Considerazioni, pensieri, di tutto un po'; e un accorato appello.
di Marcello Salvioni.
E' passata ormai più di una settimana dal disastro elettorale in Sardegna; giorni pieni di discussioni, ansia, scoramento da parte di molti. Ora però sento che il clima si è fatto più speranzoso, ottimista: guardiamo a ciò che è successo come un nuovo inizio, una possibile ripartenza per continuare quel progetto che chiamiamo Partito Democratico. Ma un dubbio mi resta: che cosa non ha funzionato? Com'è possibile che una persona come Soru, con grandi idee e progetti per la sua terra, e che stava lavorando bene, non sia riuscita a convincere e a vincere? Le risposte sono varie; ma in sostanza, io credo che il motivo di fondo sia che gli elettori, le persone, la gente, non si è convinta, non ha creduto nel suo progetto. Traslo ora questa considerazione a livello locale. Il PD di Melzo si sta dando davvero molto da fare. La campagna è fitta, intensa, abbiamo ottime idee e Persone che possono fare molto e bene per la nostra Città. Il programma, in fase di ultimazione, sarà concreto e innovativo. La squadra seria, capace ed entusiasta. Il tanto declamato rinnovamento si sta pian piano realmente attuando, e sono fiero di fare parte di tutto ciò. Ma una cosa, in sostanza, manca ancora: la partecipazione. Nonostante tutto il nostro impegno e le nostre capacità non sentiamo quel forte sostegno che dovremmo invece avere. Anche di questo mi chiedo i motivi. E se da una parte sono sicuro che nei prossimi mesi sapremo mostrare ciò che siamo e ciò che possiamo fare, dall'altra una considerazione mi spiazza clamorosamente: esistono svariate persone, all'interno dell'attuale Lista Civica o simpatizzanti per essa, che affermano di essere assolutamente favorevoli al Partito Democratico. Non solo: più di una di queste persone (e parlo di vertici della Lista) appena ampliano lo sguardo anche solo al livello Provinciale, non hanno dubbi su chi appoggiare. Di più ancora: ho sentito con le mie stesse orecchie che costoro prevedono un loro prossimo ingresso nel PD di Melzo; non prospettano a Insieme per Melzo una lunga vita, in quanto "l'unico possibile futuro per la Città è il PD". Ripeto che sono certo di ciò che dico, avendolo sentito io stesso da diversi appartenenti a IPM, e non propriamente gli ultimi della lista. Giustificano invece la loro permanenza nelle Liste dicendo che il PD non è ancora "sufficientemente rinnovato",e che "a IPM servono altri 5 anni". Evito le considerazioni di campagna circa altri 5 anni di governo delle Liste. Mi limito ad alcune considerazioni. Il nostro è un progetto molto arduo da attuare: le difficoltà degli ultimi giorni l'hanno ulteriormente dimostrato. E' dunque assolutamente necessario, fondamentale, che chiunque abbia un briciolo di fiducia nel Partito Democratico si faccia avanti, senza altri indugi, per dare il proprio contributo personale e politico. Dicono "non è abbastanza rinnovato". Ma, innanzitutto cosa ne può sapere della nostra vita interna chi sceglie di restarne fuori (e l'ignoranza in materia è dimostrata dalla falsità delle illazioni)! E soprattutto: non è un atteggiamento quantomeno un po' ipocrita criticare il PD in questo senso, senza però non fare assolutamente nulla? Chi dice che "a livello locale va bene la Lista Civica, ma appena sopra ci vuole il PD" ignora un elemento fondamentale del nostro Partito: la base popolare. Come si può difendere il Partito Democratico a livello sovra-comunale se lo si combatte in casa?? Se chi è un suo potenziale sostenitore si tira indietro facendo mancare la base naturale del consenso, e anzi avversando chi prova a crearlo?? Per far crescere questo progetto è fondamentale partire dalla politica che tutti possono vedere e capire, quella che governa la nostra Città. Solo allora potremo, forse, sperare di cambiare le cose un po' più in alto. C'è poi chi dice "verrò da voi tra 5 anni". A costoro dico: encomiabile la pretesa di progettare gli anni futuri. Ma non è tra 5 anni che nascerà