venerdì 19 giugno 2009

Due rettifiche e una dichiarazione.

Anzitutto, devo fare un paio di doverose rettifiche. Ho scritto che il 92% dei voti ricevuti al primo turno da Vittorio Perego provengono dall’elettorato di destra e centro-destra, ma mi sono sbagliato. Ho attribuito a Perego, come voti venuti dalla sinistra, solo quelli persi dal Pd, dimenticandomi del disastroso e previsto smottamento dei voti di Italia dei Valori, che aveva ottenuto oltre il 6% alle europee ma nel voto per Melzo, presentandosi con una lista “per perdere”, li ha gettati via quasi tutti.
Ringrazio perciò De Marchi, Forloni e Carlo Ornaghi, che mi hanno fatto notare l’errore commesso, e mi scuso con i lettori. Vi invito a rileggere, in particolare, il contributo di Carlo, che mi sembra particolarmente utile anche per gli altri dati che ci sottopone, e con i quali pienamente concordo.
Non posso, invece, consentire con Forloni quando vorrebbe aggiungere ai voti della sinistra quelli andati, nel voto europeo, all’Udc: la circostanza di conoscere “qualcuno dell’Udc che non voterebbe la destra” (credo che anche il candidato alle provinciali Alessandro Sancino sia fra questi) se parliamo di grandi numeri non è rilevante, e nessun esperto della politica italiana collocherebbe mai l’elettorato Udc dove Forloni ha provato a spostarlo.
Dunque, Perego ha avuto il 20-22% dei consensi dal centro sinistra mentre “solo” il 78-80% dalla destra. Questi numeri continuano a farmi una certa impressione, per cui credo di poter confermare che la loro sostanza politica rimane la stessa.

Le seconda rettifica è dovuta a Stefano De Marchi: è vero, non avevo guardato bene i flussi elettorali del 2004, quando anche Sabbioni aveva beneficiato di un forte pacchetto di voti provenienti dalla destra già al primo turno, e anche qui faccio ammenda. La differenza col 2009 sta nei voti della Lega, che 5 anni fa aveva da sostenere un suo candidato, che infatti con quei consensi impacchettò il migliore dei regali proprio a favore di Sabbioni, consentendogli di accedere ad un ballottaggio che, altrimenti, gli sarebbe stato negato.
In sintesi, devo proprio ammettere che i miei conti post-elettorali erano un disastro, la prossima volta dovrò applicarmi di più.

Anche per il ballottaggio, scrivo qui la mia dichiarazione di voto, come faccio sempre affinché chi mi legge sappia come la penso.
Dico, anzitutto, che andrò a votare, perchè in questa povera patria in cui viviamo il diritto di voto è ancora tra quelli che sopravvivono, e intendo esercitarlo.
Voterò, naturalmente, Vittorio Perego. Dissentire, anche nettamente come nel mio caso, su molti punti importanti e qualificanti dell’azione amministrativa e dei programmi futuri di Vittorio Perego e delle liste civiche, come in queste settimane ho fatto, non può certo indurre a non saper distinguere, con chiarezza assoluta, tra i due candidati che fra pochi giorni si contenderanno il posto di sindaco della nostra città.
Se pure – ultima delle tante bubbole messe in giro per queste elezioni – qualcuno insiste ad accreditare l’esistenza di un fantomatico e del tutto assurdo accordo del Pd con la destra, sono molto contento che nessuno, nemmeno per sbaglio, mi abbia in qualche modo coinvolto con questa ennesima leggenda metropolitana, perchè gli avrei tolto il saluto. Non credo neppure di dovere spiegare perchè voterò Perego, credo basti tutto ciò che faccio, e che scrivo, tutto ciò che sono. Credo anche che la gran parte dell’elettorato democratico di questa città la pensi allo stesso modo, sapendo che non c’é altra scelta razionale e possibile.
Infine, come ha detto un mio caro amico, voterò Vittorio Perego per rispetto della mia salute, perché se per caso la mia mano provasse a tracciare la croce accanto ai simboli dell’altro candidato, sono certo che uscirei dal seggio con una brutta paralisi all’arto superiore destro, circostanza che é sempre meglio evitare, alla mia età.

domenica 14 giugno 2009

I risultati delle elezioni.

