Sabato 25 ottobre è nato il Partito Democratico.
La vera notizia è questa.
Erano moltissimi al Circo Massimo, una marea. Oltre ogni previsione, oltre ogni derisione, oltre ad ogni tentativo di negare, di non vedere.
Sabato scorso non solo il PD ha “dimostrato, anzitutto a se stesso, di poter mobilitare più persone di qualsiasi altra forza politica europea”, come ha scritto Curzio Maltese sulla Repubblica, ma ha detto di essere nato davvero.
Perché il Circo Massimo è stato il vero atto fondante del nuovo partito, come e più di quello delle primarie con i suoi tre milioni di voti.
Vorrei dire perchè lo scrivo, e perchè lo credo. Ma lasciatemi dire, prima, che sono molto contento.
Il Partito Democratico ufficialmente ha poco più di un anno di vita, e sei mesi fa ha perso duramente le elezioni. Da allora ha cercato di respirare dentro un tunnel di depressione, di gestire la propria crisi; ha cercato, senza ancora trovarlo, un modo efficace ed utile di fare opposizione, e ha sofferto delle tante parole, quasi sempre inutili, talvolta maligne, pronunciate al suo stesso interno. Sabato il suo elettorato popolare, invadendo Roma con cartelli e bandiere sulle quali erano elencate tutte le ragioni della radicalità della sua protesta, ha detto anzitutto ai propri dirigenti di andare avanti, di avere coraggio, di esserci.
Prima del corteo i giornali hanno ricordato a lungo i due altri cortei romani ai quali sarebbe stato inevitabilmente paragonato: la manifestazione della Cgil nel marzo del 2002 e quella di Berlusconi nel dicembre del 2006.
Il trionfo di Cofferati avvenne in un clima politico molto simile a quello di oggi: un governo di centro-destra vincente, il suo duro attacco all’articolo 18 con l'opposizione in crisi, la sinistra in gravi difficoltà, il sindacato diviso. Quel giorno il milione e mezzo di persone attorno a Cofferati fu la risposta senza paura e alla fine vincente contro il governo, che velocemente nascose il suo progetto in un cassetto senza più riaprirlo, mentre anche l’ala più dura della Confindustria venne sconfitta. Nessuno l’avrebbe detto prima, ma accadde e fu molto meglio così.
Il corteo del 2006 fu la grande trovata mediatica di un Berlusconi in grave difficoltà dopo una sconfitta elettorale, con Fini molto polemico, Casini e Follini che chiedevano “la fine del berlusconismo”. Con quel grande corteo il leader contestato rovesciò il tavolo, riprese il proprio potere indiscusso, rinvigorì la propria capacità di seduzione su milioni d'italiani, preparò l’assalto al governo Prodi e la propria rivincita. Nessuno l’avrebbe detto prima. Non fu meglio così, ma pazienza.
Quando Walter Veltroni, sabato pomeriggio, ha incominciato a parlare, i foglietti dei suoi appunti gli saranno sembrati del tutto inutili. Le cose da dire erano già scritte sulle migliaia di cartelli che aveva di fronte. Bastava leggerli. I temi, le parole d’ordine, gli slogan erano quelli, bastava raccoglierli. Ciò che teneva insieme gli slogan non riguardava affatto tutto ciò di cui il segretario del PD in questi mesi ha dovuto giocoforza occuparsi: gli equilibri fra le componenti, le tattiche parlamentari, le polemiche interne, la paura, dentro al tunnel, di non farcela più a respirare. Sui cartelli era scritto qualcosa di profondamente diverso, qualcosa di molto più diretto e più semplice: Noi siamo qui. Siamo due milioni, due e mezzo, e pazienza per la questura che non sa contare fino a duecento. Ascoltaci. Rappresenta le nostre proteste e le nostre richieste, tieni vive le nostre speranze. La storia siamo noi. Siamo qui per andare avanti.
Ascoltaci. Come ha fatto Cofferati quel giorno. Come ha fatto Barack Obama con l’America che ti piace tanto.
Era tutto scritto, bisognava solo leggere, ascoltare, capire. Per un giorno molto lungo e bellissimo il Partito Democratico lo ha saputo fare. Il difficile viene adesso, ma intanto il PD, sabato, è nato davvero.