il PD. Sta nascendo ora! O meglio, è nato, e sta cercando di prendere una forma e una direzione. E allora dico, a queste persone: se tra 5 anni il nostro progetto sarà fallito, in parte o in toto, la colpa sarà in buona misura vostra. SARÀ VOSTRA GRAN PARTE DELLA RESPONSABILITÀ. Non mia, non di noi che tutti i giorni impieghiamo ore a cercare di progettare un qualche futuro migliore e concreto, ma di chi pur credendo a parole in noi, non ha mosso un solo dito per collaborare, anzi ha remato contro, operando in una Lista che allontana la gente dalla politica, chiudendo e limitando il dibattito politico tra le mura delle nostre case. Dunque se la Lista Civica ha avuto finora anche dei lati positivi, è giunto il momento di partecipare, finalmente, ad un progetto politico vero, di più ampio respiro, che possa portare a migliorare non solo la nostra Città, ma l'intera società, anche politica, italiana. Quindi un appello, a queste persone: se affermate, e come credo siete convinti, di voler davvero una nuova forza politica in Italia, l'unica possibile strada da seguire è cominciare a lavorare dalla più piccola realtà locale, dalla base, appunto. Vogliamo una costruzione solida, e le fondamenta sono il punto di partenza, da porre subito, non quello di arrivo, "tra 5 anni!!".
Perché io, noi, crediamo di poter davvero contribuire a costruire un nuovo Partito, capace di affrontare e risolvere i problemi reali degli italiani. Non è facile, gli ostacoli da affrontare sono molti, ma abbiamo un'idea; ma "un'idea, finché resta un'idea, è soltanto un'astrazione", diceva Gaber. E noi vogliamo farne qualcosa di più. Partendo da terra, dalla base. Dalla nostra Città. Ce la possiamo fare!
Nota: ho chiesto a Marcello Salvioni di pubblicare questo suo intervento (apparso oggi sul sito http://www.pdmelzo.it/) perchè sono interamente d'accordo con lui. Condivido ogni riga, ogni parola. Avevo anche scritto cose molto simili nei mesi scorsi, quando pareva possibile che Insieme per Melzo fosse pronta a fare scelte molto diverse da quelle risultate, poi, maggioritarie. Credo ancora che quella fosse l'idea migliore, e mi accorgo di non essere il solo a pensarlo. Grazie a Marcello ed a tutti quelli che la pensano come lui. Non sono pochi.
venerdì 27 febbraio 2009
giovedì 12 febbraio 2009
Alessandro Carrera: "Una teocrazia imperfetta".
Houston, 11 febbraio 2009
Un mio collega che segue le cose italiane mi ha chiesto di spiegargli che cosa significa per l’Italia la controversia intorno a Eluana Englaro (che in America ha fatto capolino anche su CNN). Senza pensarci, istintivamente, gli ho detto che per capire l’Italia di oggi deve pensare all’America coloniale, prima della dichiarazione d’indipendenza. Finché è durata la Prima Repubblica, la Democrazia Cristiana aveva un’importante funzione di mediazione tra il Vaticano e l’Italia. Venuta meno la DC la mediazione è saltata, e gli italiani si sono trovati esposti alla lotta che da allora, a Roma come nel resto d’Italia, si svolge tra due stati per il controllo dello stesso territorio. Il risultato è una situazione coloniale e una teocrazia imperfetta.
In una nota dello Zibaldone datata 1 dicembre 1825, Leopardi osserva che i romani e in generale gli italiani, per via del gran numero di papi non italiani che hanno avuto, sono l’unico popolo che non trova strano il fatto di essere comandato da un capo di stato straniero. Tale situazione di “pacifica e non cruenta schiavitù, e quasi conquista” (parole testuali) non solo è data per scontata, è anche obliata. Molti italiani non sanno affatto di vivere in una colonia e non in uno stato sovrano, che le curie vescovili agiscono sul loro territorio come agenzie coloniali, e che lo stato non è retto da governanti ma da governatori. Alcuni di questi governatori hanno mantenuto un certo grado di autonomia e infatti sono stati rimossi. Altri, come quello attualmente in carica, si vogliono distinguere per zelo e fanno di tutto per guadagnare crediti agli occhi del loro sovrano.
