martedì 19 maggio 2009

Proposte per le politiche culturali.

Sergio Villa: le politiche culturali. Trascrizione dell’intervento di venerdì 8 maggio a Palazzo Trivulzio.

Nel cammino verso il cambiamento bisogna spalancare le porte alle nuove idee, alle arti e ad ogni espressione alta della nostra contemporaneità. Un ambiente culturalmente vivace ed attivo aiuta una comunità a prendersi cura della propria città ed a progettare il proprio futuro.
La cultura è la migliore risorsa della comunità locale, ed anche della buona politica, quella che si propone di essere dialogo sui progetti e sulla qualità della vita e non semplice gestione dei poteri.
Ogni città é composta da soggetti sempre più eterogenei e conosce una interessante pluralità di culture. Nel futuro sarà sempre più così. Ogni gruppo sociale, che ha interessi diversi, rivolge richieste che tendono sempre più a manifestarsi attraverso specificità, differenze, conflittualità. Si tratta di offrire ad ognuno la possibilità di esprimersi, ma bisogna governare la pluralità proponendo la ricerca responsabile e necessaria di una mediazione.

In questo nuovo quadro, crediamo che proporsi come i rappresentanti di una ideale “comunità di Melzo” al di sopra degli interessi di gruppo e di parte sia, culturalmente parlando, una illusione. La pretesa di governare senza mai prendere posizione su ciò che accade ogni giorno in Italia e nel mondo non è comprensibile né condivisibile. Prendere posizione è un dovere, soprattutto quando ciò che accade mette direttamente in gioco la nostra visione della persona, della comunità sociale, della laicità, in definitiva della stessa democrazia. Io vorrei conoscere quali sono le opinioni del mio sindaco prima di votarlo, sapere che cosa pensa della società in cui viviamo, non mi basta chiedergli quali soluzioni propone per arredare una piazza o gestire il servizio del metano.

Per la comunità di Melzo dare risorse e strumenti alla cultura significa conservare la nostra memoria, riflettere sulla nostra identità e investire sul nostro futuro. Compito di un’azione moderna e consapevole per sviluppare politiche culturali è quello di valorizzare capacità, esperienze ed interessi dei cittadini, singoli ed associati, proponendo un vasto ventaglio di servizi, strumenti e occasioni per la crescita personale e comunitaria.
Questa azione si svolge su diversi piani. Occorre anzitutto valorizzare le nostre eccellenze e sostenere con generosità e competenza le attività delle più significative presenze locali collegandole in una visione d’insieme. Bisogna premiare l’impegno di quanti, impegnandosi nei vari ambiti, sanno costruire stabilmente tutto ciò che sa valorizzare la nostra città diventando, nel tempo, patrimonio di conoscenza comune.

La giunta uscente, nel momento del suo insediamento, si è proposta di “rivitalizzare” l’immagine e la realtà di una città che definiva “spenta”. Cinque anni più tardi l’impressione più generale sui risultati raggiunti è fatta di luci e di ombre.
C’è stato un fondamentale passo in avanti, costituito dalla consapevolezza che bisogna investire nella cultura. Se oggi possiamo discutere e legittimamente dissentire sull’operato della giunta uscente, avanzando proposte diverse, è perché una politica culturale organicamente intesa è stata perseguita e svolta, pur con risultati molto contradditori, trovando stabilmente all’interno del nostro bilancio le risorse per praticarla. Questa riconquista di centralità delle politiche culturali rappresenta l’eredità migliore che la giunta attuale lascia a quella futura.

