domenica 15 marzo 2009

Storie minime

Si chiamava Joy Johnson, aveva 24 anni. Era nigeriana. Era una clandestina. Per vivere faceva la prostituta, nella città di Bari, Italia, dove pare sia arrivata nel novembre scorso. Si è ammalata di tubercolosi, ma non è andata in ospedale, per paura di essere denunciata, arrestata, espulsa.
Un “cliente” l’ha trovata agonizzante, venerdì sera, nelle campagne alle porte di Bari. Ha chiamato il 118, ma era già troppo tardi. Joy perdeva sangue dalla bocca ed è morta subito dopo, per tubercolosi polmonare avanzata.

Se si fosse sottoposta a un semplice esame del sangue o a una radiografia, Joy oggi sarebbe ancora viva. Una sola telefonata, una semplice visita potevano salvarla. Non ha mai fatto quella telefonata, non ha chiesto aiuto a nessuno. Aveva paura, paura, paura.

I giornali che hanno riferito il fatto di cronaca, poche righe in tutto, hanno insistito più che altro sui pericoli che corrono in questi giorni tutti quelli che hanno avuto rapporti con lei, anche gli stessi soccorritori e i connazionali del centro d’accoglienza dove Joy aveva saltuariamente vissuto, perchè la malattia della donna, allo stadio cui era giunta, è altamente contagiosa ed ha fatto scattare l’allarme sanitario in tutta la zona: è stato chiuso per precauzione anche l'istituto di medicina legale del Policlinico e si invitano tutti quelli che la conoscevano a recarsi subito nell’ospedale più vicino.

Ora, io so bene che la morte di una prostituta nigeriana non importa praticamente a nessuno. Che la vita di una prostituta nigeriana non importa praticamente a nessuno. Ce ne sono a migliaia come lei nelle nostre strade, carne da macello anonima e degradata, agnelli sacrificali, povere vite violentate, usate, bastonate, sfruttate, divorate da un gioco a fare soldi più grande di loro.

Noi, intanto, siamo distratti da un’infinità di altre cose, da altri problemi e pensieri. In Parlamento c’è un disegno di legge per “togliere dalle strade” le prostitute, per nasconderle al chiuso e “restituire decoro” alla strade stesse e perciò anche alle passeggiate serali degli uomini di buona volontà. Ma in questa morte, se possibile, secondo me c’è anche una violenza aggiunta, una ipocrisia nuova, uno scandalo supplementare, un silenzio generale ancor più assordante.

Jay è morta perchè aveva paura. Nessuno si è preoccupato della sua malattia e si è occupato della sua morte. Nessun politico ha fatto dichiarazioni al telegiornale nell’ora di punta. Nessuno ha “difeso” la sua vita. Dov’erano, mentre lei moriva perchè aveva paura, quelli che “i medici che sono chiamati a curare i clandestini hanno il dovere di denunciarli?”, quelli che manifestavano davanti a una clinica di Udine dove una donna stava morendo perchè “la vita è un dovere sacro e inviolabile”?” Dov’erano quelli che hanno gridato “assassino” a suo padre? Dov’erano quelli che “la vita va difesa a qualunque costo”? Quelli che non stanno mai zitti a riflettere, quelli non hanno mai paura di nulla?

A Recife, in Brasile, c'è una bambina di nove anni. Non conosco il suo nome. Nessuno, giustamente, l’ha scritto. Ha un patrigno che abusa sessualmente di lei da quando aveva sei anni, e che abusa anche della sorellina, che ha 14 anni ed è invalida. Ora il patrigno, reo confesso, è in carcere. Ora la bambina di nove anni è incinta, di due gemelli.
La bambina ha anche un padre, e una madre. La madre spera che la figlia abortisca, il padre no.

Un medico di Recife prende in cura la bambina, le somministra dei farmaci che le provocano l'aborto. Il medico e i suoi collaboratori pensano, nel rispetto della legge brasiliana, che non sia possibile obbligare una bambina di nove anni a mettere al mondo il frutto di uno stupro, e si preoccupano del rischio altissimo che il parto gemellare avrebbe comportato per la madre-bambina.

A Recife però c'è anche un arcivescovo, che si chiama Jose’ Cardoso Subrinho. Il suo nome è sui giornali, per cui lo scrivo anch’io. Anche la sua faccia è sui giornali. Se vi capita, guardatela.

L’arcivescovo Subrinho ha scomunicato senza appello il medico che ha aiutato la bambina ad abortire, i suoi collaboratori e la madre che ha approvato l’aborto. Non ha scomunicato la bambina, perchè alla sua età non può essere scomunicata, ma per partorire due gemelli, sì. Non ha scomunicato il patrigno, "perché l'aborto è peggiore del suo crimine".

L'arcivescovo ha proclamato che la legge di Dio è superiore a qualunque legge umana. L'arcivescovo ha aggiunto che “l'olocausto dell'aborto è peggiore di quello dei sei milioni di ebrei nella Shoah”. Lui è sicuro: è peggiore. Quindi l’arcivescovo ha concluso: «La scomunica in un caso come questo è automatica. Ma non significa che gli scomunicati siano condannati all' inferno. Tutti possono pentirsi se ammettono di aver sbagliato. Io riceverei volentieri questa madre se chiedesse perdono».

Ah, dimenticavo. Livio Moraes, primario presso l'ospedale dell'Università di Pernambuco, ha ricordato che la legge brasiliana "autorizza l'aborto in caso di stupro o pericolo di morte" ed ha commentato: “Penso che sotto questo aspetto la medicina sia più corretta della Chiesa”. Un gruppo di avvocati cattolici di Recife ha denunciato i medici per il procurato aborto. L’accusa è di omicidio volontario aggravato. Come quelli che in Italia hanno denunciato per omicidio i medici di Udine e il signor Englaro.

C'è, a Roma, come forse sapete, il Vaticano. E in Vaticano c’è la Pontificia Accademia per la Vita, che è diretta da monsignor Re. La Pontificia Accademia ha spiegato che la scomunica decisa dall'Arcivescovo di Recife era necessaria. Era “un atto dovuto, come prescrive il Codice di Diritto Canonico di fronte ad un palese caso di aborto procurato”. Un sacerdote del Pontificio Consiglio per la Famiglia ha spiegato che "l'annuncio della Chiesa è la difesa della vita e della famiglia". E che i medici brasiliani si sono resi "protagonisti di una scelta di morte".

Il vescovo di Nanterre, Francia, monsignor Daucurt, ha scritto al vescovo di Recife e per conoscenza al Vaticano queste parole: “Io so che in questa tragedia avete aggiunto del dolore al dolore, avete provocato della sofferenza e dello scandalo presso molte persone di tutto il mondo. I vescovi devono anzitutto manifestare la bontà di Gesù Cristo, il solo vero Buon Pastore”.

Adriano Sofri, condannato da un tribunale italiano come mandante di un omicidio (la stessa accusa rivolta al signor Englaro) ha scritto: “Penso che non si debba commentare tutto ciò. Neanche una parola. Bisogna trattenere il respiro, fino a scoppiare”.