Che cosa vuole un potere coloniale? Riscuotere le tasse (l’otto per mille, pagato in anticipo dallo stato italiano, prima ancora di averlo incassato) e tener buoni i nativi. Non interviene a gestire la cosa pubblica. A tale scopo ha bisogno di una classe di colonizzatori collocati nei governi locali, nell’istruzione e nei media, e che avrebbero tutto da perdere se la popolazione locale alzasse la cresta e volesse prendere decisioni autonome. Non disponendo di un esercito, la potenza coloniale dalla quale l’Italia dipende fa di più e di meglio: sostenendo di essere l’unica istituzione in grado di interpretare il diritto naturale (ma se è naturale come può avere un solo interprete?) sottrae al popolo la possibilità di gestirsi come soggetto morale. Agli occhi di questo potere coloniale, la popolazione è fatta di indigeni senza autonomia decisionale e che devono essere guidati, premiati o castigati a seconda dei casi.
Vivo in America da ventun anni. Quando torno nel paese in cui sono nato, ogni volta che varco le porte di un’istituzione connessa alla gerarchia religiosa capisco di trovarmi di fronte all’unica classe dirigente che esista oggi in Italia. Sono svegli, colti, informati. Viaggiano, imparano, e hanno un’idea molto chiara dello scopo che perseguono. Tra loro vi sono serie differenze d’opinione, naturalmente, perché la Chiesa è una grande istituzione, tanto vasta al suo interno da poter essere reazionaria su alcuni punti e progressista su altri, nonché dotata, su alcune specifiche questioni, di maggiore buon senso dei governanti laici. Voglio solo far notare che questa classe dirigente, la sola attiva in Italia, non lavora per l’Italia ma per un altro stato, che i suoi rappresentanti sono agenti di una potenza straniera operante su un suolo colonizzato e che i funzionari indigeni, se in un momento di crisi devono scegliere tra la potenza coloniale e la colonia, sanno benissimo che la loro lealtà deve andare alla prima.
Le conseguenze di questa teocrazia imperfetta sono molteplici. Da un lato, la potenza coloniale costituita dal Vaticano, dalla CEI, dalla Compagnia delle Opere (stavo per dire la Compagnia delle Indie, ma del resto i gesuiti nel Settecento chiamavano le isole “le Indie d’Italia”) raccoglie tutti i benefici; dall’altro non si assume responsabilità spicciole. Non deve costruire ferrovie, risolvere crisi economiche o ripulire i cantieri dall’amianto. Questo è compito dei funzionari indigeni. Se falliscono, la colpa è interamente loro. La potenza coloniale aborrisce i dettagli, glielo impedisce la sua stessa superiorità morale. Molti studiosi della modernità, stranieri e non, osservano spesso che gli italiani non hanno ben chiaro che cosa sia la responsabilità individuale, e nemmeno di che natura sia il vincolo che lega il cittadino alla legge. Ma nessuno può crescere come soggetto morale e giuridico se ogni giorno constata che nemmeno i governanti da lui eletti sono padroni in casa propria, e che l’ultima autorità non risiede mai presso di loro, bensì presso i rappresentanti di uno stato straniero che lui non ha eletto e non avrebbe potere di eleggere.
La situazione di teocrazia imperfetta toglie agli italiani la dignità di decidere e quindi anche di sbagliare, affrontando da adulti le conseguenze delle proprie decisioni. Agli occhi della gerarchia coloniale gli italiani sono dei Renzo Tramaglino, tanto bravi e un poco sciocchi, e se non interviene Fra’ Cristoforo a dirgli che cosa devono fare non ne combinano una giusta.
