Caro Sergio,
grazie, innanzitutto, per avere dato spazio nel tuo blog all’opuscoletto che ho consegnato, oltre che ai componenti di giunta e consiglio vecchi e nuovi, ai rappresentanti delle associazioni del territorio e ad alcuni amici, tra cui tu, appunto. Una copia è disponibile anche in biblioteca. Mi sembrava giusto verso me stesso, chi ha condiviso con me le responsabilità del mandato e verso la città, dar conto, sia pure dal mio punto di vista, del percorso fatto, perché utile anche a comprendere quanto non è stato fatto. Grazie anche per i giudizi positivi, di gran lunga prevalenti sulle valutazioni critiche, che mi riservi da tempo e anche in questa occasione: sai che la stima è reciproca e che le normali divergenze di idee non la inficiano minimamente. Soltanto, nell’economia di un commento a quanto hai scritto, tre osservazioni su altrettante valutazioni critiche da te espresse.
1) Attribuzione delle responsabilità. Astrattamente esistono diverse modalità a tal fine: l’attribuzione di responsabilità ai “politici” della propria area, oppure l’apertura alla partecipazione di “politici” delle minoranze, oppure la partecipazione di terzi, tecnici o meno, d’area o meno. Io penso che prevalentemente abbiamo seguito questa terza strada: le presidenze di Ladini alla RSSM S.p.A. e di Murador alla Promosport (entrambi non candidati nelle liste civiche), come pure l’incarico di amministratore unico della STU all’arch. Cabras (addirittura un tecnico esterno) lo dimostrano. In alcuni casi è vero che si sono seguite le indicazioni dei gruppi consiliari o dei partiti, perché ad essi gli atti conferivano un “potere” di designazione. Tuttavia anche in tali casi abbiamo cercato di far prevalere la residua competenza: ad es., nella Fondazione Teatro Trivulzio si sono assemblate competenze più sul versante degli spettacoli (Ferrari, Moratti e Tagliabue) con quelle, ugualmente importanti, gestionali (Cortesi e Cuscela). Si può fare sicuramente meglio, però io penso che anche su questo versante, delle nomine, avere preferito il metodo dell’apertura a terzi abbia costituito una svolta rispetto al passato.
2) Partecipazione. Al di là del numero degli incontri, penso che si possano distinguere tre tipologie di iniziative: i processi partecipativi veri e propri, finalizzati all’assunzione e messa in discussione dei diversi “punti di vista”, che si è senz’altro avuto in occasione dell’elaborazione del PGT (ma qualcosa di analogo c’è stato anche a partire dal bilancio sociale annuale nonché nell’ambito dell’osservatorio sociale); gli incontri di informazione, finalizzati anche ad assumere osservazioni e proposte, come è stato per le assemblee sul quadruplicamento ferroviario; gli incontri meramente “di pubblica difesa”, come quello avvenuto sul PII di via Curiel, che però ha condotto ad assumere anche proposte fatte in quella sede (l’utilizzo dell’area Cogeser, che ha consentito di “liberare” l’area verde davanti alla RSA). Se poi si pensa che ogni nostra proposta è stata comunicata ai consiglieri comunali fin dal momento dell’inizio della correlativa elaborazione (esponendoci alle critiche per tempi prolungatissimi: si vedano ancora il caso emblematico del PII di via Curiel) è evidente il taglio netto con il passato di un’amministrazione che teneva chiuse le carte nei cassetti fino a che fossero pronte per essere votate. Anche su questo punto, quindi, si può sicuramente fare di più e meglio, ma non si può dire non si sia inaugurata una stagione nuova.
3) Politiche culturali. Trascurando le iniziative meramente ricreative, nei cinque anni del mandato sono stati avviati il teatro e l’università del tempo libero. Entrambe le iniziative mi paiono lodevoli. Il programma del teatro (non solo i canonici 8 spettacoli teatrali classici) è ricchissimo: musica, teatro per bambini, attività di e per le scuole, opera. Un mio collega in università a Piacenza, che abita a Milano due, mi diceva di non conoscere altri teatri di provincia con un cartellone di iniziative così ricco. A questo si è aggiunto il programma cinematografico con titoli di grande rilevanza e con scelte sempre molto accurate. L’università del tempo libero permette a molti melzesi (e non) di approfondire e confrontarsi con molteplici tematiche, in apposite lezioni tenute da docenti competenti. Quindi, anche con riguardo alle politiche culturali, mi pare che la svolta sia stata netta, fermo restando che anche a questo riguardo si può fare meglio.
Sono convinto che a Melzo da cinque anni sia in atto una trasformazione profonda del modo di fare amministrazione. Queste ultime elezioni, poi, hanno definitivamente cancellato la classe dirigente che per molti anni ha governato la (o fatto opposizione nella) città: il ricambio generazionale è diventato strutturale, perché tra cinque anni molti dei “vecchi” protagonisti non saranno comunque più proponibili per ragioni anagrafiche. Questo non significa che tutto va bene e che si debba dimettere quell’esercizio di valutazione critica che è fondamentale per la democrazia e per il miglioramento delle politiche.
Incrocio quindi le dita davanti al titolo del tuo scritto: “Il ‘testamento politico’ di Paolo Sabbioni”: non ho alcuna intenzione di fare il “de cuius”, ma di contribuire, con un ruolo diverso, a migliorare le trasformazioni intraprese.
Sempre con stima e amicizia. Paolo Sabbioni
mercoledì 29 luglio 2009
lunedì 20 luglio 2009
Il "testamento politico" di Paolo Sabbioni.
Paolo Sabbioni, il nostro ex-sindaco, mi ha usato la grande cortesia di farmi recapitare un suo scritto, dal titolo “Il mandato 2004-09 per la città di Melzo”, datato 26 giugno-4 luglio”, nel quale riassume e motiva le principali linee d’azione della sua giunta nel corso dei cinque anni trascorsi con l’intento – utile e condivisibile - di “lasciare una testimonianza scritta delle motivazioni” che hanno ispirato le scelte e di riaffermarne la “visione organica”. Anche se la sua “narrazione”, come lui la definisce, è indirizzata a consiglieri comunali e presidenti di enti ed associazioni, la gentilezza è stata di mandare una copia anche a me, che non ne avevo alcun titolo.
