forse in Germania considerano “patrioti in buona fede” quelli che aderirono alle SS? Un ministro che facesse simili dichiarazioni in Francia o in Germania susciterebbe uno scandalo enorme, e sarebbe immediatamente cacciato. Perché solo qui da noi nessuno si indigna, perchè solo in Italia troppe persone considerano tutto questo “normale”?
Intanto è partita una pessima gara all’emulazione: negli ultimi due giorni, prima il ministro Giulio Tremonti rispondendo a una domanda ha detto che i principi ai quali si ispira sono “Dio, Patria e famiglia”, e proprio ieri il Presidente Berlusconi – dopo avere firmato un accordo con Gheddafi per pagargli i danni fatti dal colonialismo italiano - ha fatto gli elogi di Italo Balbo, che “in fondo in Libia ha fatto cose egregie, cose buone”.
E’ un segnale inquietante: il governo, che ufficialmente fa finta di nulla, ci sta dicendo di sentirsi abbastanza forte da schierarsi sempre più apertamente con gli ex-fascisti non pentiti che ne fanno parte. Attendo di leggere altre dichiarazioni indignate, e magari il premier dirà di essere stato capito male.
Ma è fin troppo facile prevedere che le dichiarazioni – e le provocazioni – continueranno.
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