Il difficile viene adesso. Adesso che hanno smontato quel palco di sabato. Adesso che la nomenclatura riprenderà voce, con le sue vecchie logiche. Adesso che si ritorna in Parlamento, che si fa “politica”. Col Circo Massimo non si esaurisce la discussione circa la natura del PD, sulla sua linea, su moderatismo e radicalità, sul suo spazio politico, su presente e futuro dell’opposizione. Quel dibattito ricomincia. Ma non può ricominciare come se non fosse accaduto nulla. In pochi se lo aspettavano, ma il Circo Massimo c’è stato e non si può fare finta di nulla, non si deve.
Ancora la Repubblica scrive: “Come nel 2002 il governo Berlusconi sta scivolando sulla buccia di banana di una battaglia ideologica. All'epoca fu l'attacco al sindacato, attraverso l'insensato assalto all'articolo 18. Oggi il governo è partito alla guerra contro il mondo della scuola, senza rendersi conto di aver creato in poche settimane un fronte di protesta assai più ampio e trasversale del previsto. Un fronte che va dagli studenti universitari ai professori, ai maestri, fino al cuore delle famiglie. Non è una lotta politicamente etichettata. Al Circo Massimo c'erano più giovani del solito ma sarebbe truffaldino sostenere che vi fossero masse di studenti, semmai molti insegnanti e genitori mobilitati in questi mesi contro i tagli scolastici. E tuttavia la protesta della scuola è politica, vera politica. Altrettanto politico è il disagio crescente di milioni d'italiani né di destra né di sinistra che si vedono ogni giorno scippare un pezzo di stato sociale pagato con le tasse” e si accorgono, aggiungo, che va sempre peggio.
Fino a questo momento Veltroni ha detto agli italiani che occorre una battaglia per sostenere l’attacco contro le regole della democrazia, per difendere l’antifascismo, i principi costituzionali, l’ambiente, la dignità di ogni uomo. Ora deve anche riuscire a spiegare a tutti, soprattutto a molti di quelli che hanno votato il suo avversario, che la destra non ha alcuna ricetta contro la crisi, come ha già dimostrato ogni volta che ha governato. Lo spirito del Circo Massimo lo aiuterà, se saprà tradurlo in proposta politica.
Se saprà parlare agli italiani, come loro hanno fatto sabato con lui, dicendogli: Noi ci siamo.
Nella lettera che Paolo Sabbioni ha diffuso in questi giorni ho letto che secondo lui la presenza nel PD di “politici ben noti” impediva di stabilire “alleanze che non abbiano il sapore dell’opportunismo politico”.
Qualche sera fa, alla sezione del PD di Melzo, nel corso di un incontro molto animato ed affollato, uno dei presenti ha chiesto: quando si farà un Direttivo chiuso, per spiegarci meglio?
Sono intervenuti in tanti e gli hanno spiegato, molto serenamente, che Direttivi chiusi non se ne faranno più. Erano quelli del Circo Massimo, la sera prima di partire. Stavano dicendogli: Noi ci siamo. Non si ritorna indietro.
Caro Paolo, non ti troveresti tanto male con questo PD.
lunedì 27 ottobre 2008
martedì 14 ottobre 2008
Brutte notizie per la Galbani
Leggo sul quotidiano “La Repubblica” di oggi, a firma Paolo Berizzi:
”Non bastavano le indagini - che continuano ad ampio raggio - delle procure di Cremona e Piacenza. Adesso a scrivere una nuova pagina nello scandalo dei formaggi scaduti, bonificati e spinti sulle tavole degli ignari consumatori ci pensano gli stessi dipendenti delle aziende. Accade a Perugia, dove alcuni lavoratori - venditori e addetti allo stoccaggio - hanno presentato un esposto in procura contro la Galbani, denunciando di essere "stati obbligati, per anni, dai capi del personale, a vendere merce con la data di scadenza contraffatta".
”A disposizione dei magistrati ci sono documenti, fotografie e registrazioni audio piuttosto esplicite. Nella denuncia si fa riferimento a grossi quantitativi di prodotti piazzati sul mercato dopo provvidenziali lifting nel deposito perugino dell'azienda” . Dal 2000 in poi sarebbero partite tonnellate di formaggi e salumi "tenuti in vita".
Il marchio Galbani è già coinvolto nell'inchiesta condotta dalla Guardia di Finanza di Cremona e Piacenza. Compare tra i principali fornitori della Tradel, una delle aziende che tra Lombardia e Emilia Romagna acquistavano formaggio scaduto o avariato e lo "bonificavano" mischiandolo a prodotto fresco. L’articolo a questo proposito afferma: “Precise responsabilità, in quel caso, sono emerse a carico di alcuni impiegati degli stabilimenti Galbani di Certosa, Giussago e Corteolona. “Decine di tonnellate di merce qualificata come "residui di produzione lattiero casearia per trasformazione a uso alimentare" erano in realtà costituite da croste di gorgonzola ad uso zootecnico e cagliate scadute”.