Sono, fatta salva l’introduzione, 84 pagine fitte, e spero che d’ora in avanti Paolo non mi rimprovererà più di essere troppo lungo. Le ho lette con grande interesse, come sempre apprezzando intelligenza, cultura e passione del loro autore, perchè sono ricche di stimoli e preziose sollecitazioni.
Qui non è possibile, naturalmente, riassumerle, ma forse risulterà di qualche utilità riferire qualche impressione sparsa.
1. Il testo è costituito da una puntuale, dettagliata, tenacissima e direi quasi “testarda” illustrazione di ciò che è stato fatto, ma soprattutto del “perchè” è stato fatto, ed il suo interesse – l’impressione più forte che dalla perigliosa ed impegnativa lettura si ricava – secondo me non consiste tanto nella sua capacità di “raccontare” l’avventura di un sindaco e dei suoi assessori lungo cinque anni complicati, spiegando tutto ciò che è stato programmato e deciso nei vari ambiti dell’azione amministrativa, ma risiede soprattutto nella evidente volontà dell’ex-sindaco di affermare e rivendicare, sopra ogni altra cosa, la coerenza e l’unitarietà del disegno complessivo che è stato perseguito.
Non a caso il testo è pieno zeppo di citazioni e riferimenti al programma elettorale del 2004, e non a caso l’autore ricorre più volte, nell’esame dei vari argomenti, ad un classico artificio retorico: quello di ricordare alcune delle critiche ricevute dall’opposizione, senza quasi “perdere tempo” nel contestarle per definirle inconsistenti o sbagliate, e quasi mai affrontandole e respingendole “nel merito”, ma piuttosto sottolineando, nei loro confronti, che agire diversamente, secondo lui, avrebbe inficiato, anzitutto, l’assoluta e rivendicata coerenza delle posizioni della maggioranza.
2. Giunti al termine della lettura, diverse ed anche fondate obiezioni sui singoli punti sono naturalmente possibili, nella varietà e legittimità dei diversi punti di vista.
Per esempio, io resto dell’idea che l'impegno nel settore cultura, che Sabbioni definisce generosamente “il grande lavoro svolto (...) dall’assessore competente, Vittorio Perego“ sia stata, al contrario, un’azione poco condivisibile nell’impostazione, deludente nei risultati e ben poco “coerente” con tante affermazioni contenute proprio nel programma elettorale delle liste civiche del 2004, e, in aggiunta, anche rispetto alle ambizioni ed alle intenzioni più volte annunciate da “Insieme per Melzo”, tanto da scriverle al primo punto del proprio statuto, quelle cioè di proporsi, di diventare, di essere, per la nostra città, un “laboratorio politico” aperto e capace di favorire nuove esperienze di partecipazione e democrazia: concetti che non certo a caso anche Paolo ripete e puntigliosamente ricorda nel suo racconto. Non è certo il mio solo punto di dissenso, ma è forse il principale, come Paolo sa perchè ne abbiamo discusso, nei mesi passati, più volte.
Fatti salvi i dissensi sui punti specifici, però, resta una constatazione di fondo. Se anche si ammette che in questo genere di ricostruzione “a posteriori” può costituire un esercizio retorico tutto sommato abbastanza facile e comprensibile – e Paolo in quest’arte è un vero maestro – la capacità di saper giustificare o sottacere buona parte degli inevitabili errori e manchevolezze, arrivati (finalmente) a pagina 85 si riesce a vedere piuttosto bene che il filo rosso di questa “coerente visione d’insieme”, più volte richiamata e orgogliosamente rivendicata da Paolo Sabbioni, effettivamente emerge, anche se talvolta appare con più limpida evidenza, altre volte con qualche laboriosa fatica, ed emerge perchè c’è, perchè esiste: perchè, detto in altre parole, è il frutto combinato di una seria impostazione politica e programmatica, di una riflessione di prim’ordine ed infine, trascorsi i cinque anni del mandato, di una capacità di “fare” anche molto pragmatica, ma indubbiamente utile; è un frutto felice e maturo dal quale si può dissentire, ma che sarebbe davvero cieco negare.
Chi intenda proporsi, in futuro, come nuova classe dirigente di questa città, non dimentichi che questo filo rosso non s’improvvisa, e ne tenga conto.
3. Le numerose rivendicazioni di coerenza disseminate nel testo non impediscono ai lettori di cogliere, al contrario, le capacità pragmatiche di Paolo Sabbioni, che in diverse occasioni, su questioni di grande importanza, in principio sostiene e difende alcune posizioni “di principio” ma in seguito, mutate le condizioni, si siede al tavolo per trattare con l’intento di portare a casa il “male minore”. Esemplari, in questo senso, sono le ricostruzioni dedicate alla Bre.Be.Mi e alla T.E.M. così come alla lunga vicenda della ferrovia. Queste capacità pragmatiche, in una realtà sociale, economica e culturale che ha nella velocità del cambiamento il suo tratto più distintivo, non sono un difetto, ma un merito.
4. Qualche mese fa ho scritto su queste pagine – dopo avere appreso della rinuncia di Paolo Sabbioni a ricandidarsi – che lo consideravo il migliore sindaco che la nostra città abbia avuto da molto tempo a questa parte.
Quella mia affermazione meravigliò, a torto, qualcuno, visto che mi ero appena iscritto a un partito di opposizione, ma credo che saper riconoscere capacità e meriti degli altri sia, oltre che un atto di rispetto verso le persone e verso la realtà, anche la condizione per cercare di migliorarsi. Lette queste pagine di Paolo, mi sento di confermare tutto.
5. La seguente può sembrare un’affermazione contradditoria con la precedente, ma ho avvisato che queste sarebbero state impressioni sparse. Tra le abilità – stavo per dire le furbizie – della narrazione di Paolo, senza dubbio c’è anche la capacità di “non dire”. Quando andavo alla dottrina mi dicevano che si può peccare in parole, pensieri, opere ed omissioni, e può darsi che Paolo, in queste pagine, tra questi quattro modi di peccare abbia commesso l’ultimo.
Non c’è una parola, per fare un esempio, sullo stile e sul metodo di governo delle liste civiche, e perciò si evita di dover dimostrare anche su questo punto una “coerenza” che, in verità, sarebbe difficile da dimostrare. Se c’è stata coerenza, qui, essa consiste nella determinazione costante, lungo cinque anni, di assegnare tutti i posti – diciamo almeno la schiacciante maggioranza dei posti - ad esponenti delle liste. Spesso si è risposto a questa critica dicendo che una maggioranza ha bisogno di persone di cui fidarsi. Si tratta di un punto di vista che, con ogni evidenza, in democrazia non può essere seriamente difeso, eppure è stato ripetuto anche pochi giorni fa, nella prima sessione del nuovo Consiglio Comunale. Su questo tipo di affermazioni – di più: su questo genere di concezioni – siamo e saremo sempre distanti.