La destra ha vinto a Melzo le elezioni europee, come largamente previsto, superando per pochi centesimi la maggioranza assoluta. Il suo risultato complessivo (che comprende l’1,25% andato alle due formazioni estreme, Destra sociale e Forza nuova) è stato del 50,8%, comunque inferiore al 52,96% ottenuto alle ultime elezioni politiche. La differenza negativa del 2,16% è in sostanza analoga a quella del risultato nazionale del voto; anche nel nostro comune perciò é mancato l’effetto di sfondamento che il capo del governo aveva prefigurato, anche se, da noi, non si può concludere che il governo non sia riuscito a conquistare il consenso della maggioranza degli elettori.

Sia il partito di Berlusconi sia la Lega hanno replicato quasi perfettamente il risultato delle politiche, con arretramenti del tutto insignificanti. Solo la destra estrema è discesa da 329 a 140 voti: sarà pure un segnale piccolo, ma occorre accontentarsi.
L’Udc ha sfiorato il 6% dei voti (5,96) progredendo rispetto alle politiche, quando aveva il 3,97. In pratica, ciò che ha perso lo schieramento di governo è andato all’Udc, punto e basta.
Anche il risultato complessivo della restante opposizione (sinistra più centro sinistra) ha replicato il risultato delle politiche precedenti, attestandosi al 41,34% contro il 41,78.
Al suo interno, le liste che per comodità chiamerò della sinistra radicale, suddivise come da perverse abitudini sotto diverse bandiere, hanno disperso e reso inutile agli effetti dei seggi, come previsto, quasi il 7% dei voti melzesi; la lista che si richiama a Di Pietro ha superato il 6% perciò con consensi inferiori di 2 punti al risultato nazionale, i radicali hanno confermato il vecchio risultato (2,66%) anche nei decimali.
Il Partito Democratico, mancando di poco i tremila voti che probabilmente si era augurato, si è fermato al 25,79% contro il 31,85% delle politiche: un arretramento quasi in perfetta linea col dato nazionale, ma un risultato comunque superiore a quello conseguito dallo stesso partito nel milanese e nel più vasto collegio del nord-ovest. Ricordo che i radicali alle politiche erano nelle liste, per cui i democratici, in pratica, non arretrano del 6,06% ma del 3,40%.
Tutto qui, non credo ci sia altro da aggiungere.

I risultati delle elezioni provinciali presentavano due motivi di grande interesse: la possibilità del candidato della destra di vincere o meno al primo turno, e il peso delle liste civiche melzesi (assenti nel voto per le europee) sui risultati per la provincia.
Circa il primo quesito, l’arretramento della destra si è rivelato molto più sensibile: Podestà (48,8% dei voti nell’intera provincia) a Melzo non è andato oltre il 42,96%. Si tratta di un arretramento di quasi 6 punti.
In particolare, si può dire che rispetto al voto per le europee la discesa ha riguardato il solo PDL, il cui risultato è calato al 26,24% (meno 6,97%) mentre l’elettorato della Lega col suo 16,0% ha dimostrato di avere votato Podestà compatto: strano davvero, vista l’appartenenza di Podestà al PDL e non certo alla Lega. Ma vedremo che una spiegazione c’è.
Il candidato del PD, Filippo Penati, ha avuto il 33,78% dei voti, anch’egli nettamente al di sotto del risultato medio provinciale; vi hanno concorso il 21,41% della lista PD ed il 5,43 della Lista Penati, oltre ai voti ottenuti dai verdi, dall’Italia dei valori (pochi) e da un’altra lista di sinistra (pochissimi). Il candidato melzese dell’Udc, Alessandro Sancino, ha ottenuto un brillantissimo 13,66%, quasi otto punti in più rispetto al risultato dell’Udc alle europee.