Finché il popolo italiano non si renderà conto di essere colonizzato non avrà nessuna speranza di diventare adulto. E nulla cambierà finché non verrà sottoscritta una Dichiarazione d’Indipendenza del Popolo Italiano. Che potrebbe cominciare ispirandosi a quella stesa da Thomas Jefferson: “Quando nel corso degli eventi umani diventa necessario per un popolo dissolvere i legami politici che l’hanno legato a un altro e assumere, tra le potenze della terra, lo statuto separato e uguale al quale le leggi della natura e divine gli danno diritto...”. Gli italiani potranno allora ascoltare quello che i loro funzionari ex-coloniali hanno da dire, e potranno loro rispondere: “Grazie, terremo conto del vostro parere, ma siamo indipendenti, siamo un’altra nazione”.
È difficile per due nazioni condividere lo stesso territorio, ma una nazione è formata dai suoi cittadini e dalle sue leggi, non dai suoi chilometri quadrati. E siccome la strada verso questa indipendenza sarà lunga e faticosa, intanto è bene che la Dichiarazione d’Indipendenza venga sottoscritta interiormente, cittadino per cittadino, che si faccia ricorso ad essa ogni volta che si tratta di prendere decisioni difficili, e che in ogni momento della giornata venga sempre tenuta in mente, stampata a caratteri d’oro, costi quello che costi.
NOTA: Alessandro Carrera insegna alla University of Houston. Il suo ultimo saggio è “L’America al bivio della democrazia”, la raccolta degli articoli scritti per “Europa” nel corso della campagna elettorale americana per le elezioni presidenziali del novembre scorso (Ed. Vertigo, 2008).
Il testo di questo articolo, scritto per “Europa”, non è stato pubblicato.
Un mio collega che segue le cose italiane mi ha chiesto di spiegargli che cosa significa per l’Italia la controversia intorno a Eluana Englaro (che in America ha fatto capolino anche su CNN). Senza pensarci, istintivamente, gli ho detto che per capire l’Italia di oggi deve pensare all’America coloniale, prima della dichiarazione d’indipendenza. Finché è durata la Prima Repubblica, la Democrazia Cristiana aveva un’importante funzione di mediazione tra il Vaticano e l’Italia. Venuta meno la DC la mediazione è saltata, e gli italiani si sono trovati esposti alla lotta che da allora, a Roma come nel resto d’Italia, si svolge tra due stati per il controllo dello stesso territorio. Il risultato è una situazione coloniale e una teocrazia imperfetta.
In una nota dello Zibaldone datata 1 dicembre 1825, Leopardi osserva che i romani e in generale gli italiani, per via del gran numero di papi non italiani che hanno avuto, sono l’unico popolo che non trova strano il fatto di essere comandato da un capo di stato straniero. Tale situazione di “pacifica e non cruenta schiavitù, e quasi conquista” (parole testuali) non solo è data per scontata, è anche obliata. Molti italiani non sanno affatto di vivere in una colonia e non in uno stato sovrano, che le curie vescovili agiscono sul loro territorio come agenzie coloniali, e che lo stato non è retto da governanti ma da governatori. Alcuni di questi governatori hanno mantenuto un certo grado di autonomia e infatti sono stati rimossi. Altri, come quello attualmente in carica, si vogliono distinguere per zelo e fanno di tutto per guadagnare crediti agli occhi del loro sovrano.
Che cosa vuole un potere coloniale? Riscuotere le tasse (l’otto per mille, pagato in anticipo dallo stato italiano, prima ancora di averlo incassato) e tener buoni i nativi. Non interviene a gestire la cosa pubblica. A tale scopo ha bisogno di una classe di colonizzatori collocati nei governi locali, nell’istruzione e nei media, e che avrebbero tutto da perdere se la popolazione locale alzasse la cresta e volesse prendere decisioni autonome. Non disponendo di un esercito, la potenza coloniale dalla quale l’Italia dipende fa di più e di meglio: sostenendo di essere l’unica istituzione in grado di interpretare il diritto naturale (ma se è naturale come può avere un solo interprete?) sottrae al popolo la possibilità di gestirsi come soggetto morale. Agli occhi di questo potere coloniale, la popolazione è fatta di indigeni senza autonomia decisionale e che devono essere guidati, premiati o castigati a seconda dei casi.