Un altro dettaglio: sulla partecipazione, tema al quale vengono dedicate 7 righe e mezza, Paolo scrive che “durante questi cinque anni abbiamo tenuto numerosissimi incontri su molteplici temi rilevanti per Melzo”. La domanda è: che cosa significa “numerosissimi”? Li hai contati, Paolo? Ci ha provato un opuscolo colorato delle liste civiche in campagna elettorale, e dopo averlo letto ho provato a fare la somma di “tutti” gli incontri elencati: chi vuole rilegga, e faccia anche lui il conto, ma Paolo Sabbioni è troppo intelligente per non sapere che il problema non sta nel “numero” degli incontri, è ben altro. Che cosa significa “instaurare un processo partecipativo”? Mi fermo qui.
6. Io credo che a Paolo potrebbe fare molto piacere – nei suoi panni, a me piacerebbe – sentirsi dire dai lettori di questa sua “narrazione” che il suo merito maggiore è stato quello di saper tenere unite la capacità “pragmatica” del governo quotidiano e la tensione progettuale, la capacità d’immaginazione necessaria per costruire il futuro.
Questo merito, però, non mi sento di riconoscerglielo interamente. Perché se esiste un settore della direzione politica e amministrativa di un comune dove, più che negli altri, è possibile osare, immaginare, sperimentare, è quello delle politiche culturali. Proprio lì invece, secondo il mio sommesso parere, si sono scelte le vie più facili, cioè si è pensato, immaginato ed osato di meno. E’ una mia impressione, ma forse è anche il settore nel quale Paolo Sabbioni ha delegato di più. Mi permetto di ricordare un episodio minimo: una sera d’estate, qualche anno fa, mentre era prossima l’istituzione della Fondazione del Teatro Trivulzio, provai a suggerire al mio sindaco di non rispettare, nella composizione del consiglio, il famoso manuale Cencelli (quello che in presenza di una torta insegnava quante fette spettassero, in proporzione, ad ognuno) ma di fare le nomine al di fuori delle appartenenze ai partiti, scegliendo persone di esperienza e capacità, provviste di idee e di coraggio. Pochi giorni dopo i partiti ricevettero la classica lettera del sindaco con l’invito a designare i propri rappresentanti, secondo lo schema solito, secondo l’eterna logica. Compresi che non c’era alcuna determinazione di cambiare qualcosa, ed è stato così.
7. Vorrei concludere citando una frase di Paolo Sabbioni che mi ha molto colpito, che però non appartiene al testo di cui ci occupiamo, ma ho trovato in una intervista al quotidiano “Il Giorno” di mercoledì 24 giugno, due giorni dopo l’esito del ballottaggio.
La frase è questa: “Con queste liste civiche abbiamo creato un mostro, una macchina da guerra”.
Caro Paolo, sono il primo a rendermi conto delle circostanze, eccetera. Qualcuno, leggendola, si è ricordato di una vecchia frase, identica, di Achille Ochetto, che gli aveva portato tanto male da pentirsene, credo, per tutta la vita.
A me invece è venuto subito in mente, in modo irresistibile, un racconto di Kafka che ho sempre amato, e mai dimenticato. Il suo titolo è “Nella colonia penale”, è del 1914. Sarà stato per quel “mostro” detto nella dichiarazione – la tua, non quella di Ochetto - che ho mentalmente associato alla “macchina”. Nel racconto c’è il funzionario di una colonia penale, che descrive orgoglioso a un visitatore la meravigliosa, moderna, efficacissima macchina per le esecuzioni dei condannati. La macchina è qualcosa di mostruoso, ma nel suo genere è un capolavoro, è perfetta, non può fallire. Quando viene il momento di metterla in funzione, niente va come dovrebbe e la macchina, lentamente, cade a pezzi da sola, travolgendo l’ufficiale nella sua rovina.
D’ora in avanti, Paolo, inventiamo macchine di pace.
Con immutata stima ed amicizia.
Sono, fatta salva l’introduzione, 84 pagine fitte, e spero che d’ora in avanti Paolo non mi rimprovererà più di essere troppo lungo. Le ho lette con grande interesse, come sempre apprezzando intelligenza, cultura e passione del loro autore, perchè sono ricche di stimoli e preziose sollecitazioni.
Qui non è possibile, naturalmente, riassumerle, ma forse risulterà di qualche utilità riferire qualche impressione sparsa.
1. Il testo è costituito da una puntuale, dettagliata, tenacissima e direi quasi “testarda” illustrazione di ciò che è stato fatto, ma soprattutto del “perchè” è stato fatto, ed il suo interesse – l’impressione più forte che dalla perigliosa ed impegnativa lettura si ricava – secondo me non consiste tanto nella sua capacità di “raccontare” l’avventura di un sindaco e dei suoi assessori lungo cinque anni complicati, spiegando tutto ciò che è stato programmato e deciso nei vari ambiti dell’azione amministrativa, ma risiede soprattutto nella evidente volontà dell’ex-sindaco di affermare e rivendicare, sopra ogni altra cosa, la coerenza e l’unitarietà del disegno complessivo che è stato perseguito.
Non a caso il testo è pieno zeppo di citazioni e riferimenti al programma elettorale del 2004, e non a caso l’autore ricorre più volte, nell’esame dei vari argomenti, ad un classico artificio retorico: quello di ricordare alcune delle critiche ricevute dall’opposizione, senza quasi “perdere tempo” nel contestarle per definirle inconsistenti o sbagliate, e quasi mai affrontandole e respingendole “nel merito”, ma piuttosto sottolineando, nei loro confronti, che agire diversamente, secondo lui, avrebbe inficiato, anzitutto, l’assoluta e rivendicata coerenza delle posizioni della maggioranza.
2. Giunti al termine della lettura, diverse ed anche fondate obiezioni sui singoli punti sono naturalmente possibili, nella varietà e legittimità dei diversi punti di vista.