Quando ci si occupa di politiche culturali e si giudica l’operato di una amministrazione pubblica, spesso si tende a vedere solo l’aspetto più immediato e superficiale, costituito dall’elenco delle manifestazioni patrocinate e dal loro presunto “successo”, misurato semplicisticamente nel concorso di pubblico. Nella propaganda elettorale della maggioranza vedo una grande insistenza nel proporre foto a colori di piazze festanti e l’elenco numerico delle iniziative svolte o patrocinate, come se il successo delle politiche culturali fosse questione di quantità e come se ogni discussione si potesse ridurre a questo. Qui mi sembra, invece, molto più utile presentare una visione e un progetto molto differenti proponendo a ciascuno di fare una scelta.
Se la giunta ha investito molte ed importanti risorse per la cultura, non ha quasi mai speso bene.
Dissentiamo sulle principali scelte nelle politiche culturali della giunta, confermate e riproposte con perseveranza un anno dopo l’altro. Dissentiamo ancora più nettamente sulle scelte relative alle più importanti strutture culturali, la biblioteca pubblica ed il teatro. Dissentiamo, infine, sul grande e decisivo tema della partecipazione.
Il fattore essenziale che distingue un progetto culturale è rappresentato dallo stile e dal metodo di governo e dalla qualità del rapporto che viene instaurato con i cittadini. Queste scelte sono il vero biglietto da visita che rende credibile,
o meno, qualunque discorso sulla cultura. Governare bene significa instaurare nella propria città un processo partecipativo condiviso, fatto di ascolto, di attenzione, consultazione e proposizione, e capace di coinvolgere il maggior numero di risorse possibili. Occorre favorire ogni contributo attivo e creativo, ogni idea interessante e significativa proveniente dalla società civile. Noi la chiamiamo proposta di cittadinanza attiva. Credere alla partecipazione non significa informare la città dopo avere già fatto le scelte, ma ascoltarla prima di compierle.
Questa giunta ha introdotto novità significative e importanti per migliorare l’informazione, ma ha fatto davvero poco per costruire un diverso rapporto di partecipazione. Alle nostre critiche su questi temi ha risposto, quasi con fastidio, di avere realizzato il bilancio sociale, qualcosa che nessuno prima aveva mai fatto: ma è del tutto evidente o dovrebbe esserlo che il bilancio sociale è uno strumento d’informazione, perché è un consuntivo, e quando viene stampato i conti della città sono già stati approvati da parecchi mesi.
La partecipazione invece è tutt’altra cosa, perchè significa credere alla possibilità che i cittadini possano diventare protagonisti di un progetto politico più avanzato, perchè significa chiedere a tutti di contribuire al governo della comunità con la propria esperienza di idee e conoscenze. E’ uno stile di governo, una pratica nuova che costa fantasia e fatica, coraggio ed intraprendenza, e che si realizza nei fatti, negli atti quotidiani. Ci si crede o non ci si crede.

In questi cinque anni sono stati quasi del tutto ignorati molti aspetti essenziali delle politiche culturali: non c’è stata alcuna proposta di respiro non localistico e capace, col passare degli anni, di diventare tradizione, cioè un appuntamento fisso ed atteso di rilevanza regionale o nazionale. Tutti questi propositi erano scritti nel programma di Insieme per Melzo, ma si è preferito scegliere una strategia più facile mirata al consenso.

E’ completamente mancata la volontà di chiamare la città a pensare, ad approfondire, a discutere sui temi più attuali e importanti della vita di Melzo, dell’Italia, del mondo. E’ accaduto di tutto in questi cinque anni: grandi avvenimenti internazionali hanno cambiato il mondo, una gigantesca crisi ha scosso le fondamenta della nostra economia, la scuola ha vissuto grandi difficoltà e polemiche, c’è un grande dibattito sulla vita stessa, e sulla sua fine.
A Melzo però è come se niente di tutto questo fosse accaduto, oppure non è stato giudicato meritevole di attenzione, dibattito, discussione, approfondimento. Giudicare un grande successo l’avere portato la gente in piazza per occasioni di puro divertimento e consumo vuol dire scegliere di abbassare il tiro e accontentarsi del provincialismo.

Le strutture.
Nel progetto del centro-sinistra per l’area ex-Galbani la nuova biblioteca doveva nascere, senza spendere nulla, all’interno del nuovo quartiere residenziale che ospiterà centinaia di famiglie. La giunta Sabbioni vi ha rinunciato. Era disponibile, se ristrutturato, l’edificio dell’ex-asilo nido in via Casanova, posto al centro di un parco, ideale collocazione di una biblioteca. Si poteva pensare in prospettiva anche all’asilo Umberto I, visto che a Melzo dovrebbe nascere una nuova scuola materna: la superficie sarebbe più che adeguata e anche in questo caso la biblioteca sarebbe nata dentro a un giardino.

La giunta infine ha scelto la nuova sede di via S.Martino, una localizzazione centrale ma già sofferente in termini di viabilità e parcheggi. L’area è appena sufficiente e nel progetto il nuovo edificio appare “incastrato” tra tutto ciò che lo circonda (il nostro dialetto ha una splendida parola per dirlo: ”ingrugnato”). Si è ottenuta l’area cedendo a un privato una superficie verde di via Curiel, tra le inutili proteste di centinaia di residenti, e sacrificando un campo sportivo.
I costi previsti sono di 3,3 milioni di euro più Iva, un totale di 4 milioni. Nella propaganda della maggioranza questa viene dipinta come un’ottima scelta, ma non riusciamo davvero a comprendere né dove stia l’affare né in che cosa consista il vantaggio per la nostra comunità.