Vengo così al secondo punto, perchè anche il candidato della Lista Penati, Lino Ladini, proviene dalle liste civiche così come Sancino. Era molto interessante valutare quale tipo di consenso sarebbe stato riservato dall’elettorato “civico” melzese ai due “propri” candidati, che alle provinciali si schieravano su fronti diversi. Nel risultato di Sancino occorre tenere in considerazione quel 6% perduto dalla destra rispetto alle politiche, così come va considerato il contributo (piccolo, ma non trascurabile) fornito a Ladini da una parte degli elettori PD.
Se è impossibile stabilire correlazioni matematiche certe, si può comunque pensare che presso gli elettori delle liste civiche di Melzo l’appeal di Sancino sia risultato molto superiore a quello di Ladini. Se sommassimo, con una operazione grossolana ma forse efficace, il voto europeo dell’Udc (5,96) con i voti perduti alle provinciali dal PDL (6,97) otterremmo un 12,93% molto vicino al 13,66% che ha premiato l’impegno di Alessandro. Si può dunque ipotizzare che i quasi 7 punti staccatisi dal PDL alle provinciali rappresentino pressoché interamente l’opinione di elettori delle liste civiche che nel voto politico scelgono la destra, ma alla provincia e al comune sostengono i propri candidati. Possiamo immaginare che la parte di elettorato delle liste che ha votato Ladini stia probabilmente intorno al 2 o 3%, tenendo conto che a formare il suo 5,43% hanno concorso anche voti provenienti dalla sinistra, e che alle provinciali il PD, rispetto alle europee, ha perduto il 4,3%: una buona parte di questi voti sono andati a Ladini.
Ne deriverebbe che il pronunciamento ufficiale di alcuni autorevoli esponenti delle liste civiche locali (Sabbioni, Palermo ed altri) a favore del voto a Ladini non abbia prodotto grandi risultati, e che molto più efficace sia risultata quella che chiamerò la “benevolenza non ufficiale” concessa a Sancino dal nuovo gruppo dirigente delle liste. E’ una interpretazione che “tutti” i componenti delle liste respingeranno compatti, perchè tutti, con concordia assolutamente ammirevole, negano l’esistenza di qualunque divisione interna, che però é nei fatti. Si deve anche considerare, com’è ovvio, il valore del candidato Sancino e perciò la sua capacità di meritarsi molti voti in proprio. D’altra parte, tutti i numeri sopra esposti si prestano a letture diverse e questa è soltanto la mia.

Mi interessa un’altro tipo di considerazione, che però riguarda gli interessi di tutti gli abitanti di Melzo, cui sarebbe stato utile poter contare sulla presenza di un melzese nel Consiglio provinciale. Pur col suo straordinario 13,66% Alessandro Sancino aveva possibilità molto inferiori a Lino Ladini di essere eletto: il secondo gareggiava per uno dei due candidati che possono vincere, mentre il primo apparteneva a una lista di minoranza.
Dal punto di vista del gruppo che spera – con ottime possibilità – di governare questa città nei prossimi 5 anni, quella di contrastare Ladini non mi è sembrata la più utile e geniale delle mosse.
Anche la matematica in questo caso sembra darmi ragione, visto che Ladini pare abbia mancato l’elezione per pochissimi voti, a conferma che qualcuno avrebbe potuto facilmente aiutarlo o perlomeno non ostacolarlo, e non lo ha fatto.

Siamo alle comunali. Qui la frana già importante evidenziata dal PDL alle provinciali é diventata un’autentica valanga, e dal meno 6,7% si é tramutata in un meno 13,33% coi bisogna sommare il meno 6,38% della Lega Nord, che ha portato la perdita totale a sfavore della signora Cavaldonati, prevedibile alla vigilia del voto, ai livelli difficilmente immaginabili del 19,71%, cui va aggiunto anche l’1,25% che alle europee era andato alle formazioni della destra estrema. Una coalizione che il giorno prima, nelle elezioni europee, aveva ottenuto un soddisfacente 50,8%, si è letteralmente dissolta nel voto per il comune, visto che la sua candidata si è fermata addirittura al 31,52%, lasciando per strada in poche ore oltre il 40% dei voti del suo partito e il 39% dei voti del principale alleato.
Sono risultati da dimissioni immediate dell’intero gruppo dirigente, ammesso che ne esista un altro per sostituirlo. E’ probabile – non ho controllato – che si tratti della più grande disfatta mai avvenuta in una elezione svolta a Melzo.