Per esempio, io resto dell’idea che l'impegno nel settore cultura, che Sabbioni definisce generosamente “il grande lavoro svolto (...) dall’assessore competente, Vittorio Perego“ sia stata, al contrario, un’azione poco condivisibile nell’impostazione, deludente nei risultati e ben poco “coerente” con tante affermazioni contenute proprio nel programma elettorale delle liste civiche del 2004, e, in aggiunta, anche rispetto alle ambizioni ed alle intenzioni più volte annunciate da “Insieme per Melzo”, tanto da scriverle al primo punto del proprio statuto, quelle cioè di proporsi, di diventare, di essere, per la nostra città, un “laboratorio politico” aperto e capace di favorire nuove esperienze di partecipazione e democrazia: concetti che non certo a caso anche Paolo ripete e puntigliosamente ricorda nel suo racconto. Non è certo il mio solo punto di dissenso, ma è forse il principale, come Paolo sa perchè ne abbiamo discusso, nei mesi passati, più volte.
Fatti salvi i dissensi sui punti specifici, però, resta una constatazione di fondo. Se anche si ammette che in questo genere di ricostruzione “a posteriori” può costituire un esercizio retorico tutto sommato abbastanza facile e comprensibile – e Paolo in quest’arte è un vero maestro – la capacità di saper giustificare o sottacere buona parte degli inevitabili errori e manchevolezze, arrivati (finalmente) a pagina 85 si riesce a vedere piuttosto bene che il filo rosso di questa “coerente visione d’insieme”, più volte richiamata e orgogliosamente rivendicata da Paolo Sabbioni, effettivamente emerge, anche se talvolta appare con più limpida evidenza, altre volte con qualche laboriosa fatica, ed emerge perchè c’è, perchè esiste: perchè, detto in altre parole, è il frutto combinato di una seria impostazione politica e programmatica, di una riflessione di prim’ordine ed infine, trascorsi i cinque anni del mandato, di una capacità di “fare” anche molto pragmatica, ma indubbiamente utile; è un frutto felice e maturo dal quale si può dissentire, ma che sarebbe davvero cieco negare.
Chi intenda proporsi, in futuro, come nuova classe dirigente di questa città, non dimentichi che questo filo rosso non s’improvvisa, e ne tenga conto.
3. Le numerose rivendicazioni di coerenza disseminate nel testo non impediscono ai lettori di cogliere, al contrario, le capacità pragmatiche di Paolo Sabbioni, che in diverse occasioni, su questioni di grande importanza, in principio sostiene e difende alcune posizioni “di principio” ma in seguito, mutate le condizioni, si siede al tavolo per trattare con l’intento di portare a casa il “male minore”. Esemplari, in questo senso, sono le ricostruzioni dedicate alla Bre.Be.Mi e alla T.E.M. così come alla lunga vicenda della ferrovia. Queste capacità pragmatiche, in una realtà sociale, economica e culturale che ha nella velocità del cambiamento il suo tratto più distintivo, non sono un difetto, ma un merito.
4. Qualche mese fa ho scritto su queste pagine – dopo avere appreso della rinuncia di Paolo Sabbioni a ricandidarsi – che lo consideravo il migliore sindaco che la nostra città abbia avuto da molto tempo a questa parte.
Quella mia affermazione meravigliò, a torto, qualcuno, visto che mi ero appena iscritto a un partito di opposizione, ma credo che saper riconoscere capacità e meriti degli altri sia, oltre che un atto di rispetto verso le persone e verso la realtà, anche la condizione per cercare di migliorarsi. Lette queste pagine di Paolo, mi sento di confermare tutto.
5. La seguente può sembrare un’affermazione contradditoria con la precedente, ma ho avvisato che queste sarebbero state impressioni sparse. Tra le abilità – stavo per dire le furbizie – della narrazione di Paolo, senza dubbio c’è anche la capacità di “non dire”. Quando andavo alla dottrina mi dicevano che si può peccare in parole, pensieri, opere ed omissioni, e può darsi che Paolo, in queste pagine, tra questi quattro modi di peccare abbia commesso l’ultimo.
Non c’è una parola, per fare un esempio, sullo stile e sul metodo di governo delle liste civiche, e perciò si evita di dover dimostrare anche su questo punto una “coerenza” che, in verità, sarebbe difficile da dimostrare. Se c’è stata coerenza, qui, essa consiste nella determinazione costante, lungo cinque anni, di assegnare tutti i posti – diciamo almeno la schiacciante maggioranza dei posti - ad esponenti delle liste. Spesso si è risposto a questa critica dicendo che una maggioranza ha bisogno di persone di cui fidarsi. Si tratta di un punto di vista che, con ogni evidenza, in democrazia non può essere seriamente difeso, eppure è stato ripetuto anche pochi giorni fa, nella prima sessione del nuovo Consiglio Comunale. Su questo tipo di affermazioni – di più: su questo genere di concezioni – siamo e saremo sempre distanti.
Un altro dettaglio: sulla partecipazione, tema al quale vengono dedicate 7 righe e mezza, Paolo scrive che “durante questi cinque anni abbiamo tenuto numerosissimi incontri su molteplici temi rilevanti per Melzo”. La domanda è: che cosa significa “numerosissimi”? Li hai contati, Paolo? Ci ha provato un opuscolo colorato delle liste civiche in campagna elettorale, e dopo averlo letto ho provato a fare la somma di “tutti” gli incontri elencati: chi vuole rilegga, e faccia anche lui il conto, ma Paolo Sabbioni è troppo intelligente per non sapere che il problema non sta nel “numero” degli incontri, è ben altro. Che cosa significa “instaurare un processo partecipativo”? Mi fermo qui.
6. Io credo che a Paolo potrebbe fare molto piacere – nei suoi panni, a me piacerebbe – sentirsi dire dai lettori di questa sua “narrazione” che il suo merito maggiore è stato quello di saper tenere unite la capacità “pragmatica” del governo quotidiano e la tensione progettuale, la capacità d’immaginazione necessaria per costruire il futuro.