La scelta in sé generosa di aprire il Teatro Trivulzio ha ottenuto finora esiti molto inferiori alle attese sul piano dell’offerta culturale, e decisamente infelici sul piano economico. Sul deficit basterà dire che nessuno dovrebbe seriamente pensare di poter gestire un teatro prescindendo dal suo territorio. Qui ci interessa anzitutto dire che tre anni dopo l’apertura del teatro è ancora tutta da inventare la sua proposta culturale.
L’idea che un teatro produca deficit è del tutto accettabile, ma in nome di un progetto culturale chiaro e definito che il Trivulzio non ha mai mostrato di avere. La sopravvivenza futura di qualunque teatro è legata, in genere, alla sua capacità di costruirsi, nel tempo, un gruppo esteso di abbonati giovani o comunque di età non elevata. Il cartellone del Trivulzio invece finora ha offerto, con poche eccezioni, proposte teatrali ancorate a una produzione d’intrattenimento tradizionale, incapace di suscitare l’interesse del pubblico giovanile.
Se il Trivulzio sapesse almeno proporsi come volano delle compagnie più giovani e più innovative, anche in parallelo con l’attività della stagione teatrale ordinaria, potrebbe suscitare interesse da parte del pubblico più giovane e insieme recuperare una funzione culturale più utile nei confronti del territorio in cui vive.
Ci sembra grave che le due strutture culturali melzesi, il teatro Trivulzio e il Centro per il Protagonismo Giovanile, siano sempre vissute lungo tutti questi anni in modo del tutto separato ed estraneo. Una buona idea ci sembra quella di pensare
a forme di stretta collaborazione, utile a entrambi, per esempio attraverso offerte teatrali-musicali rivolte al pubblico più giovane, con una politica di prezzi che il comune potrebbe utilmente sostenere.
La gravità della situazione attuale del Trivulzio, in estrema sintesi, consiste nella evidente assenza di un progetto culturale percepibile, non diciamo condivisibile.
Ci domandiamo, infine, se per dirigere il teatro non fosse preferibile affidarsi alle capacità di persone di provata conoscenza ed esperienza del settore invece di nominarle, come ha fatto la giunta commettendo forse il più grave dei propri errori, solo sulla base dell’appartenenza politica.

Sul piano dell’offerta culturale e ricreativa, l’azione per “rivitalizzare” le nostre piazze ha prodotto un fitto calendario di appuntamenti relativi al tempo libero e al divertimento, molti dei quali premiati da un buon concorso di pubblico. Le proposte delle associazioni locali, specialmente di quelle più attive ed intraprendenti, sono state sostenute in modo attento e adeguato. L’iniziativa più significativa dell’assessorato, vista in prospettiva al termine del mandato,è stata la creazione dell’Università del tempo libero, che ha felicemente mostrato molta qualità e capacità di coinvolgere un pubblico vasto.
Noi non pensiamo affatto che le piazze debbano ritornare ad essere vuote: non è certo sbagliato offrire alla comunità anche numerose occasioni di incontri e di divertimento. Pensiamo, però,che l’esigenza di “rendere la città più viva” non significhi affidarsi solo a questo genere di proposte. Bisogna anche offrire in
modo costante, attento, convinto e testardo, proposte, occasioni e strumenti di riflessione, di confronto, di approfondimento critico, di studio, proposte che mettano in relazione la comunità locale con le principali espressioni culturali ed artistiche del nostro tempo.

Circa le strutture esistenti, il tema principale è quello di indicare come utilizzare gli spazi che saranno disponibili nel Palazzo Trivulzio dopo il trasferimento della biblioteca.
Noi proponiamo la creazione di un ampio e moderno spazio espositivo, una struttura che a Melzo è sempre mancata, capace per qualità di strumentazione, spazi adeguati
e sicurezza di ospitare mostre d’arte di alto profilo, altre esposizioni ed eventi artistici di ogni altro tipo.
Questa soluzione può liberare la sala Vallaperti dal suo calendario ormai troppo fitto di appuntamenti, per alcuni dei quali non è sufficientemente attrezzata, restituendola alla funzione di spazio per riunioni e convegni.