Che dire? Cinque anni fa una destra improvvida si è vista escludere dal ballottaggio per il sindaco a causa dei voti ottenuti dalla lista della Lega, questa volta – con la mia ingenuità, credevo avesse imparato dai propri errori – è riuscita a raggiungere un esito cento volte peggiore: perchè si presentava unita, perchè partiva favorita da un clima politico generale che il voto delle europee ha puntualmente confermato, perché é quasi impossibile sbagliare tanto clamorosamente candidato per due volte consecutive, perché ha condotto fin dal primo giorno una campagna elettorale sciatta, priva di efficacia e di vere proposte, costruita su parole d’ordine del tutto generiche e su un programma che, a chiunque si sia tolto la curiosità di leggerlo, appariva scritto senza alcuna cura, come fosse un dovere sgradevole, come pensando che i melzesi avrebbero scelto in ogni caso di votare la destra per partito preso.
Qualcuno – non io – é convinto che un PDL senza Berlusconi perderebbe la metà dei voti, perchè la classe dirigente di quel partito sarebbe del tutto inadeguata senza la presenza del cavaliere: non c’é invece alcun dubbio che a Melzo la destra non sia ancora riuscire a costruire un gruppo dirigente in grado, se non di ripetere i risultati nazionali, perlomeno di riuscire almeno una volta ad avvicinarli.

La sinistra – per definizione ed auto-definizione, a proposito delle quali confido che qualcuno decida di fare una riflessione, una volta per tutte – ha ottenuto complessivamente la percentuale dell’8,52%, che aggiunto al 1,73% dell’Italia dei valori porterebbe il totale “teorico” fino al 10,25% che però, essendo ripartito nientemeno che su 5 liste, é stato gettato via. Anche in questo caso siamo di fronte, con tutta l’impietosa evidenza dei numeri, a un autentico capolavoro al contrario. Per combattere “da sinistra” liste civiche e destra, si mandano al ballottaggio liste civiche e destra. Il disastro di questo risultato è confermato dalla circostanza che lo schieramento “radicale” non ha affatto subito un’emorragia di voti, perché conferma i consensi ottenuti nelle comunali del 2004 ed aumenta quelli avuti alle ultime elezioni politiche. Il problema sta, ancora e sempre, nell’incapacità di mettere in gioco il proprio particolare per trovare accordi col Partito Democratico, giudicato troppo moderato, oppure arrogante, oppure inaffidabile, oppure in qualunque altro modo che giustificasse la scelta di mettersi in concorrenza e di marcare una separazione.

Le liste civiche hanno vinto al primo turno, e vinceranno il ballottaggio contro una destra già abbandonata dai suoi stessi sostenitori. Il comune di Melzo, dunque, ancora una volta non avrà una giunta di destra, e questa è una buona notizia, anzi, ottima.
Il risultato complessivo del candidato Vittorio Perego, 35,37%, è tanto chiaro da non ammettere repliche. La valanga che ha travolto la destra ha contribuito in modo determinante alla nitidezza di questo indubbio successo. Con i vincitori, in democrazia, occorre sempre complimentarsi.
Visto che le liste civiche non erano presenti nel voto europeo e provinciale, risulta facile calcolare da dove provenga il loro consenso. Nelle comunali, rispetto al voto politico per le europee, la destra perde il 19,71% lo schieramento “sinistra più Partito Democratico” perde l’8,02%. La maggior parte dell’erosione a “sinistra” proviene dalla lista Di Pietro, che infatti – con nessun candidato locale - sembrava messa lì apposta per perdere, mentre le due liste PD perdono il 2,72%. Ciò che perde il PD alle comunali, perciò, va a costituire il 7,69% dell’elettorato di Perego (2,72 è il 7,69% di 35,37) mentre dalla sinistra radicale Perego non riceve nulla, perciò il 92,3% del suo elettorato aveva votato, al primo turno, l’Udc o la destra. Se preferite capovolgere il concetto, nel 2004 Sabbioni aveva vinto con i propri voti, ricevendo poi quelli di tutta la destra al ballottaggio, mentre nel 2009 Perego ha avuto una gran parte di questi voti di destra già al primo turno, diventando la scelta principale, e non più la scelta subordinata, di questa parte dell’elettorato.