Questo merito, però, non mi sento di riconoscerglielo interamente. Perché se esiste un settore della direzione politica e amministrativa di un comune dove, più che negli altri, è possibile osare, immaginare, sperimentare, è quello delle politiche culturali. Proprio lì invece, secondo il mio sommesso parere, si sono scelte le vie più facili, cioè si è pensato, immaginato ed osato di meno. E’ una mia impressione, ma forse è anche il settore nel quale Paolo Sabbioni ha delegato di più. Mi permetto di ricordare un episodio minimo: una sera d’estate, qualche anno fa, mentre era prossima l’istituzione della Fondazione del Teatro Trivulzio, provai a suggerire al mio sindaco di non rispettare, nella composizione del consiglio, il famoso manuale Cencelli (quello che in presenza di una torta insegnava quante fette spettassero, in proporzione, ad ognuno) ma di fare le nomine al di fuori delle appartenenze ai partiti, scegliendo persone di esperienza e capacità, provviste di idee e di coraggio. Pochi giorni dopo i partiti ricevettero la classica lettera del sindaco con l’invito a designare i propri rappresentanti, secondo lo schema solito, secondo l’eterna logica. Compresi che non c’era alcuna determinazione di cambiare qualcosa, ed è stato così.
7. Vorrei concludere citando una frase di Paolo Sabbioni che mi ha molto colpito, che però non appartiene al testo di cui ci occupiamo, ma ho trovato in una intervista al quotidiano “Il Giorno” di mercoledì 24 giugno, due giorni dopo l’esito del ballottaggio.
La frase è questa: “Con queste liste civiche abbiamo creato un mostro, una macchina da guerra”.
Caro Paolo, sono il primo a rendermi conto delle circostanze, eccetera. Qualcuno, leggendola, si è ricordato di una vecchia frase, identica, di Achille Ochetto, che gli aveva portato tanto male da pentirsene, credo, per tutta la vita.
A me invece è venuto subito in mente, in modo irresistibile, un racconto di Kafka che ho sempre amato, e mai dimenticato. Il suo titolo è “Nella colonia penale”, è del 1914. Sarà stato per quel “mostro” detto nella dichiarazione – la tua, non quella di Ochetto - che ho mentalmente associato alla “macchina”. Nel racconto c’è il funzionario di una colonia penale, che descrive orgoglioso a un visitatore la meravigliosa, moderna, efficacissima macchina per le esecuzioni dei condannati. La macchina è qualcosa di mostruoso, ma nel suo genere è un capolavoro, è perfetta, non può fallire. Quando viene il momento di metterla in funzione, niente va come dovrebbe e la macchina, lentamente, cade a pezzi da sola, travolgendo l’ufficiale nella sua rovina.
D’ora in avanti, Paolo, inventiamo macchine di pace.
Con immutata stima ed amicizia.
sabato 4 luglio 2009
Vittorio Perego eletto Sindaco.
Per capire meglio il voto del ballottaggio comunale converrà iniziare da quello provinciale. Podestà, candidato della destra, che aveva 4659 voti al primo turno, ne riceve al ballottaggio 4046, perciò ne perde. 523. Anche la candidata Cavaldonati perciò, impegnata nel ballottaggio melzese, non ha potuto contare su questi 523 astenuti e il suo punto di partenza, dai 3494 voti del primo turno, é diventato di 2971: il suo risultato effettivo è stato di 2571 voti, quindi con un saldo negativo di altri 400 dei suoi elettori, che hanno scelto Perego o si sono astenuti.
Ora, siccome possiamo ammettere anche che 100, 150 o forse anche 200 voti ricevuti dal PD al primo turno siano andati a Cavaldonati nel ballottaggio (dal 4-5% fino ad un 9-10% dell’elettorato Pd del primo turno) dobbiamo aggiornare a 3100-3200 la base di partenza del candidato della destra, e pensare perciò che i suoi potenziali elettori perduti siano stati di più.
Filippo Penati passa, invece, dai 3663 voti del 1° turno a 3994, quindi ne guadagna 331. Siccome rispetto al 6/7 giugno perde diversi voti dall’elettorato PD che al ballottaggio non ha votato (e che non sono facilmente quantificabili) mi sembra possibile dire che qualche voto gli sia venuto da elettori Udc (vista la dichiarazione di voto a suo favore di Tabacci e tenendo conto, nello stesso campo, che anche Alessandro Sancino sostiene la necessità di un rapporto diverso col Partito Democratico) e che gli altri provengano da quella (molto piccola) parte della sinistra-sinistra che al ballottaggio ha votato. Non è detto che si possa dedurre che tutti questi voti siano confluiti, nel ballottaggio comunale, su Perego, ma per una parte è probabile.
Siamo, quindi, a Perego, che passa dai 3921 voti del primo turno ai 5473 del ballottaggio, con una differenza positiva di 1552. Qui ci sono, perciò, una parte dei 331 voti in più di Penati - che, come abbiamo visto, vengono da sinistra solo in parte - e una parte dei 500-600 voti ulteriormente persi da Cavaldonati. Quindi: 1552- (almeno) 150 (gran parte dei 331 andati a Penati) – (almeno) 250/300.
Resta da attribuire una differenza positiva per Perego che può essere calcolata tra i 900 ed i 1.100 voti, e che perciò dobbiamo attribuire ad elettori che, nel primo turno, avevano scelto il Pd. Siccome la somma dei voti tra le due liste di Giorgio Lotto era di 2412 voti, il comportamento al ballottaggio dell’elettorato Pd si può così valutare: dal 35% al 45% ha votato Perego, dal 4-5% al 9-10% ha votato Cavaldonati, dal 45% al 55% ha rifiutato entrambi. Questo voto, detto tra parentesi, ha dimostrato (ma ce n’era bisogno?) che l’illazione di accordi sotterranei con la destra era solo l’ultima, in ordine di tempo, delle brutte carte di un mazzo che qualcuno ha voluto giocare fino all’ultimo giorno.
Tre considerazioni su questo punto. Primo: la grande maggioranza del centro-sinistra e della sinistra melzese che ha deciso di esprimersi al ballottaggio, ha naturalmente votato Perego. Una scelta che emerge molto chiaramente dai numeri, e che politicamente era la sola possibile. L’ho indicata nella mia dichiarazione di voto, perchè quando non si può votare con il cuore bisogna usare la testa, e perchè il bene delle mia città viene prima di tutto il resto. Secondo: la piccola quota minoritaria dell’elettorato PD che ha votato Cavaldonati intendeva anzitutto essere, credo, “contro Perego” e “contro” le liste. Qualcuno vedrà, in questo, il bicchiere mezzo vuoto, cioè la persistenza di una seppure minima “corrente di pensiero” che vede nelle liste civiche un’anomalia, e perciò ha compiuto una scelta che il segretario del Pd melzese ha giustamente definito, pochi giorni fa, “contraria alla nostra collocazione politica naturale”. Io preferisco vedere il bicchiere mezzo pieno, osservando che questi voti sono stati davvero pochi. Terzo: se almeno la metà degli elettori Pd ha scelto di non scegliere, non credo affatto che dipenda dall’orgoglio o dal patriottismo di partito, perchè quello sopravvive nei dirigenti e nei “militanti”, non nell’elettorato; credo piuttosto che, in senso letterale, questa vasta platea non abbia trovato “motivazioni abbastanza forti per votare Perego”. Anche su questo, credo, si dovrà riflettere.