“Nel deposito di Perugia” secondo la stampa, “tutto inizia nel 2005 con la denuncia "interna" di alcuni dipendenti che si rivolgono al direttore del personale (tuttora in carica)”. Non ne possono più di quello che viene definito un "sistema vergognoso" ed informano il dirigente che sistematicamente nel loro deposito le scadenze sulle confezioni di formaggi e salumi vengono prorogate, cancellando con solventi i veri dati in modo tale che il prodotto possa essere venduto senza problemi. Anche fatture e bolle di accompagnamento sono modificate ad arte: “tutto questo i lavoratori riferiscono - prove alla mano - al direttore del personale. È il 14 novembre del 2005. L'incontro avviene in un hotel di Perugia. "C'è da vergognarsi", "i capi sanno tutto", "se vengono fuori queste cose, l'azienda chiude domani". Di più. I vertici aziendali vengono informati anche del problema delle "carenze igieniche" durante le operazioni di stoccaggio della merce. Merce stivata fuori dalla celle frigorifere. A volte addirittura in "celle private" ovvero garage. Trasporto con mezzi non idonei. Di fronte all'outing degli addetti, il dirigente promette interventi immediati, ma li dissuade dall'intraprendere eventuali azioni di denuncia. Passa un mese e Galbani corre ai ripari. Un ispettore amministrativo viene inviato nel deposito. Controlla la merce nei furgoni, accerta che è scaduta. Partono i controlli a campione in un paio di negozi. I formaggi e i salumi taroccati vengono acquistati dalla stessa azienda. Ma il sistema non cessa”.
Finisce tutto nel dossier ora presentato in Procura. La Galbani fa parte da qualche anno della francese Lactalis, il gruppo caseario numero uno in Europa, già proprietario di altri marchi italiani tra cui Invernizzi e Locatelli. La società Big Logistica è invece la società che distribuisce e vende tutti i prodotti Galbani in Italia.
La parola ora passa alla procura di Perugia, che suppongo si coordinerà con quelle di Cremona e Piacenza titolari dell’altra inchiesta.
L’amarezza, non soltanto mia ma, suppongo, di molti melzesi, è profonda. La Galbani è l’azienda che più ha influito sulla storia stessa di Melzo. Non c’è quasi una nostra famiglia nella quale qualcuno non vi abbia lavorato; nel mio caso, un nonno paterno e mia madre. Proprio in questi giorni stanno abbattendo il vecchio stabilimento di fronte alla stazione, e non c’è melzese che, passando accanto al cumulo di rovine, non si fermi a guardare almeno per qualche istante i grandi camion che trasportano lontano le macerie: negli occhi di tutti la soddisfazione nel vedere finalmente abbattuto il gigante ridotto da molti anni a un pericoloso cadavere abbandonato e infestato dai topi si unisce alle tracce di tanti ricordi e talvolta anche a un velo di nostalgia e di rimpianto. La memoria resta, è ancora ben viva, ed impiegherà almeno una generazione a confondersi con tutti le altre cose che sono state e non sono più. Per questo, la lettura delle notizie sul giornale di oggi mi provoca questo senso d’angoscia, questo blocco alla bocca dello stomaco. Mi sento come tradito, penso a che cosa direbbe mio nonno che ha vissuto, da operaio, gli anni nei quali di queste cose non si sentiva parlare e (forse) nemmeno accadevano, in un mondo dove la ricerca spasmodica del profitto a qualunque costo non assumeva ancora le proporzioni impazzite di oggi.
L’articolo della “Repubblica” si conclude con queste parole: “Viene in mente il rassicurante motto dell'azienda ("Galbani vuol dire fiducia"). Ma questa è un'altra storia”.
”Non bastavano le indagini - che continuano ad ampio raggio - delle procure di Cremona e Piacenza. Adesso a scrivere una nuova pagina nello scandalo dei formaggi scaduti, bonificati e spinti sulle tavole degli ignari consumatori ci pensano gli stessi dipendenti delle aziende. Accade a Perugia, dove alcuni lavoratori - venditori e addetti allo stoccaggio - hanno presentato un esposto in procura contro la Galbani, denunciando di essere "stati obbligati, per anni, dai capi del personale, a vendere merce con la data di scadenza contraffatta".