Ho già detto del risultato del PD nelle righe precedenti, e non serve ripetersi. Giorgio Lotto è partito in terza posizione, e terzo è arrivato, con distacco. Il risultato del voto europeo non è stato troppo negativo come qualcuno temeva, ma non certo esaltante, ed era chiaro che quel 26% conteneva qualche voto che alle comunali sarebbe andato a Perego, com’è stato. Troppo poco per sperare nel ballottaggio.
La grande questione, non solo per il PD, è quella dell’elettorato cattolico: dal risultato, se guardiamo ai voti ma anche alle preferenze espresse, emerge la sostanziale conferma del consenso da parte dell’elettorato ex-Ds (come prova anche il fallimento della lista Sinistra per Melzo) ma insieme l’incapacità di farsi ascoltare dall’altra metà dei destinatari del suo progetto.
Si dovrà ripartire da questa sconfitta, fare altri passi verso il superamento delle “appartenenze”, accelerare il processo di ricambio del gruppo dirigente, valorizzare i propri giovani, radicarsi nella città. Si dovrà, anzitutto, operare con generosità politica, lavorare per il bene comune, credere nel confronto senza preclusioni, partecipare da protagonisti al continuo cambiamento che il mutare della realtà richiede. Il PD lo ha scritto sui propri manifesti, non c’é che da farlo.
Il tempo non manca, ma non va sprecato.

PS.
Qualche giorno fa era il 25° anniversario della morte di Enrico Berlinguer. L’hanno rammentato in pochi. Non sono mai stato comunista, ma non è questo che importa: Berlinguer, forse l’ultimo grande leader popolare italiano, ci ha insegnato che è possibile dare una forma alta all’impegno politico e alla passione civile. Non dimentichiamolo.

giovedì 4 giugno 2009

Dichiarazione di voto.

Voterò PD alle elezioni Europee.
I democratici hanno sempre dimostrato una grande vocazione europeistica, sostenendo tutte le grandi scelte che hanno favorito e difeso la partecipazione nazionale al più grande evento politico dei nostri tempi, la progressiva formazione – lenta, lunga, complessa e difficile, come tutti i grandi cambiamenti epocali, sia politici sia culturali - dell’Europa unita. Le difficoltà del PD – tra le quali anche la discussione sul gruppo parlamentare di cui farà parte a Strasburgo – non devono essere sottovalutate, ma credo che per ogni elettore sia meno importante chiedersi “dove siederanno” i nostri parlamentari, più importante sapere “che cosa” faranno.
Darò la mia preferenza a Sergio Cofferati e ad Antonio Panzeri, perchè soprattutto oggi abbiamo bisogno di un’Europa dei diritti, della solidarietà e del lavoro.
Votare PD significa dare un segnale anche rispetto alla situazione interna del nostro Paese. In tutta l’Europa ci sono diffusi segnali d’allarme, molti e preoccupati interrogativi espressi da importanti osservatori stranieri per la caduta di dignità e per la qualità della vita democratica italiana. Sono, come i miei lettori sanno, le stesse inquietanti domande che negli ultimi mesi ho proposto su queste pagine. Viviamo un'emergenza democratica, che richiede il nostro impegno e una concreta risposta. Di fronte all’emergenza – lo ha scritto in questi giorni anche Romano Prodi – non c’è tempo per le "astensioni o le sofisticate distinzioni". In un quadro che, per molti motivi, non è solo preoccupante, ma è drammatico, solo la presenza di un forte partito di opposizione rappresenta una garanzia per tutti gli italiani. Nessuno l'8 giugno si vuole svegliare sotto un padrone assoluto. Certo, il PD spesso naviga a vista, procede senza una rotta precisa, indica un orizzonte verso il quale non sa indicare un percorso, e la sua costruzione è frenata da vecchie e pesanti zavorre delle quali non sa liberarsi, ma al 6 giugno mancano solo due giorni e in questo momento – cito ancora Romano Prodi - occorre anzitutto, con il nostro voto, "dimostrare che l'Italia può essere diversa, che ha profonde radici etiche, che è ancora capace di contribuire alla crescita di una nuova Europa" difendendo, insieme, “anche la qualità della democrazia italiana”.