Si può anche pensare di allestire, col tempo, una esposizione permanente di documenti della storia locale, in particolare della storia agricola ed industriale di Melzo, ma solo a condizione che sia vivo strumento educativo, rivolto alle scuole e all’intera popolazione del territorio. Per gli spazi rimasti liberi pensiamo a corsi e laboratori artistici, con l’apporto prezioso degli appassionati melzesi
di arte che potrebbero trovarvi anche la propria sede associativa, oppure a una scuola di teatro. Si valuteranno quali forme organizzative potranno meglio assicurare l’uso attivo ed intelligente dei nuovi spazi, se la creazione di
un unico strumento di gestione o più d’uno.

Specialmente oggi, nella grave crisi che stiamo vivendo e che investe condizioni di vita, speranze e progetti per il futuro, è però essenziale per ogni politica culturale la capacità di proporre approfondimenti sui principali aspetti della nostra vita, su bisogni, problemi ed attese che riguardano la grande maggioranza degli abitanti di Melzo.
In estrema sintesi: si tratta di scommettere sulla cultura e sull’arte (il teatro, la pittura, il design, la musica, la danza) per veicolare l’immagine di una città, della sua storia, della sua vivacità sociale, ma insieme anche delle sue attività economiche e commerciali. Il suo indotto, la sua ricaduta economica positiva sul territorio, anche se difficile da prevedere e calcolare, rappresenta infatti uno degli aspetti più concreti di un progetto di questo tipo.
Si pensi all’utilità per le strutture ricettive e per molte altre attività commerciali di ricevere incentivi e vantaggi molto concreti dalla nuova capacità attrattiva della città che può derivare da politiche culturali di alta qualità come quelle delineate.
Per questo nel nostro programma troverete, nel capitolo dedicato al commercio, la proposta che abbiamo chiamato “Vivere Melzo”: Si tratta di unire una serie di iniziative commerciali e di manifestazioni artistiche e culturali, che muove dall’esigenza di rendere vive le nostre piazze, di arrestare il declino lento e progressivo del nostro centro, di assegnare ai dettaglianti ed agli artigiani di Melzo un ruolo di soggetti attivi. Sono eventi diversi, di grande richiamo, capaci di comporre un progetto unitario e di ripetersi con cadenze prestabilite.
Molte nomi delle nostre piazze, fino all’Ottocento, si richiamavano in modo diretto e immediato alla loro funzione: c’erano la Piazza del Riso e la Piazza del Formaggio, la Conserva e la Piazza del Grano. Non possiamo più ritornare a quei nomi, ma possiamo farli rivivere attraverso un’iniziativa concreta capace di riconsegnare alle piazze la funzione economica e l’uso popolare e sociale per i quali sono sempre esistite.

Per concludere.
Le politiche culturali non possono vivere nel vuoto.
Non avrebbe alcun senso la proposta di un programma come quello delineato se non come parte integrante di un’azione di governo fondata sulla proposta della cittadinanza attiva. L’offerta di occasioni e strumenti dedicati alla conoscenza della cultura e dell’arte e alla crescita della coscienza e della responsabilità sociale perderebbe gran parte del proprio significato se non offrisse, insieme, anche la possibilità di esercitare questo fondamentale diritto.
Grazie a tutti per l’attenzione.

venerdì 1 maggio 2009

Chi é più riformista di me?

Il breve testo di Marcello Salvioni che ho voluto pubblicare il 27 febbraio riprendendolo dal sito del PD melzese, come prevedevo ha avuto il merito di avviare una pubblica discussione che giudico interessante, e spero possa proseguire.