”A disposizione dei magistrati ci sono documenti, fotografie e registrazioni audio piuttosto esplicite. Nella denuncia si fa riferimento a grossi quantitativi di prodotti piazzati sul mercato dopo provvidenziali lifting nel deposito perugino dell'azienda” . Dal 2000 in poi sarebbero partite tonnellate di formaggi e salumi "tenuti in vita".
Il marchio Galbani è già coinvolto nell'inchiesta condotta dalla Guardia di Finanza di Cremona e Piacenza. Compare tra i principali fornitori della Tradel, una delle aziende che tra Lombardia e Emilia Romagna acquistavano formaggio scaduto o avariato e lo "bonificavano" mischiandolo a prodotto fresco. L’articolo a questo proposito afferma: “Precise responsabilità, in quel caso, sono emerse a carico di alcuni impiegati degli stabilimenti Galbani di Certosa, Giussago e Corteolona. “Decine di tonnellate di merce qualificata come "residui di produzione lattiero casearia per trasformazione a uso alimentare" erano in realtà costituite da croste di gorgonzola ad uso zootecnico e cagliate scadute”.
“Nel deposito di Perugia” secondo la stampa, “tutto inizia nel 2005 con la denuncia "interna" di alcuni dipendenti che si rivolgono al direttore del personale (tuttora in carica)”. Non ne possono più di quello che viene definito un "sistema vergognoso" ed informano il dirigente che sistematicamente nel loro deposito le scadenze sulle confezioni di formaggi e salumi vengono prorogate, cancellando con solventi i veri dati in modo tale che il prodotto possa essere venduto senza problemi. Anche fatture e bolle di accompagnamento sono modificate ad arte: “tutto questo i lavoratori riferiscono - prove alla mano - al direttore del personale. È il 14 novembre del 2005. L'incontro avviene in un hotel di Perugia. "C'è da vergognarsi", "i capi sanno tutto", "se vengono fuori queste cose, l'azienda chiude domani". Di più. I vertici aziendali vengono informati anche del problema delle "carenze igieniche" durante le operazioni di stoccaggio della merce. Merce stivata fuori dalla celle frigorifere. A volte addirittura in "celle private" ovvero garage. Trasporto con mezzi non idonei. Di fronte all'outing degli addetti, il dirigente promette interventi immediati, ma li dissuade dall'intraprendere eventuali azioni di denuncia. Passa un mese e Galbani corre ai ripari. Un ispettore amministrativo viene inviato nel deposito. Controlla la merce nei furgoni, accerta che è scaduta. Partono i controlli a campione in un paio di negozi. I formaggi e i salumi taroccati vengono acquistati dalla stessa azienda. Ma il sistema non cessa”.
Finisce tutto nel dossier ora presentato in Procura. La Galbani fa parte da qualche anno della francese Lactalis, il gruppo caseario numero uno in Europa, già proprietario di altri marchi italiani tra cui Invernizzi e Locatelli. La società Big Logistica è invece la società che distribuisce e vende tutti i prodotti Galbani in Italia.
La parola ora passa alla procura di Perugia, che suppongo si coordinerà con quelle di Cremona e Piacenza titolari dell’altra inchiesta.
L’amarezza, non soltanto mia ma, suppongo, di molti melzesi, è profonda. La Galbani è l’azienda che più ha influito sulla storia stessa di Melzo. Non c’è quasi una nostra famiglia nella quale qualcuno non vi abbia lavorato; nel mio caso, un nonno paterno e mia madre. Proprio in questi giorni stanno abbattendo il vecchio stabilimento di fronte alla stazione, e non c’è melzese che, passando accanto al cumulo di rovine, non si fermi a guardare almeno per qualche istante i grandi camion che trasportano lontano le macerie: negli occhi di tutti la soddisfazione nel vedere finalmente abbattuto il gigante ridotto da molti anni a un pericoloso cadavere abbandonato e infestato dai topi si unisce alle tracce di tanti ricordi e talvolta anche a un velo di nostalgia e di rimpianto. La memoria resta, è ancora ben viva, ed impiegherà almeno una generazione a confondersi con tutti le altre cose che sono state e non sono più. Per questo, la lettura delle notizie sul giornale di oggi mi provoca questo senso d’angoscia, questo blocco alla bocca dello stomaco. Mi sento come tradito, penso a che cosa direbbe mio nonno che ha vissuto, da operaio, gli anni nei quali di queste cose non si sentiva parlare e (forse) nemmeno accadevano, in un mondo dove la ricerca spasmodica del profitto a qualunque costo non assumeva ancora le proporzioni impazzite di oggi.