Il nuovo sindaco di Melzo, il professor Vittorio Perego, al primo turno aveva ricevuto circa l’80% dei voti dall’elettorato di centro-destra e il restante 20% da quello di centro-sinistra, mentre nel turno di ballottaggio, com’é ovvio, queste percentuali si modificano, e perciò Perego ottiene dalla parte destra dell’elettorato più o meno il 65-70%% del proprio consenso, e da quella sinistra circa il 30-35%. Complessivamente Perego, dal 35% virgola qualcosa dei voti validi del primo turno, passa come è noto al quasi plebiscitario 68% del ballottaggio. Si tratta di un risultato politicamente molto netto, largamente prevedibile dopo il primo turno e comunque positivo, perchè la destra ha mancato l’occasione di governare Melzo, ma il dato percentuale che lo esprime é molto condizionato dall’astensionismo. Quei 5473 voti ottenuti da Perego al ballottaggio con una affluenza del 57%, corrispondono più o meno al 48% dei melzesi che hanno partecipato al primo turno di voto, ed al 37% degli aventi diritto.
Ora, siccome possiamo ammettere anche che 100, 150 o forse anche 200 voti ricevuti dal PD al primo turno siano andati a Cavaldonati nel ballottaggio (dal 4-5% fino ad un 9-10% dell’elettorato Pd del primo turno) dobbiamo aggiornare a 3100-3200 la base di partenza del candidato della destra, e pensare perciò che i suoi potenziali elettori perduti siano stati di più.
Filippo Penati passa, invece, dai 3663 voti del 1° turno a 3994, quindi ne guadagna 331. Siccome rispetto al 6/7 giugno perde diversi voti dall’elettorato PD che al ballottaggio non ha votato (e che non sono facilmente quantificabili) mi sembra possibile dire che qualche voto gli sia venuto da elettori Udc (vista la dichiarazione di voto a suo favore di Tabacci e tenendo conto, nello stesso campo, che anche Alessandro Sancino sostiene la necessità di un rapporto diverso col Partito Democratico) e che gli altri provengano da quella (molto piccola) parte della sinistra-sinistra che al ballottaggio ha votato. Non è detto che si possa dedurre che tutti questi voti siano confluiti, nel ballottaggio comunale, su Perego, ma per una parte è probabile.
Siamo, quindi, a Perego, che passa dai 3921 voti del primo turno ai 5473 del ballottaggio, con una differenza positiva di 1552. Qui ci sono, perciò, una parte dei 331 voti in più di Penati - che, come abbiamo visto, vengono da sinistra solo in parte - e una parte dei 500-600 voti ulteriormente persi da Cavaldonati. Quindi: 1552- (almeno) 150 (gran parte dei 331 andati a Penati) – (almeno) 250/300.
Resta da attribuire una differenza positiva per Perego che può essere calcolata tra i 900 ed i 1.100 voti, e che perciò dobbiamo attribuire ad elettori che, nel primo turno, avevano scelto il Pd. Siccome la somma dei voti tra le due liste di Giorgio Lotto era di 2412 voti, il comportamento al ballottaggio dell’elettorato Pd si può così valutare: dal 35% al 45% ha votato Perego, dal 4-5% al 9-10% ha votato Cavaldonati, dal 45% al 55% ha rifiutato entrambi. Questo voto, detto tra parentesi, ha dimostrato (ma ce n’era bisogno?) che l’illazione di accordi sotterranei con la destra era solo l’ultima, in ordine di tempo, delle brutte carte di un mazzo che qualcuno ha voluto giocare fino all’ultimo giorno.
Tre considerazioni su questo punto. Primo: la grande maggioranza del centro-sinistra e della sinistra melzese che ha deciso di esprimersi al ballottaggio, ha naturalmente votato Perego. Una scelta che emerge molto chiaramente dai numeri, e che politicamente era la sola possibile. L’ho indicata nella mia dichiarazione di voto, perchè quando non si può votare con il cuore bisogna usare la testa, e perchè il bene delle mia città viene prima di tutto il resto. Secondo: la piccola quota minoritaria dell’elettorato PD che ha votato Cavaldonati intendeva anzitutto essere, credo, “contro Perego” e “contro” le liste. Qualcuno vedrà, in questo, il bicchiere mezzo vuoto, cioè la persistenza di una seppure minima “corrente di pensiero” che vede nelle liste civiche un’anomalia, e perciò ha compiuto una scelta che il segretario del Pd melzese ha giustamente definito, pochi giorni fa, “contraria alla nostra collocazione politica naturale”. Io preferisco vedere il bicchiere mezzo pieno, osservando che questi voti sono stati davvero pochi. Terzo: se almeno la metà degli elettori Pd ha scelto di non scegliere, non credo affatto che dipenda dall’orgoglio o dal patriottismo di partito, perchè quello sopravvive nei dirigenti e nei “militanti”, non nell’elettorato; credo piuttosto che, in senso letterale, questa vasta platea non abbia trovato “motivazioni abbastanza forti per votare Perego”. Anche su questo, credo, si dovrà riflettere.
Il nuovo sindaco di Melzo, il professor Vittorio Perego, al primo turno aveva ricevuto circa l’80% dei voti dall’elettorato di centro-destra e il restante 20% da quello di centro-sinistra, mentre nel turno di ballottaggio, com’é ovvio, queste percentuali si modificano, e perciò Perego ottiene dalla parte destra dell’elettorato più o meno il 65-70%% del proprio consenso, e da quella sinistra circa il 30-35%. Complessivamente Perego, dal 35% virgola qualcosa dei voti validi del primo turno, passa come è noto al quasi plebiscitario 68% del ballottaggio. Si tratta di un risultato politicamente molto netto, largamente prevedibile dopo il primo turno e comunque positivo, perchè la destra ha mancato l’occasione di governare Melzo, ma il dato percentuale che lo esprime é molto condizionato dall’astensionismo. Quei 5473 voti ottenuti da Perego al ballottaggio con una affluenza del 57%, corrispondono più o meno al 48% dei melzesi che hanno partecipato al primo turno di voto, ed al 37% degli aventi diritto.