Il momento non è dei migliori. Le campagne elettorali sembrano fatte apposta per uccidere la discussione politica invece di favorirla, perchè sono tempi di “conquista” di voti – le si chiama “campagne” proprio per questo – e l’intento che muove gli animi non è quello di approfondire, subissato dal legittimo desiderio di prevalere.
Anche la “campagna” di Melzo si è annunciata subito molto aspra. Il PD trovandosi all’opposizione l’ha iniziata con grande anticipo ed in modo aggressivo, con una serie di manifesti che “facevano le pulci” a una serie di spese comunali considerate sbagliate o eccessive. Insieme per Melzo ha risposto, purtroppo, con la pessima idea di procedere alla denigrazione dell’avversario. Così anche il tanto proclamato “nuovo modo di fare politica” che le liste civiche spesso si auto-attribuiscono si é dissolto piuttosto in fretta, confermando di fare parte di quello zainetto di buone intenzioni che però la pratica elettorale non contempla, e perciò pragmaticamente dimentica. Le reiterate accuse a Giorgio Lotto - “uomo di Barbaro” e suo “segretario politico” – scritte su comunicati e manifesti - oltre che palesemente false, hanno ulteriormente appesantito il clima e mostrato che anche per chi si presenta come l’alfiere del rinnovamento risulta difficile l’impresa, tutto sommato semplice, di far seguire i fatti alle parole. Negli ultimi tre giorni tutto, se possibile, è decisamente peggiorato, perchè la giunta ha fatto distribuire un opuscolo per esibire i propri “risultati di mandato” che il PD ha costretto a bloccare perchè stampato in violazione alla legge elettorale vigente, che vieta simili pubblicazioni dopo la data di indizione dei comizi elettorali. Questo episodio sta facendo precipitare i rapporti reciproci a livello sottozero, nell’assoluto e placido silenzio della destra, che dovrebbe rappresentare – lo dico tanto per ricordarlo – l’avversario comune.
Sono sempre stato allergico alle campagne elettorali, e siccome anche questa non fa eccezione non vedo l’ora che finisca. In questo brutto quadro sembra quasi un’oasi felice, per esclusivo merito dei protagonisti, il clima di reciproco rispetto che contraddistingue la discussione che ho fin qui ospitato. Vorrei intervenire anch’io, con qualche annotazione, che secondo me può chiarire meglio di che cosa si sta parlando, anche se, temo, forse scontenterà parecchi e non piacerà a nessuno.

Marcello ha osservato che sebbene “svariate persone, all'interno dell'attuale Lista Civica” dicano “di essere assolutamente favorevoli al Partito Democratico” ed “appena ampliano lo sguardo anche solo al livello Provinciale, non hanno dubbi su chi appoggiare”, tanto che alcuni si spingono fino a prevedere “un loro prossimo ingresso nel PD di Melzo”, tutte queste intenzioni sono sempre rimandate a un futuro piuttosto lontano, perché oggi “il PD non si è ancora sufficientemente rinnovato".
A questi atteggiamenti, Marcello rivolge due critiche molto dirette e precise:
1) “Come si può difendere il Partito Democratico a livello sovra-comunale se lo si combatte in casa?” e come poter comprendere di conseguenza “chi è un suo potenziale sostenitore (ma) si tira indietro facendo mancare la base naturale del consenso, e anzi avversando chi prova a crearlo?”;
2) Se domani il progetto PD fallisse, “gran parte della responsabilità” sarà di chi “pur credendo a parole in noi, non ha mosso un solo dito per collaborare, anzi ha remato contro, operando in una Lista che allontana la gente dalla politica”, risultato forse non voluto, ma procurato “chiudendo e limitando il dibattito politico tra le mura delle nostre case”.

Di fronte a questo discorso duro e netto, che ha perlomeno il merito di andare al punto senza troppi giri di parole, vale forse la pena ricordare ai lettori che negli ultimi tempi per due volte il PD melzese ha rivolto ad Insieme per Melzo espliciti inviti alla collaborazione. Il primo risale alla fase costitutiva del nuovo partito, quando chi era impegnato a far nascere il circolo chiese l’adesione degli esponenti delle liste civiche, vista la comune ispirazione di centro-sinistra, e pensando che la nascita di un partito formalmente nuovo rendesse possibile superare i contrasti e la lunga scia delle diffidenze passate tra Insieme per Melzo e i soggetti politici che ora stavano chiudendo i battenti. La risposta fu rapida, e fu negativa.
Il secondo invito giunse alle liste civiche nella primavera-estate scorsa. Subito dopo le elezioni politiche che a Melzo hanno visto vincere la destra, il PD propose di iniziare un percorso programmatico comune, che avrebbe dovuto sfociare in una alleanza. La risposta di Insieme per Melzo stavolta non fu immediata, ma alla fine risultò identica.
Ho ricordato tutto questo per rimarcare la singolarità di una situazione che da un lato vede ripetersi, e perciò approfondirsi, momenti e motivi di contrasto e polemica anziché quelli di comunicazione e confronto, e dall’altro – questo secondo me é l’aspetto davvero più buffo e paradossale dell’intero quadro – vede in scena proprio quelli che, in entrambi i campi, si diceva fossero favorevoli o almeno ben disposti verso l’alleanza, mentre gli altri, tutti quelli da sempre contrari, anche oggi si guardano bene dal far sentire la propria voce, forse perchè preferiscono un solitario ruolo di lettori, forse perchè sanno già molto bene chi ha torto e chi ha ragione e non trovano simili discussioni né utili né interessanti.
Chi discute, invece, rivela se non altro un atteggiamento più generoso, la seria volontà – almeno credo – di non spezzare il filo della comunicazione, il desiderio di sostenere un punto di vista senza sottovalutare le differenze anche molto nette con gli interlocutori, ma senza chiudere le imposte a doppia mandata, senza credere mai di avere la verità in tasca. Soprattutto, senza dare per scontato il futuro.