Vivo in America da ventun anni. Quando torno nel paese in cui sono nato, ogni volta che varco le porte di un’istituzione connessa alla gerarchia religiosa capisco di trovarmi di fronte all’unica classe dirigente che esista oggi in Italia. Sono svegli, colti, informati. Viaggiano, imparano, e hanno un’idea molto chiara dello scopo che perseguono. Tra loro vi sono serie differenze d’opinione, naturalmente, perché la Chiesa è una grande istituzione, tanto vasta al suo interno da poter essere reazionaria su alcuni punti e progressista su altri, nonché dotata, su alcune specifiche questioni, di maggiore buon senso dei governanti laici. Voglio solo far notare che questa classe dirigente, la sola attiva in Italia, non lavora per l’Italia ma per un altro stato, che i suoi rappresentanti sono agenti di una potenza straniera operante su un suolo colonizzato e che i funzionari indigeni, se in un momento di crisi devono scegliere tra la potenza coloniale e la colonia, sanno benissimo che la loro lealtà deve andare alla prima.
Le conseguenze di questa teocrazia imperfetta sono molteplici. Da un lato, la potenza coloniale costituita dal Vaticano, dalla CEI, dalla Compagnia delle Opere (stavo per dire la Compagnia delle Indie, ma del resto i gesuiti nel Settecento chiamavano le isole “le Indie d’Italia”) raccoglie tutti i benefici; dall’altro non si assume responsabilità spicciole. Non deve costruire ferrovie, risolvere crisi economiche o ripulire i cantieri dall’amianto. Questo è compito dei funzionari indigeni. Se falliscono, la colpa è interamente loro. La potenza coloniale aborrisce i dettagli, glielo impedisce la sua stessa superiorità morale. Molti studiosi della modernità, stranieri e non, osservano spesso che gli italiani non hanno ben chiaro che cosa sia la responsabilità individuale, e nemmeno di che natura sia il vincolo che lega il cittadino alla legge. Ma nessuno può crescere come soggetto morale e giuridico se ogni giorno constata che nemmeno i governanti da lui eletti sono padroni in casa propria, e che l’ultima autorità non risiede mai presso di loro, bensì presso i rappresentanti di uno stato straniero che lui non ha eletto e non avrebbe potere di eleggere.
La situazione di teocrazia imperfetta toglie agli italiani la dignità di decidere e quindi anche di sbagliare, affrontando da adulti le conseguenze delle proprie decisioni. Agli occhi della gerarchia coloniale gli italiani sono dei Renzo Tramaglino, tanto bravi e un poco sciocchi, e se non interviene Fra’ Cristoforo a dirgli che cosa devono fare non ne combinano una giusta.
Finché il popolo italiano non si renderà conto di essere colonizzato non avrà nessuna speranza di diventare adulto. E nulla cambierà finché non verrà sottoscritta una Dichiarazione d’Indipendenza del Popolo Italiano. Che potrebbe cominciare ispirandosi a quella stesa da Thomas Jefferson: “Quando nel corso degli eventi umani diventa necessario per un popolo dissolvere i legami politici che l’hanno legato a un altro e assumere, tra le potenze della terra, lo statuto separato e uguale al quale le leggi della natura e divine gli danno diritto...”. Gli italiani potranno allora ascoltare quello che i loro funzionari ex-coloniali hanno da dire, e potranno loro rispondere: “Grazie, terremo conto del vostro parere, ma siamo indipendenti, siamo un’altra nazione”.
È difficile per due nazioni condividere lo stesso territorio, ma una nazione è formata dai suoi cittadini e dalle sue leggi, non dai suoi chilometri quadrati. E siccome la strada verso questa indipendenza sarà lunga e faticosa, intanto è bene che la Dichiarazione d’Indipendenza venga sottoscritta interiormente, cittadino per cittadino, che si faccia ricorso ad essa ogni volta che si tratta di prendere decisioni difficili, e che in ogni momento della giornata venga sempre tenuta in mente, stampata a caratteri d’oro, costi quello che costi.
NOTA: Alessandro Carrera insegna alla University of Houston. Il suo ultimo saggio è “L’America al bivio della democrazia”, la raccolta degli articoli scritti per “Europa” nel corso della campagna elettorale americana per le elezioni presidenziali del novembre scorso (Ed. Vertigo, 2008).