Voterò Lino Ladini alle elezioni provinciali, sotto il simbolo “Penati Presidente”.
Per molte ragioni, ma anzitutto due. La prima è che il nuovo sindaco di Melzo avrà certo bisogno di un interlocutore intelligente in Provincia, perchè oggi la sola politica possibile, utile, praticabile, ha una dimensione sovracomunale che sarà tanto più necessaria quanto più avanzerà il processo di formazione dell’area metropolitana, ed in vista di questo difficile compito mi sento di indicare Lino come il candidato migliore.
La seconda. L’attuale presidente della Provincia, Filippo Penati, ha una personalità forte ed interpreta un dirigismo che può non piacere a molti. Ma pensate all’eventualità opposta: anche la provincia di Milano governata dalla destra, come già la Regione, come già la metropoli: non saremmo al cospetto di un dirigismo infinitamente peggiore? Se perciò, nel caso della scheda gialla, ci troviamo al cospetto di un voto che può suscitare perplessità legittime ed importanti, mi soccorre proprio la possibilità di scegliere la fiducia verso una persona le cui grandi qualità umane e professionali ammiro da molto tempo e da cui, credo, non sarò deluso.

Voterò Giorgio Lotto alle elezioni comunali.
Per molte ragioni, quasi tutte racchiuse nel testo del suo programma, che ho contribuito a scrivere e qui non serve ripetere.
Ne aggiungo una sola. Un giorno dopo l’altro, riunione dopo riunione, in questi mesi l’ho frequentato molto, conoscendo meglio la persona, non tanto il politico. Oltre alla passione che l’ha accompagnato in questa avventura, Giorgio mi ha sempre trasmesso un’idea di equilibrio, di lucidità, di maturità e di saggezza che mi sembrano le migliori qualità di un sindaco. Qualità che ha confermato anzitutto quando ha sopportato certi attacchi personali, alcuni dei quali davvero inqualificabili e di cui non si sentiva il bisogno, sparati a casaccio da alcuni “talebani” della politica melzese che purtroppo hanno ammorbato l’aria in queste settimane elettorali.

Ho accettato di candidarmi nella lista “Melzo bene comune”, che sostiene la candidatura di Giorgio, dopo un lungo bisticcio con quella parte di me che vorrebbe avere più tempo per leggere, studiare, scrivere. I motivi della mia decisione stanno, quasi tutti, nel terzo capoverso di questa paginetta. Aggiungo, in più, che dopo l’ubriacatura di questi giorni, quando si chiuderanno i seggi e saranno noti i risultati, quando non basteranno gli slogan per fare il bene della comunità che tutti vogliamo servire, la politica dovrà ritrovare la capacità di confronto, che è fatta di ascolto, di rispetto, di riflessione comune.
Che cosa farò, che cosa dirò se sarò eletto? Non c’è dubbio: le medesime cose che qui, ormai da oltre un anno, vi ho continuamente proposto. Uno, perchè ci credo davvero; due, perchè i miei vent’anni li ho già contati quasi tre volte, e anche se continuo a provarci non è facile cambiare adesso.
Altro non so dire, e non ho promesse da fare, oltre a quella di fare del mio meglio.