Ai rilievi di Marcello ha risposto il sindaco Paolo Sabbioni, confermando di guardare “con grande partecipazione” al PD che considera “un approdo del cattolicesimo democratico” ma che vede “in grandissima difficoltà, probabilmente avviato male e gestito in modo discutibile, soprattutto attraversato da divisioni da vecchia politica”. Anche a Melzo, secondo lui, è molto meglio impegnarsi nella lista civica che “ha rinnovato la politica ... evitando altri cinque anni di continuismo all'insegna delle vecchie e improponibili logiche partitiche, come pure delle solite facce di persone avvezze da anni e decenni al comando locale (e non mi sembra poca cosa)”. “La forma partito” secondo lui non è “necessaria quando il rinnovamento, la passione, la dedizione autentica, valori e metodi di un buon governo locale sono già incarnati in un'esperienza civica”.
Non mi permetterei mai di definire poco stimolante un intervento di Paolo – chi sono io per farlo? – che qui ha ribadito orgogliosamente un merito “storico” di Insieme per Melzo che gli ho sempre volentieri riconosciuto, ma ha elegantemente glissato sulla vera domanda posta da Marcello, che invitava ad approfondire meglio la realtà di oggi, ed insieme a gettare uno sguardo sul prossimo futuro. Alla domanda (implicita) se le liste civiche del 2009 si possano ancora considerare quello stesso strumento originale di rinnovamento di dieci o di cinque anni fa, Sabbioni risponde in modo affermativo. Eppure, se posso permettermi, e con tutta l’amicizia nei suoi riguardi che mantengo ben salda, proprio a Melzo io sto osservando una realtà in continuo movimento, già piuttosto diversa da quella, immobile, che lui continua a descriverci.
Paolo ci parla di un PD nazionale attraversato “dalle vecchie logiche della politica” proprio mentre, instancabilmente, i supporter di Perego evocano ad ogni passo “l’uomo nero”, il “nemico” che sarebbe celato dietro le finestre del PD di Melzo, ma proprio frequentando il circolo del PD di Melzo e guardando alle sue liste elettorali si può facilmente constatare la presenza di una nuova generazione politica, l’esistenza di una discussione molto libera e ormai svincolata dall’ombra dei due partiti fondatori, ed anche vedere come una gran parte di quelle che lui chiama “le solite facce avvezze da anni e decenni al comando locale” siano date ormai per disperse. Sull’altro versante, invece, Paolo continua a descriverci le liste civiche come il luogo pulito e disinteressato della “nuova politica” per “il bene comune”, mentre anche in questo caso io non vedo una situazione immobile, ma una continua trasformazione che però mi sembra, insieme, anche una netta involuzione. Basterebbe, forse, osservare la serie già piuttosto lunga dei comportamenti “concreti” che caratterizzano questo periodo elettorale (e non sto parlando affatto dei manifesti) per avere almeno il forte sospetto di quanto l’uso molto disinvolto di metodi ed arnesi della vecchia politica - spinto fino alla ricerca di voti ed alleanze con alcune, guarda caso, delle “solite facce di persone avvezze da anni e decenni al comando locale” - venga praticato a Melzo non dal PD, ma proprio da chi continua a presentarsi come la personificazione e il simbolo della “bella politica”, della sua eticità, del suo necessario rinnovamento.