Il testo di questo articolo, scritto per “Europa”, non è stato pubblicato.
sabato 7 febbraio 2009
Tre opinioni.
«Nel caso in cui io non possa più manifestare ed esprimere le mie volontà dispongo:
Non debbono essere intraprese nei miei confronti misure di prolungamento della vita se, secondo la migliore scienza e conoscenza medica, è attestato che ogni misura di prolungamento della vita è senza prevedibile miglioramento e che dilazionerebbe solo la mia morte. Trattamenti e accompagnamenti medici, così come un' assistenza premurosa, debbono in questi casi essere indirizzati a ridurre i dolori, l' agitazione, la paura, l' affanno, la nausea, anche quando non si possa escludere che il necessario trattamento antidolorifico possa abbreviare la vita. Io vorrei poter morire con dignità e pace, per quanto possibile vicino e in contatto con i miei parenti, le persone care e nell' ambiente che mi è familiare. La mia confessione di fede è...”
Cardinal Karl Lehmann, Presidente della Conferenza episcopale tedesca, cattolico, e Manfred Kock,Presidente del Consiglio delle Chiese Evangeliche in Germania, protestante.
Distribuito nel Duomo di Muenster, circa due mesi fa.
«Le nuove tecniche che permettono interventi sempre più efficaci sul corpo umano richiedono un supplemento di saggezza per non prolungare i trattamenti quando ormai non giovano più alla persona. Occorre distinguere tra eutanasia ed astensione dall' accanimento terapeutico, termini spesso confusi. La prima si riferisce ad un gesto che intende abbreviare la vita, causando positivamente la morte; la seconda consiste nella rinuncia all' utilizzo di procedure mediche sproporzionate e senza ragionevole speranza di esito positivo».
Carlo Maria Martini, “Il Sole 24 ore”, gennaio 2007.
«Sono vicino a papà Beppino Englaro. Porre termine al calvario di Eluana è un atto di misericordia. Così del resto è stato fatto quando Giovanni Paolo II ha implorato, esausto: "Lasciatemi andare"».
Giuseppe Casale, vescovo di Foggia. Pochi giorni fa.
Non debbono essere intraprese nei miei confronti misure di prolungamento della vita se, secondo la migliore scienza e conoscenza medica, è attestato che ogni misura di prolungamento della vita è senza prevedibile miglioramento e che dilazionerebbe solo la mia morte. Trattamenti e accompagnamenti medici, così come un' assistenza premurosa, debbono in questi casi essere indirizzati a ridurre i dolori, l' agitazione, la paura, l' affanno, la nausea, anche quando non si possa escludere che il necessario trattamento antidolorifico possa abbreviare la vita. Io vorrei poter morire con dignità e pace, per quanto possibile vicino e in contatto con i miei parenti, le persone care e nell' ambiente che mi è familiare. La mia confessione di fede è...”
Cardinal Karl Lehmann, Presidente della Conferenza episcopale tedesca, cattolico, e Manfred Kock,Presidente del Consiglio delle Chiese Evangeliche in Germania, protestante.
Distribuito nel Duomo di Muenster, circa due mesi fa.
«Le nuove tecniche che permettono interventi sempre più efficaci sul corpo umano richiedono un supplemento di saggezza per non prolungare i trattamenti quando ormai non giovano più alla persona. Occorre distinguere tra eutanasia ed astensione dall' accanimento terapeutico, termini spesso confusi. La prima si riferisce ad un gesto che intende abbreviare la vita, causando positivamente la morte; la seconda consiste nella rinuncia all' utilizzo di procedure mediche sproporzionate e senza ragionevole speranza di esito positivo».
Carlo Maria Martini, “Il Sole 24 ore”, gennaio 2007.
«Sono vicino a papà Beppino Englaro. Porre termine al calvario di Eluana è un atto di misericordia. Così del resto è stato fatto quando Giovanni Paolo II ha implorato, esausto: "Lasciatemi andare"».
Giuseppe Casale, vescovo di Foggia. Pochi giorni fa.
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