L’articolo della “Repubblica” si conclude con queste parole: “Viene in mente il rassicurante motto dell'azienda ("Galbani vuol dire fiducia"). Ma questa è un'altra storia”.
domenica 5 ottobre 2008
A proposito della Casta
Scrivono i giornali che Renzo Bossi, figlio di Umberto Bossi capo della lega Nord e ministro in carica, dopo l’accoglimento del suo ricorso al Tar potrà ripetere gli esami di maturità nei quali, a luglio, era stato bocciato.
Non conosco, naturalmente, le motivazioni dettagliate del ricorso né quelle della sentenza, che potrebbero essere del tutto legittime.
Il famoso padre ha dichiarato che la bocciatura dipendeva in gran parte dal giudizio negativo sulla tesina presentata dal figlio sulla figura di Carlo Cattaneo, padre del federalismo lombardo. Qui i miei dubbi aumentano, perchè l’importanza storica di Cattaneo è ormai riconosciuta da tutti e riesce difficile pensare a una commissione d’esame che contesti una scelta simile; è sempre possibile, invece, che una commissione giudichi negativamente non l’argomento di una tesina, ma il suo merito. Sembra, al contario, che la commissione abbia espresso giudizi negativi rispetto alla prova di matematica, che non c’entra nulla con l’opera di Carlo Cattaneo.
Mi chiedo però: quante probabilità avrebbe avuto un altro ricorso, del tutto analogo ma presentato dal figlio di un qualunque signor Rossi, cioè di un cittadino sconosciuto alle cronache della politica, di avere lo stesso esito positivo? Voi che cosa ne dite?
Il punto “politico” è questo: Umberto Bossi riceve migliaia di voti da parte di un “popolo leghista” che lo ritiene, in perfetta buona fede, l’emblema della rivolta contro “Roma ladrona”, contro un certo modo di fare politica, contro l’arroganza del potere, contro le “sopraffazioni” di quella che un libro di grande successo ha chiamato “la Casta”.
Umberto Bossi ha due figli, uno è diventato funzionario al Parlamento europeo, l’altro è questo Renzo che ripeterà l’esame. La nuora Rosy Mauro è diventata vicepresidente del Senato. Non male per il fustigatore della Casta. O no? Che cosa ne dicono gli elettori “in buona fede” di Bossi?
Non conosco, naturalmente, le motivazioni dettagliate del ricorso né quelle della sentenza, che potrebbero essere del tutto legittime.
Il famoso padre ha dichiarato che la bocciatura dipendeva in gran parte dal giudizio negativo sulla tesina presentata dal figlio sulla figura di Carlo Cattaneo, padre del federalismo lombardo. Qui i miei dubbi aumentano, perchè l’importanza storica di Cattaneo è ormai riconosciuta da tutti e riesce difficile pensare a una commissione d’esame che contesti una scelta simile; è sempre possibile, invece, che una commissione giudichi negativamente non l’argomento di una tesina, ma il suo merito. Sembra, al contario, che la commissione abbia espresso giudizi negativi rispetto alla prova di matematica, che non c’entra nulla con l’opera di Carlo Cattaneo.
Mi chiedo però: quante probabilità avrebbe avuto un altro ricorso, del tutto analogo ma presentato dal figlio di un qualunque signor Rossi, cioè di un cittadino sconosciuto alle cronache della politica, di avere lo stesso esito positivo? Voi che cosa ne dite?
Il punto “politico” è questo: Umberto Bossi riceve migliaia di voti da parte di un “popolo leghista” che lo ritiene, in perfetta buona fede, l’emblema della rivolta contro “Roma ladrona”, contro un certo modo di fare politica, contro l’arroganza del potere, contro le “sopraffazioni” di quella che un libro di grande successo ha chiamato “la Casta”.
Umberto Bossi ha due figli, uno è diventato funzionario al Parlamento europeo, l’altro è questo Renzo che ripeterà l’esame. La nuora Rosy Mauro è diventata vicepresidente del Senato. Non male per il fustigatore della Casta. O no? Che cosa ne dicono gli elettori “in buona fede” di Bossi?
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