Ho trovato molto più stimolante l’intervento di Enrico Prina, di cui sempre ammiro la generosità e l’equilibrio.
Scrive Enrico che Insieme per Melzo “continua a dare fastidio soprattutto ai partiti tradizionali” che continuano “a pensare a questa esperienza come ad una anomalia che è bene normalizzare” giudicandola alla stregua delle “meteore che passano in fretta senza lasciare traccia”. “Questa voglia di normalizzazione” dice Enrico, “trova oggi le forze di centro destra e di centro sinistra, è spiacevole dirlo ma è così, accomunate in una inedita alleanza”. Lo proverebbe una frase del segretario del PD: “L’immagine del cantiere evocata da Bruschi non ammette deroghe: o si entra nel cantiere del PD melzese con malta e cazzuola per costruire la vera casa dei riformisti, o si è semplicemente fuori da questa progetto (non si è più riformisti?!)”.
Per contestare queste posizioni, Prina ricorre a tre diversi argomenti: 1) il “laboratorio politico” fondato dalle liste civiche è nato diversi anni fa, “molto prima che nascesse il PD” e questo “cantiere operativo” è risultato utilissimo, visto che per suo merito “tante persone si sono avvicinate alla politica (e mai lo avrebbero fatto attraverso i canali tradizionali dei partiti), sperimentando forme di partecipazione che non si ricordavano da anni”; 2) “L’esclusività del marchio non regge più in una realtà complessa “, perciò non ci sono “riformisti di prima e seconda scelta”, perchè “non è la collocazione “a priori” in un partito che pur si ispira a valori condivisi, a definire dove stanno i riformisti doc o i cattolici democratici, soprattutto in una realtà locale nella quale contano molto di più le persone, la loro credibilità, la loro autorevolezza”; 3) le continue scadenze cui il PD ha dovuto rispondere sul piano nazionale “non hanno certo giovato ad un percorso di radicamento sul territorio che si affrancasse dal rischio di “fusione a freddo” tra i due partiti fondatori” e tutto ciò ha pesato anche “a livello locale dove la maturità dei tempi per un cammino comune può essere scandita solo dal paziente lavoro di persone intorno ad un progetto condiviso”.

Circa il primo punto, posso solo ripetere, come ho scritto più volte, che lo condivido per intero. Qualche riga sopra, ricordando quello che ho chiamato il merito “storico” di Insieme per Melzo, mi riferivo a questo. Circa il secondo punto osservo che alcuni probabilmente pensano ciò che Enrico attribuisce loro, ma non certo io, e mi guardo bene dal cominciare adesso. L’intera storia del riformismo italiano, lo sa bene anche Enrico, é il percorso forse più accidentato della nostra storia, intessuto di grandi progetti e dolorose sconfitte, di occasioni imperdibili trasformate in appuntamenti mancati, di continue oscillazioni, di grandi passioni e gravi contraddizioni, di generosità dei singoli e tradimenti di gruppo. Di questa lunga vicenda e delle sue sconfitte nessuno può dire di essere stato l’unico protagonista, e nessuno é il solo colpevole. L’uomo che prima degli altri cercò un’alleanza tra le maggiori tradizioni riformiste del nostro Paese fu rapito ed assassinato. Questo stesso percorso ha portato, oggi, alla nascita del PD. Ma proprio chi ha scelto di stare nel nuovo partito, le cui presenti difficoltà nessuno potrebbe negare, capisce forse meglio di chiunque altro che “non è la collocazione a priori in un partito a definire dove stanno i riformisti”.
Quanto a me, l’unica persona di cui posso rispondere, sono lontanissimo dal pensare alle liste civiche “come ad una anomalia che è bene normalizzare”.
Ho vissuto trent’anni della mia vita senza tessere di partito in tasca, dopo l’adesione giovanile a un partito risultata traumatica, e credo di averli vissuti bene: intendo dire che ho vissuto, anche molto intensamente, il mio impegno politico affidandomi a strumenti diversi e riempiendolo di altre cose. Quando è nato il PD, in principio ho declinato anch’io l’invito ad aderirvi, e ho assistito con tristezza e sgomento alla brutta pagina del 27 gennaio 2008, non mancando di segnalarla con tutta la nettezza di cui sono stato capace. Nella primavera scorsa sono stato uno dei sostenitori più convinti dell’utilità e dell’opportunità che tra PD e liste civiche iniziasse un percorso comune. Sono stato, forse, anche il primo a scriverlo senza giri di parole, nel maggio dell’anno scorso, come sanno i miei 25 lettori. Notavo che “le differenze tra queste due forze politiche sono poche e superabili sul piano politico-programmatico, quasi inesistenti sul piano dell’ispirazione ideale”. Proporre qualcuno come il partner di un’alleanza è l’esatto contrario dal considerarlo un’anomalia.