Ora l'Italia è più cattiva.
E così la Lega ce l'ha fatta (chi ne dubitava?) e le nuove norme sulla "sicurezza" ora sono legge dello Stato. Nell'assordante silenzio di quelli che "meglio comunque questo governo che un altro", dei "liberali" che "tanto é tutta l'Europa che sta andando a destra", di un'opposizione divisa e mal messa, fra le proteste vibrate di qualche sacerdote cui la voce dell'ufficialità romana ha subito ricordato che dal Vaticano non c'è "nessuna critica ufficiale al governo italiano".
Vorrei, qui, trascrivere un articolo apparso ieri su un quotidiano. Leggetelo. Da parte mia, non ho niente altro da aggiungere o da commentare.
Ora l'Italia è più cattiva
di ADRIANO SOFRI
Variando Pietro Nenni ("Da oggi siamo tutti più liberi") il governo ieri ci ha dichiarati tutti più sicuri. Da ieri, siamo tutti più insicuri, più ipocriti e più cattivi. Più insicuri e ipocriti, perché viviamo di rendita sulla fatica umile e spesso umiliata degli altri.
Infermieri e domestiche e badanti di vecchi e bambini, quello che abbiamo di più prezioso (e di prostitute, addette ad altre cure corporali), e lavoratori primatisti di morti bianche, e li chiamiamo delinquenti e li additiamo alla paura.
Ci sono centinaia di migliaia di persone che aspettano la regolarizzazione secondo il capriccio dei decreti flussi, e intanto sul loro lavoro si regge la nostra vita quotidiana, e basta consultare le loro pratiche di questura per saperne tutto, nome cognome luogo di impiego e residenza, nome e indirizzo di chi li impiega.
La legge, vi obietterà qualcuno, vuole colpire gli ingressi, non chi c'è già: non è vero. La legge vuole e può colpire nel mucchio. È una legge incostituzionale, non solo contro la Costituzione italiana, ma contro ogni concezione dei diritti umani, e punisce una condizione di nascita - l'essere straniero - invece che la commissione di un reato. Dichiara reato quella condizione anagrafica. Ci si può sentire più sicuri quando si condanna a spaventarsi e nascondersi una parte così ingente e innocente di nostri coabitanti? Quando persone di nascita straniera temano a presentarsi a un ospedale, a far registrare una nascita, a frequentare un servizio sociale, o anche a rivolgersi, le vittime della tratta, ad associazioni volontarie e istituzionali (forze di polizia comprese) impegnate a offrir loro un sostegno. Quando gli stranieri temano, come avviene già, mi racconta una benemerita visitatrice di carceri, Rita Bernardini, di andare al colloquio con un famigliare detenuto, per paura di essere denunciato? Lo strappo che gli obblighi della legge e i suoi compiaciuti effetti psicologici e propagandistici provoca nella trama della vita quotidiana non farà che accrescere la clandestinità, questa sì lucrosa e criminale, di tutti i rapporti sociali delle persone straniere. È anche una legge razzista?
Si gioca troppo con le parole, mentre i fatti corrono. Le razze non esistono, i razzisti sì. Questa legge prende a pretesto i matrimoni di convenienza per ostacolare fino alla persecuzione i matrimoni misti, ostacola maniacalmente l'unità delle famiglie, fissa per gli stranieri senza permesso di soggiorno una pena pecuniaria grottesca per la sua irrealtà - da 5 a 10 mila euro, e giù risate - e in capo al paradosso si affaccia, come sempre, il carcere. Carcere fino a tre anni per chi affitti una stanza a un irregolare: be', dovremo vedere grandiose retate. Galera ripristinata - bazzecole, tre anni - a chi oltraggi un pubblico ufficiale: la più tipicamente fascista e arbitraria delle imputazioni. Quanto alle galere per chi non abbia commesso alcun reato, salvo metter piede sul suolo italiano, ora che si chiamano deliziosamente Centri di identificazione e di espulsione, ci si può restare sei mesi! Sei mesi, per aver messo piede.
Delle ronde, si è detto fin troppo: e dopo aver detto tanto, sono tornate tali e quali come nella primitiva ambizione, squadre aperte a ogni futuro, salvo il provvisorio pudore di negar loro non la gagliarda partecipazione di ammiratori del nazismo, ma la divisa e i distintivi.
Tutto questo è successo. Ogni dettaglio di questo furore repressivo è stato sconfessato e accantonato nei mesi scorsi, spesso per impulso di gruppi e personalità della stessa maggioranza, e gli articoli di legge sono stati ripetutamente battuti nello stesso attuale Parlamento introvabile. È bastato aspettare, rimettere insieme tutto, e nelle versioni più oltranziste, imporre il voto di fiducia - una sequela frenetica di voti di fiducia - e trionfare. Un tripudio di cravatte verdi, ministeriali e no, con l'aggiunta di qualche ex fascista berlusconizzato. (Perché non è vero che il berlusconismo si sia andato fascistizzando: è vero che il fascismo si è andato berlusconizzando). La morale politica è chiara. Il governo Berlusconi era già messo sotto dalla Lega ("doganato": si può dire così? Doganato dalla Lega). Ora un presidente del Consiglio provato da notti bianche e cene domestiche è un mero ratificatore del programma leghista. Ma la Chiesa cattolica, si obietterà, ha ripetuto ancora ieri il suo ripudio scandalizzato del reato di clandestinità e la sua diffidenza per le ronde e in genere lo spirito brutale che anima una tal idea della sicurezza. Appunto. Berlusconi è politicamente ricattabile, ma non da tutti allo stesso modo. Dalla Lega sì, dalle commissioni pontificie no, perlomeno non da quelle che si ricordano che il cristiano è uno straniero.