Non sono, però, nemmeno tanto ingenuo. Prima di avanzare la mia proposta mi era capitato di conversare, anche a lungo, con alcuni “soci fondatori” e dirigenti di Insieme per Melzo: mi dicevano di essere d’accordo, e fiduciosi che sarebbe stata accolta. Quando invece l’idea fu respinta, e su queste pagine osservai che qualcuno delle liste civiche la pensava diversamente, un esponente della maggioranza mi definì, in pratica, un millantatore e un provocatore. Qualcun altro scrisse che un’alleanza col PD sarebbe stata “contro natura”. Non compresi bene. Quella frase, tanto lapidaria, si poteva interpretare in due modi. Uno: che altre eventuali alleanze non sarebbero state definite “contro natura” – ma quali? perchè, escludendo l’ipotesi dell’estrema sinistra, restava solo la destra. Oppure, due: che si dovessero giudicare contro natura “tutte” le alleanze, affermando così una volta per tutte la diversità e l’inconciliabilità di “Insieme per Melzo” con qualsivoglia altra formazione politica. La realtà poi si è incaricata di riunire in modo singolare quelle due ipotesi in una sola: oggi Insieme per Melzo sottolinea e proclama la propria diversità ed autonomia da “tutti” i partiti, salvo “inglobare” dentro di sé, con la proposta delle quattro liste che dovrebbero “rappresentare” tutte le varie opzioni e tutte le diverse opinioni - chiunque sia disponibile.
Non c’è più alcun bisogno di aderire a un partito, e tantomeno di allearsi con altri, quando già si è intimamente convinti di rappresentare l’intero universo politico. Posso aggiungere una osservazione sommessa? Forse l’osservazione di Enrico Prina dovrebbe essere ribaltata, perchè ragionando da questo punto di vista “l’anomalia da superare” diventano proprio i partiti politici.
Siamo al terzo punto. Qui il mio dissenso è netto. Se qualcuno dice che lo stato di difficoltà di un partito, che non è il suo partito, “ha pesato anche a livello locale”, deve dire come e perchè. Altrimenti questa affermazione generica, non argomentata, non dimostrata, finisce involontariamente per autorizzare la legittimità delle affermazioni di segno opposto, persino quelle che avvelenano l’atmosfera che tutti stiamo respirando. Voglio dire che, su questo piano, ripetere “noi siamo nati prima” e “noi abbiamo grandi meriti” e osservare che nessuno può dirsi più riformista di altri non è sufficiente, se poi non si accetta di discutere e confrontare con altri questo “spirito riformista” sia nei propri presupposti, sia nei propri esiti.
Siamo noi i primi a riconoscere che il PD è ancora piuttosto lontano dall’avere risolto una serie di importanti criticità del presente e del proprio futuro, e proprio per questo, se ho capito bene, Antonio Bruschi evocava l’immagine del “cantiere”. Il percorso da fare é lungo, e come scrive Enrico sarà scandito “solo dal paziente lavoro di persone intorno ad un progetto condiviso”. Mi piacerebbe molto, però, che anche altri ammettessero le proprie difficoltà e contraddizioni con la stessa umiltà, con lo stesso senso critico che noi usiamo ogni giorno. Nei discorsi delle liste civiche si percepisce, invece, un costante senso di superiorità che appare, spesso, ingiustificato. Davvero va tutto bene all’interno di Insieme per Melzo? Davvero basta ripetere e ribadire continuamente ciò che qui hanno scritto Paolo ed Enrico per evitare di affrontare in modo aperto la questione di quanto sia cambiata, oggi, la qualità dei materiali che il cantiere delle liste civiche ha nel suo magazzino, per evitare di chiedersi se é ancora lo stesso lo scopo del laboratorio?

Vorrei, infine, osservare che fino ad ora nessuno ha davvero risposto alle domande, che io trovo sensate e legittime, poste da Marcello Salvioni.
Provo qui a ripeterle: se la proposta d’impegno rivolta dal “laboratorio politico delle liste civiche” si rivolge a chiunque, prescindendo dalla sua visione delle cose del mondo e solo in nome del fine - mai chiarito, mai precisato – del “bene comune”, e se questa proposta ogni volta si ferma - inevitabilmente si ferma, per definizione stessa si ferma - di fronte al cartello che indica il confine di Melzo, oltre il quale scatta il “liberi tutti”, perchè mai, oggi, un ragazzo di vent’anni dovrebbe aderire alle liste civiche? Proprio Paolo Sabbioni avrà visto quante complicazioni abbia fatto nascere almeno una delle sue più recenti iniziative politiche, non a caso rivolta al di là del confine segnato da quel cartello. Ed infine: qual è il senso “comune” del “bene comune” quando si propone, indifferentemente, di far parte delle proprie liste a militanti della sinistra storica ed insieme a persone dichiaratamente di destra, ad alcune “delle solite facce avvezze da anni e decenni al comando locale” ed ai tanti giovani vogliosi d’impegnarsi?
Detto forse un po’ brutalmente, qual è il bene “comune” tra chi vota Gasparri e chi vota Di Pietro?