Un ultimo dettaglio: le carceri. Mai nella storia del nostro Stato si era sfiorato il numero attuale di detenuti: 64 mila. Dormono per terra, da svegli stanno ammucchiati. La legge riempirà a dismisura i loro cubicoli. Gli esperti hanno levato invano la loro voce: "Le carceri scoppiano, c'è da temere il ritorno della violenza, un'estate di rivolte". Può darsi. Ma non dovrebbe essere lo spauracchio delle rivolte, che non vengono, perché nemmeno di rivolte l'umanità schiacciata delle galere è oggi capace, a far allarmare e vergognare: bensì la domanda su quel loro giacere gli uni sugli altri, stranieri gli uni agli altri. La domanda se questi siano uomini.
(3 luglio 2009)
Vorrei, qui, trascrivere un articolo apparso ieri su un quotidiano. Leggetelo. Da parte mia, non ho niente altro da aggiungere o da commentare.
Ora l'Italia è più cattiva
di ADRIANO SOFRI
Variando Pietro Nenni ("Da oggi siamo tutti più liberi") il governo ieri ci ha dichiarati tutti più sicuri. Da ieri, siamo tutti più insicuri, più ipocriti e più cattivi. Più insicuri e ipocriti, perché viviamo di rendita sulla fatica umile e spesso umiliata degli altri.
Infermieri e domestiche e badanti di vecchi e bambini, quello che abbiamo di più prezioso (e di prostitute, addette ad altre cure corporali), e lavoratori primatisti di morti bianche, e li chiamiamo delinquenti e li additiamo alla paura.
Ci sono centinaia di migliaia di persone che aspettano la regolarizzazione secondo il capriccio dei decreti flussi, e intanto sul loro lavoro si regge la nostra vita quotidiana, e basta consultare le loro pratiche di questura per saperne tutto, nome cognome luogo di impiego e residenza, nome e indirizzo di chi li impiega.
La legge, vi obietterà qualcuno, vuole colpire gli ingressi, non chi c'è già: non è vero. La legge vuole e può colpire nel mucchio. È una legge incostituzionale, non solo contro la Costituzione italiana, ma contro ogni concezione dei diritti umani, e punisce una condizione di nascita - l'essere straniero - invece che la commissione di un reato. Dichiara reato quella condizione anagrafica. Ci si può sentire più sicuri quando si condanna a spaventarsi e nascondersi una parte così ingente e innocente di nostri coabitanti? Quando persone di nascita straniera temano a presentarsi a un ospedale, a far registrare una nascita, a frequentare un servizio sociale, o anche a rivolgersi, le vittime della tratta, ad associazioni volontarie e istituzionali (forze di polizia comprese) impegnate a offrir loro un sostegno. Quando gli stranieri temano, come avviene già, mi racconta una benemerita visitatrice di carceri, Rita Bernardini, di andare al colloquio con un famigliare detenuto, per paura di essere denunciato? Lo strappo che gli obblighi della legge e i suoi compiaciuti effetti psicologici e propagandistici provoca nella trama della vita quotidiana non farà che accrescere la clandestinità, questa sì lucrosa e criminale, di tutti i rapporti sociali delle persone straniere. È anche una legge razzista?
Si gioca troppo con le parole, mentre i fatti corrono. Le razze non esistono, i razzisti sì. Questa legge prende a pretesto i matrimoni di convenienza per ostacolare fino alla persecuzione i matrimoni misti, ostacola maniacalmente l'unità delle famiglie, fissa per gli stranieri senza permesso di soggiorno una pena pecuniaria grottesca per la sua irrealtà - da 5 a 10 mila euro, e giù risate - e in capo al paradosso si affaccia, come sempre, il carcere. Carcere fino a tre anni per chi affitti una stanza a un irregolare: be', dovremo vedere grandiose retate. Galera ripristinata - bazzecole, tre anni - a chi oltraggi un pubblico ufficiale: la più tipicamente fascista e arbitraria delle imputazioni. Quanto alle galere per chi non abbia commesso alcun reato, salvo metter piede sul suolo italiano, ora che si chiamano deliziosamente Centri di identificazione e di espulsione, ci si può restare sei mesi! Sei mesi, per aver messo piede.
Delle ronde, si è detto fin troppo: e dopo aver detto tanto, sono tornate tali e quali come nella primitiva ambizione, squadre aperte a ogni futuro, salvo il provvisorio pudore di negar loro non la gagliarda partecipazione di ammiratori del nazismo, ma la divisa e i distintivi.
Tutto questo è successo. Ogni dettaglio di questo furore repressivo è stato sconfessato e accantonato nei mesi scorsi, spesso per impulso di gruppi e personalità della stessa maggioranza, e gli articoli di legge sono stati ripetutamente battuti nello stesso attuale Parlamento introvabile. È bastato aspettare, rimettere insieme tutto, e nelle versioni più oltranziste, imporre il voto di fiducia - una sequela frenetica di voti di fiducia - e trionfare. Un tripudio di cravatte verdi, ministeriali e no, con l'aggiunta di qualche ex fascista berlusconizzato. (Perché non è vero che il berlusconismo si sia andato fascistizzando: è vero che il fascismo si è andato berlusconizzando). La morale politica è chiara. Il governo Berlusconi era già messo sotto dalla Lega ("doganato": si può dire così? Doganato dalla Lega). Ora un presidente del Consiglio provato da notti bianche e cene domestiche è un mero ratificatore del programma leghista. Ma la Chiesa cattolica, si obietterà, ha ripetuto ancora ieri il suo ripudio scandalizzato del reato di clandestinità e la sua diffidenza per le ronde e in genere lo spirito brutale che anima una tal idea della sicurezza. Appunto. Berlusconi è politicamente ricattabile, ma non da tutti allo stesso modo. Dalla Lega sì, dalle commissioni pontificie no, perlomeno non da quelle che si ricordano che il cristiano è uno straniero.
Un ultimo dettaglio: le carceri. Mai nella storia del nostro Stato si era sfiorato il numero attuale di detenuti: 64 mila. Dormono per terra, da svegli stanno ammucchiati. La legge riempirà a dismisura i loro cubicoli. Gli esperti hanno levato invano la loro voce: "Le carceri scoppiano, c'è da temere il ritorno della violenza, un'estate di rivolte". Può darsi. Ma non dovrebbe essere lo spauracchio delle rivolte, che non vengono, perché nemmeno di rivolte l'umanità schiacciata delle galere è oggi capace, a far allarmare e vergognare: bensì la domanda su quel loro giacere gli uni sugli altri, stranieri gli uni agli altri. La domanda se questi siano uomini.
(3 luglio 2009)
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